Omelia Messa Crismale

02-04-2026

Giovedì Santo – Messa Crismale

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

2 aprile 2026

La bellezza e il senso profondo della Messa crismale sono ben esplicitati nel prefazio della liturgia eucaristica che pregheremo fra poco: «Con l’unzione dello Spirito Santo hai costituito il Cristo tuo Figlio Pontefice della nuova ed eterna alleanza e hai voluto che il suo unico sacerdozio fosse perpetuato nella chiesa. Egli comunica il sacerdozio regale a tutto il popolo dei redenti, e con affetto di predilezione scegli alcuni tra i fratelli che, mediante l’imposizione delle mani, fa partecipi del suo ministero di salvezza. Tu vuoi che nel suo nome rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa pasquale, e, servi premurosi del tuo popolo, lo nutrano con la tua parola e lo santifichino con i sacramenti».

Le letture che abbiamo ascoltato vogliono aiutarci a prendere coscienza del dono ricevuto del sacerdozio, a lasciarci trasformare dalla grazia dello Spirito Santo per essere sempre più conformi all’immagine del Figlio e rendergli testimonianza nella fedeltà e nell’amore generoso.

Il capitolo 61 di Isaia, da cui è tratta la prima lettura, si presenta come un racconto di vocazione e di missione. L’affinità di questa pagina con i canti del servo del Signore ha indotto nel passato alcuni studiosi a scorgervi quasi un quinto canto. Il profeta interpreta il dono dello spirito con la categoria dell’unzione: “Lo spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione”. Il contesto ci permette di capire che si tratta di un’unzione sacerdotale perché orienta la persona chiamata all’annuncio della parola che era uno dei compiti fondamentali del sacerdozio. Il lieto annuncio, centrato soprattutto sul tema della libertà, è rivolto a un popolo che rischia di perdere la propria autocoscienza e la propria fede sotto il peso della sua frustrazione, al ritorno dell’esilio babilonese. Il testo parla di miseri, di cuori spezzati, di schiavi, di prigionieri, di afflitti. Come possiamo intuire da un confronto con i capitoli precedenti, gli oppressori non sono persone estranee al popolo d’Israele. Quando infatti il profeta parla del digiuno gradito al Signore si riferisce ai membri della casa di Giacobbe, dicendo loro: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?» (Is 58,6). Nel suo primo discorso nella sinagoga di Nazaret Gesù riprende questo testo e mostra in che modo Dio lo porta a compimento nella sua persona. Vogliamo metterci dunque in un ascolto ancora più attento e profondo della Parola di Dio, per contemplare la rivelazione del nuovo sacerdozio che Gesù è venuto a istituire e lasciarci attrarre dal suo esempio per vivere la nostra più vera identità come discepoli missionari, strumenti della sua liberazione.

Il testo di Isaia ci presenta tre immagini sulle quali possiamo brevemente sostare: una corona, l’olio di letizia, una veste di lode.

La prima immagine è quella della corona invece della cenere. La corona allude al regno che Gesù inaugura sedendo sul trono della croce, di cui ci parla anche la seconda lettura: «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli». L’anno di grazia che Gesù è venuto a proclamare inizia oggi, ogni qual volta noi ascoltiamo la sua voce, non induriamo il nostro cuore. Gli oli che tra poco benediremo ci ricordano le azioni liturgiche nelle quali Gesù si rende presente e unge noi preti insieme alle persone che affidiamo alla sua misericordia, perché tutti possiamo sentirci guardati con compassione da Lui, buon Samaritano, che si ferma, ci dona il suo tempo, si prende cura di noi e ci risolleva con la sua vicinanza e tenerezza.

La seconda immagine è quella dell’olio di letizia al posto dell’abito da lutto. Parlando di olio di letizia, il profeta fa riferimento a una profonda trasformazione che lo Spirito opera in noi. Colui che è unto diventa egli stesso olio di letizia. Si verifica qualcosa di simile a quanto avviene alla donna samaritana: «L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). Si tratta di quel dono debordante di cui facciamo esperienza quando ci sentiamo identificati con la missione e sperimentiamo la fedeltà alla nostra chiamata come un giogo soave e un carico leggero. Il tema della fedeltà è al centro della lettera apostolica che Papa Leone ha scritto in occasione del 60° anniversario dei decreti conciliari Optatam Totius e Presbyterorum Ordinis: “Una fedeltà che genera futuro”. Al numero 16, Papa Leone sviluppa il tema della fraternità sacerdotale: «La fraternità presbiterale va considerata pertanto come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con rinnovato vigore. In tal senso, molto si è fatto applicando le indicazioni di Presbyterorum Ordinis (cfr. n. 8), ma molto rimane da fare cominciando, ad esempio, dalla perequazione economica tra quanti servono parrocchie povere e coloro che svolgono il ministero in comunità benestanti. Va inoltre preso atto che, in parecchie nazioni e diocesi, non è ancora assicurata la necessaria previdenza per le malattie e l’anzianità. La cura reciproca, in particolare l’attenzione verso i confratelli più soli e isolati, nonché quelli infermi e anziani, non può essere considerata meno importante di quella nei confronti del popolo che ci è affidato. È questa una delle istanze fondamentali che ho raccomandato ai sacerdoti in occasione del loro recente Giubileo. Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?».

La terza immagine è quella di una veste di lode al posto di uno spirito mesto. Di nuovo il profeta allude a un vestito, un abito da indossare che sia espressione di un atteggiamento, di una convinzione interiore. Non si tratta semplicemente di dire le lodi o i vespri, ma di rivestirsi di lode, cioè di fare della vita una lode, offrendo i nostri corpi come sacrificio vivente nel culto spirituale (cf. Rom 12,1). Solo l’amore ci dona la vera gioia. Potremmo parafrasare la parola di Gesù dicendo che non c’è gioia più grande che dare la vita per i propri amici. Nel finale del racconto di Karen Blixen, Il pranzo di Babette, quando le due sorelle scoprono che la loro serva ha speso tutti i diecimila franchi per organizzare una festa per loro, sono costernate e le dicono: “Cara Babette, non dovevate dare via tutto quanto avevate per noi”. “Per voi?” replicò. “No, per me”. Si alzò dal ceppo e si fermò davanti alle sorelle, ritta. “Io sono una grande artista” disse. […] “E adesso sarete povera per tutta la vita, Babette?” “Povera?” disse Babette. Sorrise come a se stessa: “No, non sarò mai povera, ho detto che sono una grande artista. Un grande artista, madame, non è mai povero. Abbiamo qualcosa, madame, di cui gli altri non sanno nulla”.

Nel rinnovare le nostre promesse sacerdotali tra poco, noi ravviveremo il dono di Dio che è in noi mediante l’imposizione delle mani. Aiutaci Signore a credere che questo dono fa di noi dei grandi artisti, rendendoci idonei collaboratori delle meraviglie della tua opera di salvezza.