Domenica delle Palme
Cattedrale di Santa Maria del Fiore
29 marzo 2026
Care sorelle, cari fratelli,
la celebrazione di oggi è ricca di gesti che rendono evidente che la liturgia è azione: l’agire di un popolo che risponde all’agire di Dio. La liturgia non parla solo alla nostra testa ma coinvolge tutto il nostro essere, anche i nostri sentimenti.
Prendiamoci dunque, in questa Settimana Santa, qualche ora di silenzio per cogliere, meditare e discernere i sentimenti e i pensieri suscitati da ciò che celebriamo. Siamo infatti chiamati a conformare i nostri sentimenti a quelli di Cristo Gesù (Fil 2, 5). È questo, tra l’altro, il fondamento del nuovo umanesimo cristiano di cui, proprio in questa cattedrale, ha parlato papa Francesco.
Accogliamo in noi i sentimenti provocati dalle azioni liturgiche e dall’ascolto prolungato della Parola di Dio di questa Domenica delle Palme. Si tratta di sentimenti non univoci, ma contrastanti; essi, infatti, ci rimandano – con certa sconcertante immediatezza – anche a quanto viviamo in questi ultimi anni e settimane: rigurgiti messianici violenti, condanne a morte pronunciate ed eseguite come mezzo per affermare il potere e manipolare il consenso; la guerra come strumento normale per affermare gli interessi nazionali o per dominare le tensioni internazionali, senza preoccuparsi di sacrificare miriadi di persone innocenti.
Gesù si identifica oggi e sempre nelle decine di migliaia di vittime delle guerre, delle carestie, dell’indifferenza, sacrificate da e per il potere politico ed economico di pochi.
Vorrei, allora, soffermarmi sul fatto di considerare la vita umana come qualcosa di sacrificabile. C’è una inusitata (anche se non certo nuova) sfrontataggine nell’esercizio del potere come violenza, la cui efficacia e strafottenza sembra misurarsi sull’impunità riguardo al dolore provocato alle “vittime collaterali”, siano esse civili uccisi in guerra, persone affamate da sanzioni unilaterali che assomigliano sempre di più ad assedi medievali o persone abbandonate ai loro destini nell’indifferenza generale.
Il potere che contempla i sacrifici umani, a tutti i livelli, si fa largo quando si restringe lo spazio del diritto. E tuttavia, la prevaricazione, la legge del più forte, il presunto equilibrio del terrore sono condizioni che oltre ad essere ingiuste, impediscono la liberazione di tutte le potenzialità dell’umano. Dobbiamo ricordarci, infatti, che l’allargamento dello spazio del diritto, a tutti i livelli, (dai rapporti interpersonali a quelli internazionali) è la condizione della pace, del progresso civile, della prosperità.
Di fronte a quanto succede intorno a noi e fra noi non dobbiamo perdere lucidità: non siamo immersi in un destino inesorabile. Occorre, fin da adesso, pensare ai fondamenti di un rinnovato sistema di convivenza mondiale fondato sulla giustizia e sulla legalità. Occorre tornare con coraggio alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che fonda il diritto umanitario, i patti costitutivi delle nazioni, il diritto internazionale. È condizione necessaria per vivere in maniera degna i giorni che ci sono stati assegnati e per aprirsi al futuro.
Vi è, di per sé, una dimensione evangelica profonda e radicale nella promozione intelligente e fattiva dei diritti dell’uomo.
Questa Settimana Santa non può che essere vissuta come appello alla conversione che ci fa compagni e compagne di ogni uomo e di ogni donna di buona volontà e oppositori e oppositrici di coloro che scelgono la via della morte, della guerra, della sopraffazione, dell’esercizio violento del potere che sacrifica la vita.
La liturgia di questa settimana, peraltro, ci mette in contatto con la radice teologica e la forza teologale delle scelte che siamo chiamati a fare e dei sentimenti che siamo invitati ad assumere: la Croce che rivela che in Gesù è assunta la vita di ogni vittima sacrificata. Siamo chiamati a scegliere tra le opzioni presentateci dal capitolo 25 del vangelo di Matteo: ero forestiero, nudo, affamato, carcerato, malato, indifeso!
Nell’identificazione del Crocifisso con ogni vittima, infatti, noi siamo davanti a Dio e al destino dell’umanità, al nostro stesso destino.
L’inno della lettera ai Filippesi ci introduce in questa profondità teologica: la croce non è infatti solo l’esito dell’esercizio violento di un potere che manipola e vuole perpetuare sé stesso uccidendo, ma è anche il frutto di una scelta divina. Dio è Colui che svuota sé stesso, assume la condizione di servo fino alla morte di Croce. Non c’è in Dio esaltazione che non proceda dalla scelta di farsi come l’ultima delle creature. I padri della Chiesa e la liturgia descrivono questo mistero nei termini dell’admirabile commercium: lo scambio fra la condizione divina e quella umana immersa nella violenza che permette alle creature umane di diventare Dio, di divinizzarsi, lasciandosi riconciliare da e in Cristo (2 Cor 5, 20).
Questa è la Resurrezione che celebriamo nella Settimana Santa. Cristo primizia di coloro che sono morti (cf. 1 Cor 15, 20-23), primogenito di molti fratelli (Rm 8,9). La Resurrezione è il modo con cui Dio abita la nostra storia e ci attende alla fine di essa. Non restiamo schiavi della morte, abbindolati dalla sua logica ingannatrice che appiattisce la nostra esistenza sulla paura e sul ripiegamento su noi stessi. La Resurrezione fiorisce nella storia. Riprendiamo coraggio e non lasciamoci ingannare da chi – qualcuno perfino nel nome di Gesù – promette salvezza per mezzo della guerra, vittorie senza adesione alla croce di Gesù.
