Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

16-06-2022

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

16 giugno 2022

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

[Gen 14,18-20; Sal 109; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11b-17]

 

OMELIA

È il desiderio a muovere il cuore dell’uomo, l’attesa di qualcosa che porti novità nell’orizzonte della sua vita, che ne risani le fragilità, colmi i vuoti, curi le povertà, apra a sentieri inediti, oltre ogni possibilità. Il desiderio è un sentimento potente, ma se non ben orientato è anche pericoloso. Può gettare nello sconforto quando non riesce a raggiungere il suo oggetto, ovvero può far deviare la persona verso illusioni e pervertimenti.

Di quest’ultimo pericolo registriamo preoccupanti segnali nel diffondersi di spinte ad aderire a forme fluide dell’identità dell’uomo e della donna e, ancor più, nei disegni di manipolazione dell’umano verso gli scenari misteriosi del post-umano e del trans-umano. Siamo chiamati a vigilare sulle direzioni che sta prendendo la cultura prevalente e la comunicazione sociale nelle sue forme più diffusive.

Ma se questi sono i fronti su cui testimoniare una visione dell’umano che non ne tradisca i fondamenti, più da vicino, nell’esperienza quotidiana di non pochi, è un altro il pericolo maggiormente preoccupante: la delusione, la frustrazione che ferisce la vita di molti, fino alle forme pesanti della depressione e della crisi esistenziale. E, al di là di questo versante psicologico, non va dimenticato come tanti nel mondo e nella nostra stessa società fatichino a dare risposta al bisogno dei beni primari, giacendo in situazioni di povertà e di emarginazione.

A questo complesso quadro culturale, sociale e personale risponde la pagina del vangelo, segnalando come il gesto di Gesù che spezza i pani e li fa distribuire alla folla sia un atto capace di saziare il bisogno dell’uomo: «Tutti mangiarono a sazietà» (Lc 9,17a). Nel gesto che compie, Gesù si propone a noi come colui che è in grado di saziare il nostro desiderio.

Ma per comprendere questo gesto dobbiamo collocarlo nella logica della narrazione che ne offre l’evangelista. Gesù, di fronte all’umanità che si accosta a lui, offre anzitutto una parola che è un annuncio di verità sul disegno di Dio per il mondo e quindi sul senso stesso della storia – «Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio» (Lc 9,11bα) –; continua poi compiendo gesti con cui si carica delle nostre infermità e si prende cura di noi – «e [prese] a guarire quanti avevano bisogno di cure» (Lc 9,11bβ) –; infine il suo agire per le folle culmina in un atto di condivisione, in cui «cinque pani e due pesci» (Lc 9,13b), il poco che possono offrire gli apostoli, diventano la materia da cui scaturisce il cibo che nutre e sazia tutti. Questo cibo, nelle forme con cui viene suddiviso – «prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla» (Lc 9,16) –, rinvia alle narrazioni di istituzione dell’Eucaristia, come quella che abbiamo ascoltato da san Paolo nella seconda lettura, e ai racconti dei pasti eucaristici dei primi cristiani, come li propongono gli Atti degli Apostoli e i primi Padri della Chiesa.

Il miracolo della moltiplicazione dei pani è una prefigurazione del miracolo eucaristico e, mentre ne sottolinea il potere di saziare, propone a noi l’Eucaristia come il solo cibo capace di esaudire il desiderio dell’uomo. Perché il cuore dell’uomo, il suo desiderio, non si placa fino a quando non trova riposo nell’incontro con Dio. Questo è anzitutto l’Eucaristia: il nostro incontro con Dio, nella persona del suo Figlio, che, dopo aver assunto la carne dell’uomo, si fa cibo per l’uomo, spezzando il suo corpo per noi, versando il suo sangue per tutti.

Solo l’incontro con Dio, che nell’Eucaristia raggiunge la sua forma più piena, perché ci unisce corpo e sangue con lui, è in grado di saziare le nostre attese. Questo perché da quest’incontro, se vogliamo essere credibili, umanamente e nella fede, non possiamo non uscire trasformati a immagine di colui che viene ad abitare in noi: deificati, resi quindi capaci dell’amore stesso di Dio. Ed è questo il compimento del nostro desiderio: amare come ama Dio, come ci ha amato Gesù. Ne scaturisce un’immagine nuova dell’umanità, non divisa ma unita, non in lotta fratricida ma nel servizio fraterno, non alla ricerca del possesso ma propensa al dono. C’è un principio di novità assoluta nell’Eucaristia, in grado di trasformare le forme prevalenti degli assetti sociali. Nell’Eucaristia sta il seme per rigenerare il tessuto sociale perché sia più coeso, partecipato e corresponsabile, grazie a una cultura della condivisione che annulli barriere e non escluda nessuno. Se teniamo per noi i cinque pani e i due pesci, potremo senz’altro saziare la nostra fame, e anche questo solo temporaneamente, ma creeremmo anche frustrazioni, insofferenze, aspettative che condurrebbero a inevitabili angosce personali e a rovinose tensioni sociali; è la strada che conduce alle guerre. Abbiamo bisogno di superare queste prospettive deleterie; l’Eucaristia ci dice che la strada da prendere è quella indicata da Gesù: dono e condivisione. Su questa strada nessuno perde o viene privato di qualcosa, ma tutti trovano mutuo riconoscimento e il compiersi delle giuste attese. Vale per le nostre relazioni interpersonali, per gli assetti sociali, per le relazioni tra i popoli. Esclude il concetto stesso di guerra e ci fa vicini a ogni sofferenza.

Ma l’odierna solennità, ci pone di fronte all’Eucaristia perché ci educhiamo anche a nutrire un atteggiamento di profonda adorazione. Ne è segno la processione che conclude questo rito. È una prospettiva posta al centro della preghiera con cui si è aperta la nostra celebrazione: «Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue, per sentire sempre in noi i benefici della redenzione».

Proprio perché è il sacramento di cui viviamo, l’Eucaristia esige da noi un atteggiamento di riconoscimento e di lode, che riassumiamo nella parola “adorazione”. Anche qui dobbiamo lottare con una tendenza diffusa nella nostra cultura, quella a pensarci in termini di libertà senza limiti, di autosufficienza che non deve dipender da nulla. Eppure tutti sappiamo quanto fallaci siano queste prospettive, come nella vita ci si trovi a dover chinare tante volte il capo di fronte a poteri da nulla e a situazioni miserevoli e indegne dell’uomo.

Non dobbiamo invece temere di chinare la nostra fronte di fronte al pane e al vino che ci rendono realmente presente il sacrificio di Gesù, perché in questi segni misteriosi è contenuto il gesto più alto d’amore della storia umana: il Figlio di Dio ha perso la sua vita per ridonarla agli uomini. Fare di noi i servi di questo amore non è umiliazione, ma gloria. La presenza reale del Figlio di Dio tra noi merita la nostra umile docilità, l’omaggio del cuore e delle labbra, il piegarsi dell’intero nostro corpo, l’adorazione di tutta la nostra vita.

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze