Omelia Giornata del Malato
19-04-2026

Giornata del Malato

Chiesa di San Salvatore al Monte

19 aprile 2026

Fratelli e sorelle celebriamo oggi in questa terza domenica di Pasqua la Giornata diocesana del malato. Il fatto di aver posticipato al tempo pasquale questo evento per permettere una più agevole partecipazione alla celebrazione eucaristica delle persone malate, ci offre la possibilità di riflettere sulla vita nuova che viene dal dono dello Spirito del risorto e che si manifesta nelle opere di carità, in particolare quella di visitare i malati.

Il messaggio di Papa Leone per la XXXIV Giornata del Malato ha come titolo: «La compassione del samaritano, amare portando il dolore dell’altro» e prende spunto dalla parabola del buon Samaritano (Lc 10,25-37). La compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura, con Dio che ci dona il suo amore.

Il Vangelo di oggi ci invita a riflettere dapprima sulla relazione con Dio che si manifesta in Gesù risorto. Spesso anche noi, come i due discepoli sulla strada di Emmaus, siamo incapaci di riconoscerlo. L’ascolto della Parola di Dio e lo spezzare il pane alludono alla preghiera e ai sacramenti come a quei luoghi dove possiamo ricevere la luce per vincere la nostra cecità.

La frase di Gesù: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria” deve essere ben interpretata. Il rischio infatti è quello di pensare a un Dio da placare con un sacrificio di espiazione per le colpe commesse dall’umanità. La gloria di cui si parla nella Bibbia consiste nella rivelazione dell’amore di Dio. Potremmo allora parafrasare: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze perché l’amore di Dio fosse manifestato”. Bisognava che l’amore arrivasse fin là, fino ad affrontare l’odio, l’abbandono, la morte perché noi potessimo scoprire l’amore più grande: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Il verbo “bisognava” non vuole esprimere una esigenza di Dio, ma una necessità per noi. Perché noi potessimo scoprire fin dove arriva l’amore di Dio, che è talmente al di sopra dei nostri amori umani, talmente impensabile, nel vero senso del termine, bisognava che ci fosse rivelato e perché ci fosse rivelato doveva arrivare fin là.

Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti” (Papa Leone).

In un mondo affamato di pace, di giustizia, di rispetto della legalità, l’attenzione nei confronti della dignità dei malati è una testimonianza profetica concreta della forza dei piccoli gesti capaci di mettere un granello di polvere negli ingranaggi delle guerre che sembrano spesso inarrestabili. Nei versetti che seguono immediatamente il testo della Prima Lettera di Pietro che abbiamo ascoltato l’Apostolo precisa cosa significhi abbandonare la vuota condotta ereditata dai nostri padri:

Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna” (1 Pt 1,22-23). 

Il dono dello Spirito Santo che riceviamo nei sacramenti ci trasforma rendendoci capaci di amarci sinceramente come veri fratelli. «Gesù racconta che c’era un uomo ferito, a terra lungo la strada, che era stato assalito. Passarono diverse persone accanto a lui ma se ne andarono, non si fermarono. Erano persone con funzioni importanti nella società, che non avevano nel cuore l’amore per il bene comune. Non sono state capaci di perdere alcuni minuti per assistere il ferito o almeno per cercare aiuto. Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo» (Fratelli tutti, 63).

Il testo del Vangelo di oggi si conclude con i dui discepoli che tornano a Gerusalemme e si riuniscono agli Undici apostoli e agli altri discepoli. Condividendo la loro esperienza sono a loro volta confermati da quanto anche altri hanno visto e udito: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”.

«I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale» (Papa Leone, messaggio). Molte volte vivere la fedeltà alla missione di cura integrale delle persone malate chiede il coraggio della perseveranza. Come ci dice una bella storia.

Un giorno, un gruppo di rane organizzò una gara: chi sarebbe riuscita a salire in cima a una torre altissima? Tutte le rane del villaggio si radunarono per assistere all’impresa. La gara cominciò, e subito le rane iniziarono a saltare e arrampicarsi. Ma dal pubblico si alzarono voci: “È impossibile!”. “Non ce la faranno mai!”. “È troppo alta!”. “State perdendo tempo!”. Una dopo l’altra, molte rane iniziarono a scoraggiarsi, si fermarono e scesero. Solo una continuava a salire, instancabile, ostinata. La folla gridava ancora più forte: “Smettila ti farai male! “Scendi non serve a nulla!”. Ma quella rana continuava… finché incredibilmente raggiunse la cima della torre. Tutte le altre rane rimasero senza parole. Le chiesero: “Come hai fatto a resistere non hai sentito nessuno?” La rana non rispose era sorda e aveva pensato che tutte quelle voci la stessero incoraggiando.

Aiutaci Signore a essere sordi a quelle voci che frenano il nostro slancio di vivere la fede come Tu ci ha insegnato con uno stile di vicinanza, compassione e tenerezza.