Annunciazione del Signore
Basilica Santissima Annunziata
25 marzo 2026
Nove mesi prima del Natale, mentre i profumi della primavera incipiente e la luce e il calore crescenti rallegrano il cuore, celebriamo la solennità dell’Annunciazione della nascita del Signore a Maria. Come sappiamo, nel Medio Evo Firenze e altre città facevano coincidere questo giorno con il Capodanno, nella convinzione giusta che qui e oggi c’è la scaturigine segreta ed efficace di una nuova vita, in tutti gli ambiti, sia della quotidianità personale che della convivenza civile. Tradizionalmente si pensa che anche Dante faccia cominciare il suo viaggio di rinascita della Divina Commedia proprio il 25 Marzo del 1300!
Sebbene questo mistero sia legato alla Vergine di Nazareth cui l’angelo Gabriele viene mandato da Dio, il centro della celebrazione odierna è comunque il Verbo che si fa carne, offrendosi come luogo di relazione fra l’umano e il divino e riassumendo così tutto il disegno d’amore di Dio per l’umanità.
Il mistero dell’Incarnazione è il mistero dell’impossibile che si fa possibile.
Si comincia da una impossibilità: “È impossibile che il sangue di tori e di capri elimini i peccati” (Eb 10,4). Queste parole della lettera agli ebrei sembrano proprio esprimere una situazione umanamente senza via d’uscita. L’Annunciazione avviene proprio per portare a tutta l’umanità, chiusa nel suo peccato, la buona notizia di una strada nuova poiché: “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). Questa nuova possibilità che si apre consiste nell’annuncio di una parola che si fa corpo: “un corpo mi hai preparato”, dice la lettera agli Ebrei. E’ l’Infinito che si fa “finito” affinché tutti veniamo “santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre” (Eb 10,10).
L’Incarnazione del Verbo pone nella storia dell’umanità un seme irreversibile di novità e trasformazione, come pregheremo nel prefazio: “la Vergine accolse nella fede la tua parola, e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della umanità nuova”. L’apostolo Giovanni medita a lungo la sua esperienza di contatto col Verbo della vita e così nella sua lettera esulta: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita” (1Gv 1,1). Nel Verbo della vita, udito, veduto, toccato, si manifesta pienamente il disegno di Dio e il grande compito dell’umanità è quello di lasciarvisi inondare per rispondere alla sua alta vocazione richiamata dalla seconda lettera di Pietro, quella cioè di diventare “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4), come anche nella preghiera Colletta abbiamo pregato: “concedi a noi, che adoriamo il mistero del nostro Redentore, vero Dio e vero uomo, di essere partecipi della sua vita immortale”.
Ma come si può compiere in noi l’impossibile?
Il paradigma dell’evento per noi è esattamente simile a quello che accade a Maria. L’angelo porta la Parola a Maria ed essa la accoglie in sé e genera il Verbo. Non ci sono prerequisiti per questo evento: ti raggiunge ovunque sei (Nazareth era un villaggio insignificante!). Maria era “vergine”: cioè è il vuoto assoluto, la totale rinuncia ad agire secondo i criteri umani (“Non conosco uomo”) per lasciare agire solo Dio che è puro dono. E dopo che l’angelo Gabriele annuncia la discesa dello Spirito Santo e l’azione della potenza adombrante di Dio tanto che “nulla è impossibile a Dio”, Maria risponde: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.
Questo era il Sì che Dio si aspettava dal profondo della sua creazione fin dall’eternità: è il Sì che dà inizio alle nozze fra Dio e l’umanità, il principio di un amore che sarà più forte della morte. Niente sarà più come prima.
Questo vangelo è il più ascoltato durante l’anno proprio perché la vita cristiana ha come principio e fine l’incarnazione del Verbo.
Infatti anche noi custodiamo nel profondo una dimensione del nostro essere verginale, mariano si potrebbe dire. Se anche noi ascoltiamo la Parola e l’accogliamo, attualizziamo col nostro “SI” quell’atto di fede che permette al Verbo di farsi carne in noi e di generare in noi il Figlio di Dio. La salvezza è proprio questo: compiere in ciascuno di noi col proprio SI quel mistero che si è compiuto in Maria col suo SI. Ed è la fede che fa questo: è la fede infatti che ci rende “vergini”, cioè ci svuota di ogni pretesa umana e, nella nostra incapacità, ci rende capaci di Dio. Lo Spirito Santo diventa il nuovo principio di vita, generando in noi Dio, facendo diventare ognuno “madre di Dio”. Quando ciò avviene, quando il vuoto umano è stato colmato dallo Spirito, allora nasce la vera gioia: “Rallegrati” perché “il Signore è con te” e tu sei “pieno di grazia”, cioè gravido del mistero di Dio che si fa in noi figlio, la verità del nostro Io, il futuro pieno.
Questo mistero di incarnazione del Verbo nel proprio essere mariano viene indicato da molti padri della fede e maestri spirituali. Per esempio, sant’Ambrogio nel De virginitate scrive: “Quando (un’anima) comincia a convertirsi viene chiamata Maria, riceve cioè il nome di colei che ha portato Cristo: è diventata un’anima che spiritualmente genera Cristo”. Mentre san Giovanni Crisostomo scrive: “Ogni anima porta in sé come in un grembo materno il Cristo”. Infine, san Luigi Maria de Monfort, colui che nel 1700 ha rilanciato la devozione mariana, scriveva: “Il principale dono che si acquista è la realizzazione quaggiù della vita di Maria nell’anima, in modo che non è più l’anima a vivere, ma Maria in lei; oppure l’anima di Maria diventa la sua, se così si può dire”. Più vicino a noi, anche padre Giovanni Vannucci così predicava ai suoi confratelli dell’ordine dei servi di Maria: “(Maria santissima) ci ha dato la Parola di Dio che è rivestita della sua carne, del suo sangue, della sua psiche, della sua realtà di donna ebrea, di donna di Nazareth, di fanciulla pura. Così anche noi dobbiamo saper dare agli uomini questa realtà dello Spirito Santo che genera l’uomo, il Figlio di Dio”.
E’ così dunque che anche noi come Maria diventiamo tempio di Dio ed è da questa verità che deve nascere in noi una sorta di venerazione religiosa per ogni uomo che potenzialmente è in sé e nella sua carne una ripresentazione del mistero dell’Incarnazione. Tutte le nostre relazioni non devono nascere tanto dalle nostre buone intenzioni o dai nostri buoni pensieri, ma da quella realtà di ordine spirituale che è la nostra chiamata a fare della nostra carne tempio di Dio. Soprattutto tutta la struttura della chiesa, il suo aspetto istituzionale e disciplinare “deve essere rivisitato dalla profonda consapevolezza costituita dal fatto che in ciascuno di noi c’è un elemento divino, irripetibile” (ancora padre Vannucci!). Come possiamo fare per non deformare il tempio di Dio che stiamo costruendo in mezzo all’umanità?
E’ la stessa sfida radicale che l’Incarnazione del Verbo e la Resurrezione del Signore Gesù ci mettono davanti, sfida che da una parte ha fatto tremare Acaz (“Non chiederò il segno, non voglio tentare il Signore”, Is 7,12) e dall’altra invece è stata assunta da Maria che è diventata “la vergine (che) concepirà e partorirà un figlio”. Quindi o si cede all’idea che Dio stia da una parte e il mondo dall’altra (Acaz) e così si persegue l’affermazione di se stessi e l’amore del potere che deformano il tempio di Dio e il vero volto dell’uomo, oppure si ammette che lo Spirito Santo può agire nel mondo fino a fecondare la storia col potere dell’amore. Perché davvero “nulla è impossibile a Dio”.
