Santuario della SS.ma Annunziata – Firenze Messa per la Giornata per la Vita

01-02-2009


 


 


 


OMELIA


 


1. Il primato della parola di Dio, da Mosè attraverso i profeti, fino a Gesù e grazie a lui a tutti noi è il percorso che ci invita a fare la liturgia della parola di questa quarta domenica del tempo ordinario..


Il primo passo di questo percorso vede come protagonista Mosè, cui Dio affida la sua parola e a questa comunicazione affida il compito di guidare il suo popolo dalla schiavitù alla libertà, attraverso l’esodo nel deserto. È lo stesso Mosè colui che ci parla a nome di Dio nella prima lettura che abbiamo ascoltato. È lui l’intermediario che il popolo ha chiesto, ma che prima di tutto Dio ha inviato, perché costituisse il legame tra lui e la gente, così che la presenza del Signore potesse giungere come grazia al suo popolo, come una parola che orienta nella vita, che indica una strada, che rende anche il deserto un territorio non ostile ma un luogo di purificazione e di rigenerazione.


Perché la parola di Dio possa giungere a noi secondo modalità che ne rendano possibile l’accoglienza ha bisogno di un mediatore umano, così che la nostra esistenza non resti schiacciata sotto il peso dell’alterità di Dio e di fronte all’evidenza cogente della sua verità. Incontrare la persona umana nella sua concretezza storica e nella sua libera volontà esige che questa parola assoluta prenda le forme di una parola umana, veicolata dalla fragilità di una testimonianza da riconoscere tra gli offuscamenti di un tempo, il tempo degli uomini, segnato dalla ferita del peccato e gravato dal male.


Questo compito affidato dapprima a Mosé, come egli stesso annuncia sarà poi affidato ai profeti, a coloro che parlano in nome di Dio, che ci richiamano alla fedeltà a lui, perché sono i difensori della sua alleanza con noi; coloro che nel tempo degli uomini tracciano un sentiero sicuro in mezzo al fluttuare delle opinioni e al riemergere delle idolatrie. Questo è stato Mosè, questi sono stati i profeti, questo soprattutto e definitivamente è Gesù, la cui parola, ci dice il brano evangelico, risuona con autorità inaudita nella sinagoga di Cafarnao. Questa stessa parola profetica risuona nella Chiesa, in quanto presenza viva nel tempo del Signore risorto, come richiamo fedele all’insegnamento di Gesù, capacità di giudicare le vicende degli uomini alla luce del suo Vangelo, parola che sconfigge il male e dona la vera libertà.


Questa parola risuona quest’oggi in questa Giornata dedicata ad affermare le ragioni della vita in una società che sembra volerne in molti modi offuscare l’autentico volto. Quest’anno in particolare ci è chiesto di riflettere e testimoniare a riguardo della ‘forza della vita nella sofferenza’. La debolezza del pensiero contemporaneo si traduce anche in una incapacità di affrontare le debolezze e le fragilità che in vari modi si manifestano lungo il percorso dell’esistenza. Eppure, ricordano i vescovi italiani, «la sofferenza appartiene al mistero dell’uomo e resta in parte imperscrutabile: solo ‘per Cristo e in Cristo si illumina l’enigma del dolore e della morte’ (GS 22)». Gli stessi vescovi nel loro messaggio per questa Giornata onorano il servizio reso dalle cure mediche nel cercare di alleviare le sofferenze; sottolineano in particolare come a tutti sia dato di contribuire a sostenere chi soffre con il farsi vicini, con affetto sincero e solidale; attirano l’attenzione sulla particolare condizione degli anziani, apprezzando le famiglie che non li abbandonano nonché il servizio dei collaboratori familiari, spesso donne provenienti da paesi stranieri; non dimenticano la fatica delle donne che in una gravidanza inattesa possono essere tentate di rifugiarsi nell’aborto se non trovano chi le sostenga e le accompagni fattivamente nei loro problemi; attirano soprattutto l’attenzione su chi oggi «chi vorrebbe rispondere a stati permanenti di sofferenza, reali o asseriti, reclamando forme più o meno esplicite di eutanasia»; i vescovi italiani ribadiscono «con serenità, ma anche con chiarezza, che si tratta di risposte false: la vita umana è un bene inviolabile e indisponibile, e non può mai essere legittimato e favorito l’abbandono delle cure, come pure ovviamente l’accanimento terapeutico, quando vengono meno ragionevoli prospettive di guarigione».


Tutte queste riflessioni si collocano su un piano di ragione, che può essere condiviso anche da chi non crede, ma riconosce il valore della persona umana e la dignità della sua vita. Così lo proponiamo a tutta la nostra società, perché sia un codice di comportamento condiviso a difesa dell’uomo nella fragilità.


Ciò considerato, dobbiamo però anche dire che a chi crede è data una prospettiva più profonda del problema del dolore e della sofferenza. Dicono ancora i vescovi: «La via della sofferenza si fa meno impervia se diventiamo consapevoli che è Cristo, il solo giusto, a portare la sofferenza con noi. [‘] Quando il peso della vita ci appare intollerabile, viene in nostro soccorso la virtù della fortezza. [‘] È sorretta e consolidata da Gesù Cristo, sofferente sulla croce, a tu per tu con il mistero del dolore e della morte. Il suo trionfo il terzo giorno, nella risurrezione, ci dimostra che nessuna sofferenza, per quanto grave, può prevalere sulla forza dell’amore e della vita».


In questo servizio alla verità la Chiesa, nei suoi profeti e in ciascuno di noi, si fa discepola del suo unico Maestro che, come ci ha narrato la pagina del vangelo secondo Marco, si manifesta nelle città della Galilea come una novità sconvolgente. La sua parola infatti appare dotata di una autorità mai vista. Ciò è di grande significato anche per l’oggi della parola della Chiesa, chiamata a una fedeltà al suo Signore che le impedisce di intimorirsi di fronte alle mentalità diffuse, alle mode imperanti, alle stanche ideologie dominanti, come pure ai vuoti di pensiero che il relativismo vorrebbe scambiassimo per spazi di libertà. L’alterità del Vangelo rispetto a tutto ciò, induce a una testimonianza coraggiosa, che non si ferma di fronte alle incomprensioni e agli ostracismi, ma sa che solo Dio è la sua roccia e a lui solo si deve obbedienza. Così pure la Chiesa sa che nella fedeltà al Vangelo è nascosta la radice di un potere innovatore del mondo che produce frutti di bene per tutti coloro che lo incontrano nel volto e nelle mani dei discepoli di Gesù. È questo un compito che diventa particolarmente arduo oggi sulle frontiere della difesa della vita, ma proprio questo lo rende particolarmente urgente e ci vede impegnati con fermezza.


 


X Giuseppe Betori


Arcivescovo di Firenze