Omelia Domenica del Buon Pastore

26-04-2026

IV Domenica di Pasqua – Domenica del Buon Pastore

(At 2,14. 36-41 – Sal 22 (23) – 1Pt 2,20b-25, Gv 10,14)

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

26 aprile 2026

Come abbiamo appena ascoltato, Gesù, prima di identificare sé stesso come Pastore, afferma: «Io sono la porta» (Gv 10,7.9). È una parola carica di valore. La porta, per sua natura, è ciò che mette in rapporto spazi e persone: collega, unisce. Ma è anche ciò che interrompe la continuità di un recinto, di un muro, aprendo la realtà a un’altra realtà. Senza porte non vi sarebbe alcun movimento e, in effetti, non si darebbe alcuno spazio veramente umano. Una porta consente di entrare e di uscire. Identificandosi con questa realtà concreta, per noi così familiare – attraversiamo porte continuamente –, Gesù si presenta come presenza essenziale per le nostre vite. Come una porta aperta fa la differenza tra una prigione e una casa, così Gesù fa la differenza tra un vivere chiuso in sé stesso e un’esistenza aperta, spalancata, liberata. Gesù, con la sua vita, si presenta così come la grande porta che apre alla misericordia del Padre, al cuore stesso di Dio, permettendoci di entrare nella comunione con lui (cf. Gv 14,6; Ef 2,18). Ma proprio così Gesù rende possibile anche la fondamentale uscita. Infatti, come la porta interrompe la continuità di un recinto, così Cristo spezza i nostri orizzonti d’esistenza, altrimenti chiusi, spalancando una possibilità del tutto nuova: partecipare alla sua comunione col Padre, alla sua stessa vita aperta agli uomini e alle donne di ogni tempo (cf. Gv 17,21-23). Per questo passare per la porta che è Cristo, entrare nella sua vita, è sempre anche un uscire: partecipare alla sua missione, al suo uscire dal Mistero divino per farsi incontro all’uomo (cf. Gv 1,14; 3,16-17; Fil 2,6-8).

Gesù, inoltre, è anche il Pastore che, come abbiamo ascoltato, chiama le sue pecore per nome, una a una, personalmente. Esse riconoscono la sua voce e lo seguono, lasciandosi guidare da lui fuori dal recinto (Gv 10,3-4). Questa immagine descrive bene, caro Luca, anche il dono della tua vocazione sacerdotale, che ti porta oggi ad accogliere, con il tuo «sì», il sacramento che ti fa sacerdote di Gesù. Anche tu ti sei lasciato attrarre dal richiamo del Pastore e, riconoscendone la voce, ti sei lasciato condurre fuori da ciò che pensavi di te stesso. Attraversare ancora una volta questa porta, oggi, per lasciarti unire ancora più profondamente alla vita di Cristo, significa lasciare che si apra il recinto delle tue immagini e delle tue idee. Ti è donata così la libertà di percorrere, con Gesù e dietro a Gesù, un cammino che ti porta fuori e ti apre al mondo: un cammino pieno del desiderio di andare incontro, con lui, alle attese e ai bisogni dei nostri fratelli, di farti prossimo a chiunque. Tutti noi, già nel Battesimo, siamo stati chiamati a questo, come abbiamo ascoltato nella prima lettera di Pietro: «perché Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21).

Non si tratta soltanto di un esempio morale. Gesù stesso, lui stesso, con la sua persona, è l’esempio, l’ὑπογραμμὸν, la matrice e la manifestazione della nostra vera umanità (1Pt 2,21). Riconosciamo la voce di Gesù, Pastore buono, perché esprime la verità di noi, perché è più intima a noi di noi stessi: «tu autem eras interior intimo meo» (Confessiones III, 6, 11). Per questo possiamo seguirne le orme, scoprendo di desiderare anche noi, davanti alle ingiustizie e alle sofferenze che scuotono il mondo, di non voler «rispondere con insulti», di non «minacciare vendetta», ma, come Gesù, di affidarci al Padre che tutto «giudica con giustizia» (1Pt 2,23). Proprio lasciandoci attrarre dalla vita di Gesù, dalla voce del Pastore che ha parole all’altezza dei nostri bisogni più veri, anche le nostre esistenze diventano aperture, diventano porte, che spezzano la ripetitività del male, i circoli chiusi degli egoismi umani, l’abitudine alla violenza, alla guerra e al sopruso. Solo dove si spalanca la porta di un perdono senza condizioni, di un’accoglienza senza misura, di una disponibilità al dono di sé libera dal calcolo; solo quando in noi la vita stessa di Gesù si rende nuovamente presente fra gli uomini, allora le nostre storie e la grande storia sperimentano la decisiva apertura al bene, alla vera libertà e al pienamente umano. «Io sono la porta – ci dice Gesù –: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. […] Io sono venuto perché [gli uomini] abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,9-10).

È ciò che accade nel mattino di Pentecoste, quando la vita degli apostoli si spalanca definitivamente all’azione dello Spirito (At 2,1-11). Il loro entrare nella vita del Risorto, per il dono del suo Spirito, segna anche l’uscita fondamentale, l’aprirsi delle loro vite. Essi non appartengono più semplicemente a sé stessi; le loro esistenze sono ormai interamente rivolte a comunicare il perdono e lo Spirito di Cristo a ogni uomo (cf. Gv 20,21-23; At 1,8): «Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro» (At 2,39). Le stesse vite degli apostoli, come quelle di coloro che seguono la voce del Pastore, diventano così promessa di un bene possibile, reale, per tutti gli uomini di ogni tempo e luogo.

Concludo con l’immagine della porta del Battistero che splende davanti alla nostra Cattedrale: “Porta del Paradiso”, si dice, l’avrebbe chiamata Michelangelo, tanto è bella. Ma la bellezza stessa della porta realizzata dal Ghiberti – con tutto il finissimo lavoro di scultura e d’intaglio che ha richiesto – non è nulla, se paragonata alla bellezza di quanto opera il Signore nelle nostre vite, facendo di noi delle “porte del paradiso”: varchi di luce nell’oscurità, porte belle che spezzano la continuità banale del male. Caro Luca, quest’opera di Dio nella tua vita non si conclude certo oggi. Ricevendo la grazia del sacramento che ti fa suo sacerdote, questo tuo essere suo si intensifica, perché tu possa essere fra gli uomini “porta del Paradiso”: aperta sul Mistero di Dio, e attraverso la quale Dio stesso si apre agli uomini, perché abbiano la sua vita e l’abbiano in abbondanza.