Solennità della Ss.ma Trinità

12-06-2022

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

Solennità della Ss.ma Trinità

Messa per le Ordinazioni diaconali

12 giugno 2022

(Pr 8,22-31; Sal 8; Rm 5,1-5; Gv 16,12-15)

 

OMELIA

 

La solennità della Santissima Trinità è un invito a contemplare il mistero stesso di Dio, che si rivela a noi come l’Amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. È Gesù ha rivelarlo, ma non ne mancano segni parziali già nell’Antico Testamento.

Nel testo del libro dei Proverbi abbiamo ascoltato che la Sapienza di Dio così dice di sé: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio […]. Quando egli fissava i cieli, io ero là […]. Quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice» (Pr 8,22-23.27a.29-30a). sono parole con cui ci viene rivelato che nell’azione di Dio creatore si manifesta una ragione – qui Sapienza, altrove Logos, Parola –, in cui Dio rispecchia sé stesso prima ancora di rispecchiarsi nella creazione. La Sapienza, la Parola, il Verbo di Dio, che sussiste da sempre, è la ragione in cui tutte le cose sono state create.

In altre sue pagine, l’Antico Testamento ci parla in modo simile del soffio vitale, dello spirito. La traccia di Dio nella creazione permette di scoprire nello spirito della vita, un segno di ciò che appartiene all’intimità stessa di Dio. Dio ci si svela come un intreccio di legami vitali. Egli non è semplicemente l’Assoluto, ma anche una ricchezza di vita e di vita d’Amore. L’unico Dio è origine, Padre, e sapienza, Logos, e forza vitale, Spirito.

Di questa ricchezza di vita nel mistero di Dio, Gesù e l’intero Nuovo Testamento offrono una rivelazione piena: Ne sono testimonianza le parole dell’apostolo Paolo ascoltate nella seconda lettura e quelle di Gesù trasmesse a noi dal vangelo di Giovanni.

L’amore genera reciprocità e la reciprocità nutre l’amore: sono i due volti di Dio, Uno e Trino, rivelato da Gesù. Questo intreccio di relazioni e di persone lo troviamo ben compendiato nelle parole conclusive del brano evangelico, in cui Gesù ci dice che ciò che è del Padre è al tempo stesso del Figlio ed è, ancora, ciò che lo Spirito comunica: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità […]. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 16,13a.14-15).

Nel mistero trinitario ciò che è di una persona non consiste in una attribuzione esclusiva, ma nella sorgente di una relazione e di una comunicazione. Tutto il contrario della logica umana deviata dal peccato, il cui ideale è affermare sé stessi in totale autonomia, a prescindere dagli altri, senza dover loro nulla, anzi imponendosi contro gli altri, strappando loro ciò che vogliamo solo per noi.

Nel mistero trinitario, il mistero primo della nostra fede, risiede una radicale contestazione del pensiero individualistico oggi dominante. Alla sua luce l’uomo disperso e frantumato dei nostri giorni può ritrovare sé stesso nell’offerta di sé, nell’uscire da sé, che è il presupposto di ogni relazione, perché il mio io si illumina solo in rapporto a un tu, come Dio Padre è Padre solo in rapporto al Figlio, e come il Figlio di Dio è Figlio solo nella sua relazione al Padre, e ambedue trovano il loro legame vitale nello Spirito che è lo Spirito d’Amore.

L’orizzonte trinitario costituisce un valido e luminoso fondamento a quanto stiamo per compiere in questa celebrazione con l’ordinazione di tre diaconi, due permanenti, Alessandro e Matteo, e un terzo in vista della successiva ordinazione presbiterale, Domenico, dei Missionari del Sacro Cuore. Forma concreta di esercizio della carità, riflesso dell’amore divino, è il servizio a cui i diaconi vengono consacrati, per esserne animatori per tutta la comunità. Un servizio che oggi chiede di essere svolto nell’ottica della missione, in un mondo che attende una rinnovata testimonianza evangelica.

Cari nuovi diaconi, sentitevi chiamati a un esercizio del ministero, che tra poco vi affiderò, in una prospettiva missionaria. Il grado dell’Ordine che vi viene conferito ha come suo carattere il promuovere la dimensione del servizio nella Chiesa tutta, per agire negli ambiti dell’annuncio della Parola, della celebrazione del culto, dell’esercizio della carità.

Predicazione e catechesi, testimonianza e annuncio devono raggiungere tutti gli ambiti di vita dell’uomo, che vanno illuminati, oggi con urgenza particolare, dalla luce del Vangelo. È una prospettiva particolarmente suggestiva per voi diaconi permanenti, che vivrete il vostro ministero nel contesto della famiglia, del lavoro, dei rapporti sociali.

Vi è poi chiesta cura dell’azione liturgica nella Chiesa, come espressione della risposta di lode che dobbiamo a Colui che ci fa vivere mediante la sua grazia. Lo splendore della liturgia deve poter brillare agli occhi dell’uomo contemporaneo e attrarlo con la forza della bellezza. Il culto dei gesti e delle parole trovi in voi e nelle comunità che servirete la corrispondenza del culto della vita, senza il quale il primo resta vuoto. Ambedue questi fronti, quello dell’unità tra culto liturgico e culto spirituale e quello della cura della bellezza del rito come veicolo della rivelazione del mistero, hanno oggi una rilevanza particolare nella crisi di comunicazione che non poche volte frena la testimonianza della Chiesa nel nostro tempo.

Dovrete infine promuovere gesti di carità con cui la comunità cristiana sappia chinarsi sulle ferite degli uomini d’oggi, ferite materiali e spirituali; ma anche sviluppi capacità di entrare in un dialogo con i poveri che sia incontro personale, compromissione della persona più che gesto solidale che non impegna più di tanto. Sta qui la differenza cristiana rispetto a ogni pur nobile azione di solidarietà. È quella differenza che scaturisce dal fatto che guardando il volto del povero il cristiano vi scorge le fattezze di Cristo, per cui non può restare al di qua della sua vita ma deve condividerla e dare accesso alla propria.

La radice del vostro ministero è il mistero di Dio che oggi celebriamo e il suo dono, e quindi tutto va da voi compiuto traendo forza della sua grazia e conformandoci al suo Figlio Gesù. Questo perché la grazia di cui sarete strumenti raggiunga sì i vostri fratelli, ma sia prima ancora principio di trasformazione della vostra vita. Per questo la Chiesa prega per voi.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze