Solennità di Pentecoste

05-06-2022

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

5 giugno 2022

Solennità di Pentecoste

[At 2,1-11; Sal 103; Rm 8,8-17; Gv 14,15-16.23b-26]

 

OMELIA

 

Abbiamo ascoltato parole tratte dal discorso con cui Gesù, nel vangelo di Giovanni, si separa dai discepoli. È il testamento di Gesù e, come ogni discorso di addio, contiene quanto di più prezioso è nel cuore di chi lo pronuncia: rivelazione di ciò che si ha di più caro e dono affidato come eredità a quanti resteranno e dovranno fare memoria di lui.

In questo orizzonte di rivelazione e di dono si pone il comandamento dell’amore, che Gesù consegna come un lascito e un impegno, sul quale edificare l’identità stessa di chi crede in lui. Un comandamento esigente, perché chiede ai discepoli di amare come il maestro li ha amati, cioè fino a dare la vita; ma anche un comandamento consolante, perché il maestro rassicura che essi saranno capaci di un amore così grande proprio perché egli li ha amati così. L’amore di Gesù è l’esempio ma ancor prima il fondamento dell’amore dei discepoli. E la connessione tra amore e comandamento è posta proprio in apertura delle parole di Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15).

Ciò che segue spiega il modo con cui al discepolo sarà possibile rivestirsi di questo amore che fonda l’obbedienza al comandamento. Qui entriamo nel significato della Pentecoste, cinquantesimo giorno dalla festa di Pasqua, in cui gli ebrei ricordavano e ricordano il dono della Legge che Mosè riceve sul Sinai, quel dono che li ha costituiti come popolo, il popolo di Dio. La narrazione degli Atti degli apostoli ci svela che, per i discepoli di Gesù, la Pentecoste che seguì la sua risurrezione è stata tempo di una nuova rivelazione di Dio e di un dono nuovo. Con i segni tipici della teofania – rumore, vento e fuoco – lo Spirito discende sui discepoli: «Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Si realizza la promessa di Gesù: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16).

«Paraclito» è parola che non appartiene al linguaggio comune, è un termine traslitterato dalla lingua greca che raccoglie in sé molti significati: consolatore, ma anche intercessore, avvocato, e ancora soccorritore, difensore, e infine esortatore, colui che incita, sprona, incoraggia, consiglia. Tutto questo è il dono promesso da Gesù: una presenza amicale, qualcuno che ci sta vicino, circonda e protegge, spinge e dà coraggio, asciuga le nostre lacrime e infonde speranza. Questo è lo Spirito Santo per il credente, dono di Gesù, un dono essenziale per la nostra vita, perché non ci perdiamo in una sequela così esigente come è quella dell’amore, di un amore di totale dedizione.

Ma Gesù dice anche che lo Spirito è «un altro Paraclito». Questo perché il primo Paraclito per noi è stato Gesù stesso. Lui è stato l’amico dei suoi. L’amore di Gesù ha trasformato i discepoli da servi ad amici, e ha fatto sperimentare loro la forza di questa amicizia nell’amore per loro fino alla morte in croce.

Ora che sta per tornare al Padre, Gesù li rassicura: non li lascerà soli. L’esperienza dell’amicizia di Dio continuerà per loro, per noi, mediante la presenza dello Spirito. Verrà uno come Gesù, un altro Paraclito, che sarà come Gesù perché sarà lo Spirito di Gesù, lo Spirito di Gesù e del Padre, lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo.

Di questa presenza amichevole, che difende, intercede, sprona e consola non abbiamo bisogno soltanto ciascuno personalmente; ne ha bisogno anche l’intera comunità ecclesiale. Chiediamo la presenza dello Spirito per il processo sinodale con cui, seguendo l’invito di Papa Francesco, intendiamo rinnovare la nostra comunione e dare impulso alla nostra missione, in un dialogo aperto a tutti, che dalla luce dello Spirito dovrà trovare i criteri di discernimento del vero e del bene, di cui farci testimoni e mediatori per il mondo.

Della presenza dello Spirito ha urgente bisogno anche la convivenza umana. Allo Spirito chiediamo orientamento nei giorni difficili di lacerazioni e guerre che stanno dividendo popoli e nazioni, di oscuramento della verità nella confusione delle opinioni che prendono il posto della ricerca di ciò che è vero e giusto, di crisi della identità stessa della persona umana, di disattenzione di fronte alle tante forme di povertà, emarginazione, sfruttamento.

«Il Paraclito… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26), ci assicura Gesù. Grazie allo Spirito, la parola di sempre, quella di Gesù, si fa memoria attuale, rivela cioè il suo potere di significato vitale per l’uomo in ogni tempo. Di questa capacità di dire l’attualità della verità del Vangelo abbiamo bisogno in modo particolare oggi, quando le nebbie del relativismo, che vorrebbe sostituire la ricerca della verità con la coesistenza delle opinioni, rischiano di oscurare anche la verità di Cristo e la sua pertinenza per la vita di ogni uomo e dell’intera società.

La presenza dello Spirito è anche un dono di vigore, di forza, che sorregge la possibilità di osservare la parola di Gesù. Allo Spirito possiamo affidarci per sconfiggere le nostre fragilità, al suo potere di perdono possiamo consegnare il nostro stesso peccato. Lo Spirito che è l’amore può renderci capaci di amare e quindi di osservare la parola di Dio: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola» (Gv 14,23). Anche nell’ambito della coerenza nell’obbedienza al comandamento, come espressione dell’amore, il ruolo dello Spirito, quale orientamento e sostegno, diventa per noi decisivo oggi, in un contesto culturale che ha perso ogni riferimento etico condiviso, trasformando il problema del riconoscimento del bene in una scelta puramente soggettiva. In questa luce possiamo anche collocare le parole di Paolo che, nella seconda lettura, ha ripetutamente contrapposto la vita guidata dallo Spirito alla vita dominata dalla carne, quella cioè in cui prendono il sopravvento gli orientamenti, o meglio i disorientamenti, dell’uomo che si è chiuso alla trascendenza, a Dio, e di conseguenza ai fratelli.

Infine, Gesù ci dice che la presenza dello Spirito rende concreta la dimora del Padre e del Figlio in noi, promessa di Gesù ai suoi come trasformazione da schiavi a figli, per utilizzare ancora il linguaggio di Paolo. La dimora di Dio in noi è lo Spirito nella vita del credente, ciò che fa sì che uomini peccatori possano chiamare Dio con il nome di Padre, si scoprano cioè suoi figli: «Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abba! Padre!”». Solo la libertà dei figli è quanto può soddisfare il nostro desiderio. A questa aspirazione ci guidi lo Spirito che oggi invochiamo.

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze