Ospedale San Giovanni di Dio a Torregalli

10 marzo 2009, Festa di San Giovanni di Dio
10-03-2009


 


 


 


 


1. Le letture bibliche di questa liturgia in onore del grande santo della cura dei malati, San Giovanni di Dio, si concentrano tutte attorno al tema della carità come tratto distintivo del credente. La vera religiosità, secondo le parole del profeta Isaia, si traduce in una concreta e amorevole attenzione verso i più deboli, attraverso forme fattive di condivisione. La ricerca di rapporti di giustizia, l’impegno a instaurare condizioni di libertà per ogni uomo, si accompagna alla cura di coloro che, a causa delle condizioni sociali e personali, si trovano nel bisogno.


In questa prassi di amore verso il prossimo si colloca il nostro incontro con Dio, che si rivela a noi, rispondendo ‘Eccomi!’ alla nostra invocazione di aiuto. In questa ottica emerge come nella fede biblica la dimensione spirituale si unisca a quella storica, raggiungendo la sua concretezza nella cura che si presta alla persona umana nella sua interezza, spirito e corpo, da nutrire, curare, sostenere nei momenti di crisi, mai abbandonare e privare del dovuto soccorso, secondo scienza e coscienza, come suona l’imperativo medico.


2. Alla radice di questo atteggiamento dei cristiani non sta semplicemente una indistinta solidarietà, un vago umanitarismo, una pur nobile filantropia. La lettera di Giovanni ci rivela infatti che la radice dell’amore fraterno per i cristiani è nell’amore stesso di Dio, così come si è rivelato a noi nella vita di Gesù offerta per tutti gli uomini. Il vero volto dell’amore, cioè l’amore stesso di Dio, ci è infatti apparso sul volto di Cristo, che offre la sua vita per noi sulla croce, riscattando in quel gesto anche il mistero del dolore umano e offrendo un significato alla stessa sofferenza.


Ma quel che più colpisce nelle parole dell’apostolo è da una parte il richiamo alla concretezza della carità, all’amare con i fatti e non con le parole, contro ogni visione alienante della fede, e dall’altra la constatazione che questa scelta dei credenti di amare oltre ogni limite, con il dono totale di sé, è qualcosa che il mondo non accetta e che addirittura può portare all’odio verso i cristiani, perché scardina le logiche egoistiche su cui sono costruite le nostre società. Lo scandalo dell’amore, quello di Cristo anzitutto e quello dei cristiani a sua imitazione, è una costante della storia dell’umanità, conseguenza ineliminabile fino alla fine dei tempi del mistero della presenza del male nella storia. Ma anche realtà da affrontare con la certezza che Cristo ha vinto il male e che questa vittoria può essere con lui condivisa da chi accetta di entrare nella sua logica di amore e di donazione di sé.


         3. Essenziale per convertire il nostro rapporto con gli altri a questa radicalità dell’amore è quanto ci illustra Gesù nel brano del vangelo, dove la novità del suo insegnamento non sta tanto nella particolarità delle azioni compiute dal samaritano, ma nel fatto che questi supera ogni barriera culturale, sociale, religiosa e umana per raggiungere con il suo gesto di amore un lontano, qualcuno che poteva essere considerato perfino un nemico. La carità cristiana non è lo spendere gesti d’amore verso il nostro prossimo, ma il farsi prossimo a ogni uomo che ha bisogno del nostro amore. C’è allora da interrogarci su chi siano oggi i più lontani verso cui estendere i confini della prossimità, perché da essa nessuno sia escluso. Probabilmente essi oggi assumono i volti di persone da noi distanti per lingua, etnia e cultura, ma anche quelli misteriosi del bambino ancora non nato e perfino dell’embrione umano, di cui qualcuno pensa di potersi servire, quasi fosse una vita meno degna della nostra, oppure infine delle persone che versano in condizioni di malattia o menomazione grave che impedisce la piena relazionalità, ma non per questo meno persone e quindi meno degne di cura.


         4. Tutto ciò richiede una profonda conversione del cuore. Non a caso l’esempio di carità proposto da San Giovanni di Dio prende le mosse da un pentimento che, all’ascolto della predicazione del Beato Giovanni d’Avila, si manifesta in lui rispetto alla vita vissuta nei suoi primi quarantaquattro anni. Solo invocando e sperimentando la misericordia di Dio il suo cuore si fece capace di accogliere le miserie degli uomini del suo tempo. Troviamo in questo un’importante indicazione su quale possa essere anche il percorso di una società più attenta ai bisogni dei poveri e dei sofferenti: solo una società riconciliata con Dio può generare comportamenti di vera carità verso i bisognosi. Ed è questo allontanamento da Dio che può spiegare come una città quale la nostra, da sempre attestata sui fronti dell’assistenza e del farsi carico della persona umana, abbia potuto subire ieri un affronto che ne vorrebbe smentire la natura. Ma siamo fiduciosi che ciò che possono aver pensato alcuni rappresentanti del popolo non potrà mai essere da questo stesso popolo accettato nel suo sinistro significato di esaltazione dell’abbandono della vita invece della sua cura. Affrontare questi temi non costituisce da parte nostra una invasione di campo nello spazio propriamente politico, ma difendere qui, come in tutti gli spazi della vita, valori fondamentali come la dignità della persona umana, il bene comune, la concordia e l’unità di una città.


         5. Altrettanto importante per noi è la testimonianza che San Giovanni di Dio ci offre nell’esercitare la carità verso i malati secondo principi organizzativi rispettosi della persona umana. Sappiamo come a lui si debbano decisive innovazioni nella cura dei malati, a cominciare dalla creazione di reparti a seconda delle malattie e dall’attenzione alle condizioni igieniche, anticipando canoni importanti della scienza dell’organizzazione sanitaria, mostrando con queste innovazioni come la carità cristiana va di pari passo con le forme più attente alle scienze. Altrettanto importante nelle modalità con cui San Giovanni di Dio organizzava gli ospedali è l’integrazione tra cura della persona e cura medicale: un tema questo di così tragica attualità nei nostri giorni.


6. Ancora mi sembra di dover sottolineare il fatto che il nostro Santo nel cercare di coinvolgere nei bisogni della sanità del tempo la società all’intorno, si preoccupava di mostrare come l’apertura del cuore che egli chiedeva andava a vantaggio soprattutto di coloro che donavano, che ricevevano nel dono che facevano ben di più di quanto offrivano agli sventurati nel bisogno. La famosa frase ‘Fate bene fratelli’, che diventò poi il nome stesso dei suoi seguaci, va infatti letta nella sua interezza: ‘Fate bene, fratelli, per amore di Dio, a voi stessi’. Fare del bene agli altri è infatti anzitutto fare il bene di se stessi, in quanto è nell’amore che diventiamo veri e giungiamo alla nostra perfezione. È questo anche l’auspicio che formulo verso tutti coloro che operano in questa struttura sanitaria: che possano percepire come il loro dedicarsi a chi è più debole è la strada grazie alla quale rafforzare se stessi e trovare significato vero per la propria vita.


+ Giuseppe Betori


Arcivescovo di Firenze