Presentazione del Signore
Messa per la Giornata della Vita Consacrata

03-02-2009


 


L’odierna festività unisce in sé la celebrazione di uno dei misteri fondamentali della vita del Signore con un’attenzione specifica allo stato di vita consacrata nella Chiesa. Il primo di questi elementi illumina il secondo e da esso dobbiamo quindi trarre anzitutto luce.


E qui incontriamo un fatto a prima vista paradossale, perché nella presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme, così come viene letta dalle letture bibliche che ci sono state proposte, si incrociano due dimensioni dal punto di vista umano difficilmente conciliabili. L’ingresso di Gesù nel tempio viene infatti presentato da una parte come un gesto di offerta di sé che il Figlio di Dio, per il tramite di Giuseppe e Maria, fa al Padre; dall’altra, lo stesso avvenimento viene visto come la presa di possesso trionfale che il Figlio di Dio fa del tempio del Padre suo. Offerta e possesso sembrano tra loro due realtà in opposizione, eppure nel mistero della vita di Gesù diventano due volti di un unico atto.


Nel tempio di Gerusalemme il piccolo bambino Gesù, che viene offerto dai suoi genitori a Dio, inizia un percorso di vita che sarà tutto all’insegna della donazione di sé, che lo sradicherà dalla sua stessa famiglia per dedicarsi totalmente agli altri, donando loro non solo parole di verità e gesti prodigiosi di vita, ma la sua stessa esistenza, in una totale oblatività che troverà il suo compimento in una fedeltà fino alla fine, fino alla morte sulla croce. Il dono di Gesù non si esaurisce in una comunicazione di teneri sentimenti, ma porta con sé tutta la pesantezza della contraddizione degli uomini e si lascia segnare dal loro peccato, perché egli si offre non a uomini idealizzati, ma agli uomini concreti di questa terra, che dalla radice del loro peccato producono il frutto del rifiuto, dell’abbandono, dell’inimicizia, dell’annientamento. È quanto, con gli occhi dello Spirito, Simeone scorge dietro le fattezze dolci del bambino, spalancando a Maria e a Giuseppe la visione di una strada di salvezza che passa per il segno della contraddizione e per la sofferenza della croce.


Eppure questo dono, che inizia nel sangue dei sacrifici del tempio per concludersi nel sangue della croce del Golgota, è al tempo stesso il mezzo mediante il quale Dio, nel suo Figlio, torna a prendere possesso del suo tempio, riempiendolo della sua presenza. La profezia di Michea si avvera e Dio, colui che è la meta nascosta e spesso ignara di ogni nostra ricerca, si fa vicino, entra nella casa umana che gli abbiamo preparato e ci si fa incontro. Questa risposta di pienezza alle nostre attese risplende negli atteggiamenti di Simeone e di Anna nella pagina evangelica. Eppure già nelle parole del profeta, come in quelle dell’apostolo e nella narrazione di Luca l’irruzione potente di Dio nell’umano non è senza ferite e senza dolore: si parla di purificazione e affinamento, segno di contraddizione e spada che trafigge. Sono parole che prendono tutta la loro consistenza non appena riflettiamo sul fatto che proprio con la venuta del Signore Gesù l’abitazione nuova di Dio non è più un tempio fatto da mani di uomo ma quel tempio rinnovato dallo Spirito del Risorto che è la persona dei suoi discepoli, ciascuno di noi. Il possesso di Gesù del tempio dei credenti avviene tramite una trasformazione che ci chiede di farci partecipi della sua Pasqua di morte e risurrezione. E così la logica del dono come annientamento di sé si congiunge con la logica della presenza potente di un Dio che ci salva attraverso la morte, sua e nostra.


Offerta e possesso possono ben essere due chiavi di lettura del senso della vita consacrata, considerando che il dono di sé, che ogni consacrato è chiamato a vivere, si compie in quella morte di noi stessi con cui ci uniamo alla morte di Gesù, e quindi facciamo spazio al suo potere nella nostra vita, così da diventare noi stessi segno di salvezza per i fratelli.


Di questo dono e di questa trasparente presenza come Chiesa esprimiamo gratitudine quest’oggi in ciascuno di voi, cari fratelli e care sorelle. Ce lo ricordano anche i vescovi italiani, che nel loro messaggio per questa Giornata, ispirato all’anno paolino, affermano: «è il Signore a irrompere nella storia dell’uomo, chiamandolo ad appartenergli completamente. Proprio così, in modo straordinario sulla via di Damasco, il Signore Gesù ha folgorato e conquistato (cfr. Fil 3,12) Saulo di Tarso. Nella luce abbagliante dell’incontro con Cristo, il consacrato è chiamato a vivere tutta la sua esistenza fino a poter dire: ‘Cristo vive in me’».


Su questa identità si costruisce una testimonianza viva dei consigli evangelici, che aiuti l’intera Chiesa a orientare la propria esistenza all’immagine stessa di Cristo. È una testimonianza da offrire con fedeltà, e qui il nostro pensiero va soprattutto a quanti e quante fra voi celebrano in questo anno una ricorrenza giubilare della propria professione religiosa; nell’odierna celebrazione li accompagniamo con particolari felicitazioni e sentimenti di gratitudine, e li circondiamo con le nostre preghiere.


I vescovi, sempre riferendosi alla figura dell’apostolo ci ricordano che «Paolo arriva alla certezza che nulla potrà mai separarlo e separarci da questo amore [l’amore di Cristo]: la vita consacrata diventa così ‘epifania dell’amore di Dio nel mondo’ (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Vita consecrata, cap. III). Questo amore appassionato di Gesù suscita una risposta totalizzante da parte del consacrato nella reciprocità amicale e sponsale: ‘Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura’ (Fil 3,8). ‘Per me il vivere è Cristo’ (Fil 1,21). È proprio in questa luce che si devono comprendere i voti religiosi. San Paolo è modello di obbedienza allo Spirito e anche agli apostoli e agli anziani (cfr. At 15,2), sceglie una vita povera e dedita al lavoro intenso per non essere di peso ad alcuno, vive nel celibato consacrato per essere totalmente dedito al Signore e alla comunità, si dona con tutte le sue forze alla missione dell’evangelizzazione in mezzo a molte tribolazioni (cfr. 1Ts 2,2)».


Faccio mio l’auspicio con cui i vescovi chiudono il loro messaggio: «Questa Giornata sia per tutti i consacrati e le consacrate l’occasione per rinnovare l’offerta totale di sé al Signore nel generoso servizio ai poveri, secondo il carisma dell’Istituto di appartenenza. Le comunità monastiche e religiose siano oasi nelle quali si vive il primato assoluto di Dio, della sua gloria e del suo amore, nella gioia della comunione fraterna e nella dedizione appassionata ai poveri, agli ultimi, ai sofferenti nel corpo e nello spirito». Su questi voti, che sono al tempo stesso propositi, invochiamo l’intercessione di Maria, di tutti i santi della Chiesa fiorentina e di quelli che vengono venerati come fondatori e testimoni dei vostri carismi.


 


X Giuseppe Betori


Arcivescovo di Firenze