Omelia Celebrazione Assemblea diocesana

25-05-2025

Celebrazione Assemblea pastorale diocesana

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

25 maggio 2025

Le parole del Vangelo di oggi sono la risposta di Gesù a una domanda posta dall’apostolo Giuda non l’Iscariota nel contesto dell’ultima cena: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Dietro questa domanda possiamo scorgere l’incomprensione dei discepoli che faticano ad accogliere Gesù in quel modo particolare di rivelarsi come Messia secondo le Scritture. Non a caso l’evangelista Giovanni presenta tre promesse del dono dello Spirito Santo, in analogia con i tre annunci della Passione che troviamo nei Sinottici. È interessante osservare un particolare che non si nota molto nella nostra traduzione del testo di oggi, ossia l’uso enfatico del pronome “lui”: “Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Si tratta di un pronome maschile (ekéinos) concordato stranamente con un sostantivo neutro (pneuma). Tutto ciò ha un risvolto teologico che intende evidenziare la natura dello Spirito che agisce come persona, non come forza generica. Potremmo lasciarci guidare nella riflessione dai verbi che l’evangelista utilizza per parlare dello Spirito Santo: insegnare, ricordare, consolare, inviare.

I primi due verbi vanno tenuti insieme. Lo Spirito insegna ogni cosa ricordando le parole di Gesù. La conversione sinodale e missionaria della Chiesa parte sempre dal coraggio di mettersi in ascolto della parola di Dio che trasforma il nostro modo di sentire, di pensare, di agire. “Se mi amaste vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me”. Siamo di fronte a un periodo ipotetico dell’irrealtà, ovvero a una proposizione condizionale in cui, non verificandosi la premessa, vengono meno anche le conseguenze. Dato che non vi rallegrate per il fatto che vado al Padre, significa che non mi amate!

Il rendiconto, la verifica, la valutazione dell’anno pastorale che facciamo nelle nostre assemblee di fine anno potrebbero condurci al pessimismo e alla lamentela, nel momento in cui vengono alla luce i nostri peccati e le nostre miserie. Il ricordo dell’atteggiamento di Gesù nei confronti dei peccatori, tuttavia, ci salva da queste pericolose derive e ci aiuta ad aprirci alla speranza nella sua forza che si serve della pietra scartata per farne la testata d’angolo. Lo Spirito ci ricorda che siamo amati di un amore fedele e incondizionato.

Il secondo verbo che descrive l’azione dello Spirito è quello di consolare. Il termine Paraclito, tenendo conto della sua etimologia, significa esattamente “chiamato accanto”. Lo Spirito è chiamato accanto a chi è solo, per stare con lui (con-solare). Il rito dell’istituzione dei ministeri di lettore, accolito e catechistica che celebreremo tra poco ci ricorda che il modo migliore per custodire il dono della fede è quello di trasmetterla agli altri, diventando noi stessi dei paracliti sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in noi (cf. 1 Pt 3,15). “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). “Consolando veniamo consolati”, come diceva Papa Francesco nell’ultimo capitolo di Evangelii Gaudium: “L’impegno dell’evangelizzazione arricchisce la mente ed il cuore, ci apre orizzonti spirituali, ci rende più sensibili per riconoscere l’azione dello Spirito, ci fa uscire dai nostri schemi spirituali limitati” (EG 272).

Sarebbe bello che ogni Vicariato potesse continuare la riflessione su come essere missionari laddove viviamo, impegnandosi a scrutare i segni dei tempi e a interpretarli alla luce del Vangelo.

Sono convinto che questo ci aiuterebbe a sentire la presenza del Signore sempre più vicina e a superare così gli ostacoli e le difficoltà nel cammino sinodale di cooperazione fra le parrocchie.

Il terzo verbo che caratterizza il dono dello Spirito è quello di “inviare”. Lo Spirito inviato dal Padre nel nome di Gesù scende ancora oggi su di noi per inviarci nel mondo. C’è uno stile che contraddistingue l’evangelizzatore sul quale Gesù insiste molto: “Ecco io vi mando come pecore in mezzo a lupi” (Mt 10,16). Per un cristiano gli avverbi sono più importanti dei verbi: il modo in cui fa le cose è più importante delle parole dette o delle opere realizzate. È questo il senso della frase: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”. (Gv 14,27). Siamo invitati ad accogliere la vera pace di Gesù per trasmetterla al mondo.

Il poeta tedesco Rilke abitò per un certo periodo a Parigi. Per andare all’Università percorreva ogni giorno, in compagnia di una sua amica francese, una strada molto frequentata. Un angolo di questa via era permanentemente occupato da una mendicante che chiedeva l’elemosina ai passanti. La donna sedeva sempre allo stesso posto, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo. Rilke non le dava mai nulla, mentre la sua compagna le donava spesso qualche moneta. Un giorno la giovane francese, meravigliata domandò al poeta: «Ma perché non dai mai nulla a quella poveretta?». «Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani», rispose il poeta. Il giorno dopo, Rilke arrivò con una splendida rosa appena sbocciata, la depose nella mano della mendicante e fece l’atto di andarsene. Allora accadde qualcosa d’inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardò il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell’uomo e la baciò.

Poi se ne andò stringendo la rosa al seno. Per una intera settimana nessuno la vide più. Ma otto giorni dopo, la mendicante era di nuovo seduta nel solito angolo della via. Silenziosa e immobile come sempre. «Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni in cui non ha ricevuto nulla?», chiese la giovane francese. «Della rosa», rispose il poeta.

Come la Samaritana, aiutaci Signore a lasciare le nostre anfore al pozzo per poter andare verso i nostri fratelli e sorelle, e dire loro: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto”. “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14).