Messa in preparazione alla Pasqua
con i cattolici impegnati in ambito sociale e politico
San Salvatore al Vescovo
20 marzo 2026
Il capitolo 7 del Vangelo di Giovanni, che la liturgia di oggi ci presenta in forma abbreviata, descrive una situazione molto confusa, caratterizzata da una tensione crescente.
Gesù, a seguito della guarigione di un uomo in giorno di sabato (Gv 5) e della moltiplicazione dei pani e dei pesci con cui ha sfamato una grande folla di suoi ascoltatori (Gv 6), è diventato oggetto di contesa: da un lato fugge la folla che, presa dall’entusiasmo per il miracolo del pane, vuole farlo re; dall’altro deve nascondersi dai capi politico-religiosi che vogliono ucciderlo come trasgressore della legge e soprattutto perché temono la messa in discussione del loro potere.
Gesù è consapevole che non è il momento opportuno; ancora non è giunta la sua ora, non acconsente alla richiesta dei suoi fratelli che lo vorrebbero in Giudea a imporre trionfalmente la sua messianicità; solo in un secondo momento decide di andare a Gerusalemme per Sukkot, la Festa delle capanne, e sale al Tempio ad insegnare; si espone, ma non con segni grandiosi come avrebbero voluto i suoi.
Gesù resta così sullo sfondo, quasi ostaggio delle tensioni polarizzate che animavano la società e la politica gerosolimitane del tempo. La scena è ingombrata dalla confusione che regna fra il popolo e dalle trame omicide dei capi dei sacerdoti e dei farisei che diffondono un mainstream negativo su di lui (trasgredisce la legge, le sue opere vengono dal maligno). Colpisce nel racconto evangelico l’omni-pervasività dell’inganno e della violenza che tolgono letteralmente spazio all’azione di Gesù.
Dallo sfondo, tuttavia, Gesù ri-emerge come Colui che vive della relazione con Dio, con il Padre: “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lì ed egli mi ha mandato”.
Gesù recupera spazio di azione e di parola in una situazione in cui la sua persona è mortificata dalle logiche contrapposte del trionfo messianico e della ragion di Stato in forza di ciò che più profondamente caratterizza la sua persona. In forza, cioè, della sua origine, del senso della sua missione: la sua relazione con il Padre. In Gesù irrompe il mistero trinitario, il mistero di Dio che è Amore, di un Dio che tanto ama il mondo da mandare il Figlio non per giudicare il mondo ma perché in esso la vita sia abbondante e piena (Gv 3, 16-18).
Il mistero trinitario del Dio-Amore diventa, però, non solo l’orizzonte della storia umana, ma il metro di giudizio che noi dobbiamo adottare per prendere posizione nel momento della storia che ci è dato di vivere.
Ho voluto soffermarmi sul contrasto tra Gesù e il contesto caotico e violento descritto dal capitolo 7 di Giovanni, perché quest’ultimo rimanda – purtroppo assai immediatamente – al nostro tempo che è altrettanto segnato dalla confusione, dall’inganno e dalla violenza. Anzi oggi siamo “convinti” che la violenza e l’inganno siano l’unica realtà. I realisti, ecco il mainstream dei nostri giorni, ci dicono che la realtà delle relazioni interumane e internazionali è segnata inesorabilmente e unicamente dalla volontà di potenza, di prevaricazione e di far valere i propri interessi contro gli altri. Una visione parziale della realtà che così assolutizzata non solo diventa mistificatoria ma – purtroppo – realizza se stessa perché impedisce di ricorrere alla ricchezza dell’umano per risolvere le gravi questioni comuni e nega efficacia agli strumenti del dialogo e del diritto per dirimere le controversie e gestire la conflittualità. Ridurre l’uomo alla sua aggressività e agire di conseguenza appiattisce anche il discorso pubblico e mortifica la creatività politica, economica, sociale, culturale dei popoli. Gesù nel mezzo del conflitto delle prospettive del suo tempo (quella di chi aderisce ad un messianismo trionfalistico e quella di chi vuole perpetuare il suo potere con la violenza) attinge al mistero della sua persona vivendo – prima che parlando – della sua relazione con il Padre.
Nel contemplare Gesù che attinge alla sua relazione col Padre, noi – che abitiamo una polis confusa, smarrita e conflittuale – siamo chiamati prima di tutto a “rientrare in noi stessi”, a fermarsi a guardare la profondità della nostra persona e il suo mistero. Anche noi, infatti, a immagine di Gesù, figli nel Figlio, siamo, esistiamo, cresciamo in relazione al Dio-Amore che è all’origine della Vita, la sostiene ed è il nostro destino.
“Rientrare in se stessi” e scoprire nuovamente che il valore della nostra vita si svela, si orienta e si apre ad un compimento ulteriore, non è semplicemente una “pratica” coerente al tempo liturgico della quaresima ma – permettetemi di dirlo con una certa forza – è atto eminentemente politico in questo tempo di appiattimento, in cui la ricerca del bene comune è mortificata dalle dinamiche di un mercato senza morale cui è demandato il compito di forgiare le società che private di ogni criterio meta-politico diventano giocoforza società condizionate dalla violenza degli interessi di parte, oligarchici o nazionalistici. Dobbiamo recuperare e far recuperare fiducia sul fatto che la costruzione del bene comune – a partire dalle diverse prospettive e dalle diverse culture politiche – è apertura al futuro sulla base della centralità data oggi al valore infinito della persona umana, non quale valore astrattamente inteso ma incarnata in singole esistenze, anzi in singoli corpi.
Abbiamo bisogno di capire che ciascuno di noi e le persone che nelle loro relazioni familiari, lavorative, culturali, religiose costituiscono le comunità che serviamo, interconnesse con tutte le altre a livello mondiale, siamo più di ciò che mangiamo, compriamo, consumiamo, temiamo, siamo più del potere che esercitiamo. Potremmo ripetere con Tommaso d’Aquino che la nostra essenza è sempre qualcosa di più della nostra esistenza.
Senza la consapevolezza del valore infinito della propria persona e di quella di qualsiasi altro – quindi non disponibile alla strumentalizzazione, alla manipolazione o al sopruso – nessuno può essere autenticamente e interiormente libero. Senza questa libertà interiore difficilmente saremo in grado di lasciarci orientare nella nostra azione dal bene comune e non dalle logiche del potere fine a se stesso. Senza questa consapevolezza continueremo ad accettare che ci sono vite sacrificabili, che ci sono costi umani da accettare quale brutta anzi pessima ma inevitabile realtà.
La consapevolezza del valore infinito della persona umana deve, invece, esprimersi nella vita di ogni uomo e di ogni donna; del resto ogni cultura autenticamente umana esprime questo infinito valore della persona; la moderna cultura occidentale potrebbe, ad esempio, provare a prendere sul serio il secondo imperativo categorico di Kant che è del resto palesemente un’espressione secolarizzata del messaggio evangelico: “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”. Noi cristiani abbiamo la grazia di nutrire questa consapevolezza nella fiducia di rimanere in comunione con Gesù, nella fiducia cioè di vivere nel cuore della vita trinitaria di Dio.
Non è un caso che uno dei politici interiormente più liberi e quindi più coraggiosi che la storia della nostra città e della nostra nazione abbia avuto, il Sindaco Giorgio La Pira, fosse animato dal motto di san Tommaso d’Aquino “Contemplata aliis tradere”.
Una Parola, quella del Vangelo di oggi ma anche quella della prima lettura tratta dal Libro della Sapienza, che ci giudica, certamente! Ma non ci condanna. Anzi, non resistiamo a queste parole col nostro orgoglio e con la paura di cambiare o con l’auto-inganno di pensare di essere irriducibilmente appiattiti ed inariditi. Essa è, infatti, Parola di Vita: accolta ci ridona vita, ci rivitalizza. “Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14).
Proprio per questo la liturgia non è solo ascolto della Parola ma anche comunione nello “spezzare il pane”. Non solo le nostre orecchie, ma tutto il nostro essere ed il nostro stare insieme nel Suo Nome, che va oltre le differenze di orientamento politico e culturale, diventano sacramento integrale che rende possibile dissetarsi con quell’acqua che in noi diviene – se lo consentiamo – sorgente che zampilla per la vita eterna e nutre la nostra mente e le nostre azioni perché nel servizio agli uomini e alle donne che ci sono affidate, specialmente le persone più povere e oppresse, rendiamo maggior gloria a quel Dio che ci abita e nel quale viviamo.
