II Domenica di Pasqua – Ordinazioni presbiterali

24-04-2022

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

24 aprile 2022

II Domenica di Pasqua – Ordinazioni presbiterali

[At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31]

OMELIA

 

Carissimi fratelli e sorelle, vorrei riflettere con voi, e in primo luogo con questi giovani, Àlvaro, Marco e Stefano, che chiedono di essere ordinati presbiteri, su alcuni caratteri del ministero del prete nel presente contesto ecclesiale e culturale. Lo facciamo con riferimento ad alcune indicazioni più volte proposte dall’insegnamento di Papa Francesco.

La prima indicazione che raccolgo è quella di essere preti per una “Chiesa in uscita”. Se fino a ieri il ministero pastorale poteva essere definito essenzialmente come cura della comunità – fino a designare il prete come il “curato” –, oggi, in tempi in cui le nostre comunità si sono fatte sempre più piccole nei numeri e soprattutto indebolite nelle appartenenze, sarebbe miopia, degna di una mentalità da ghetto, pensare che la nostra vita possa essere spesa nel tenere stretto il piccolo gregge ancora legato alla Chiesa, dimenticando che la maggioranza delle pecore sono disperse su strade diverse e piene di pericoli. Il carattere missionario diventa prevalente nel ministero.

Il prete di cui abbiamo bisogno, peraltro, non è qualcosa di nuovo, ma ripropone ciò che è stata la volontà di Gesù fin dall’inizio. Lo abbiamo ascoltato nella pagina del vangelo di Giovanni. Gesù risorto che porta la pace non propone ai discepoli di fare una bella esperienza di comunione tra loro e con lui, che li tenga protetti dal mondo. La parola di Gesù va in tutt’altra direzione: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Il Figlio che ha accolto la volontà del Padre immergendosi nella storia umana e facendo dono di sé all’umanità peccatrice, chiede ora ai suoi di fare altrettanto: farsi partecipi del mondo, condividerne vicende e attese, con un atteggiamento di dono, come testimoni del Crocifisso risorto, il Vivente che porta sulle mani e sul fianco i segni della passione e che, nella visione dell’Apocalisse, è rivestito dei segni della gloria e si presenta come il Signore della vita e della storia.

Nella vita e nella storia occorre collocarci, per rendere davvero incarnato il nostro ministero di preti, capaci di ascoltare e leggere le domande e le attese degli uomini e delle donne a cui siamo inviati. Solo così la nostra testimonianza li potrà raggiungere e la parola del Signore essere accolta come parola di vita. La conclusione del cap. 20 del vangelo di Giovanni non vale solo per lo scritto che nasce dalla testimonianza dell’apostolo, ma è indicativa anche per la testimonianza della Chiesa lungo i secoli: «perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31).

Proiettarci in uscita verso l’umanità non significa però aprire le porte alla nostra dispersione. Al contrario, proprio la missione chiede un’ancora più salda comunione, in una Chiesa “sinodale”, come oggi si dice. La parola di Dio che abbiamo ascoltato esprime questa consapevolezza con un semplice avverbio: «insieme» (At 5,12). Negli Atti degli Apostoli i credenti sono descritti nella loro unità come coloro che stanno insieme e in questo atteggiamento, pur stando in mezzo al popolo, esprimono una precisa identità. Altri testi dello stesso libro descriveranno la medesima realtà parlando di una Chiesa che vive la comunione, una comunione di ascolto, di preghiera e di carità.

In questa comunione si delineano poi diversi servizi e ministeri, tutti legati al ministero degli apostoli in cui trovano il loro radicamento. Una comunione in cui non ci si appiattisce in una omologazione indifferenziata, ma in cui la diversità dei doni dello Spirito si esprime nel comporre insieme contributi che arricchiscono nella loro varietà, con apporti anche dall’esterno della comunità, provocata a rispondere alle sfide della storia e del contesto sociale e religioso. Sta qui l’urgenza di una maggiore attenzione all’ascolto, sia all’interno che all’esterno della Chiesa, e di una più piena valorizzazione del ruolo di ciascuno nella comunità. È il senso profondo dello stile sinodale da dare alle nostre comunità, per cui anche qui c’è un cambiamento da apportare all’esercizio del ministero del presbitero, da vivere non più come la sintesi di tutti i ministeri, da attore protagonista primo se non addirittura unico della vita pastorale, ma come ministero della sintesi, da tessitore di relazioni nella vita comunitaria e promotore di servizi a vantaggio di tutti.

Il terzo e ultimo carattere del ministero che vi affido, cari Àlvaro, Marco e Stefano, è quello di far sì che la Chiesa mostri sempre più il volto di una madre colma di misericordia. Così era la Chiesa dei primi tempi come ci è stata descritta dal testo degli Atti. Il rapporto tra il gruppo dei discepoli di Gesù e il popolo si esprimeva con una polarità apparentemente irriducibile, ma che poi generava di fatto una grande fiducia: da una parte chi era fuori dalla Chiesa ne riconosceva la peculiare identità, il suo essere altro rispetto alle logiche mondane: «nessuno degli altri osava associarsi a loro» (At 5,13); al tempo stesso però questa identità non veniva percepita come estraneità ostile ma, al contrario, generava interesse e ammirazione: «il popolo li esaltava» (At 5,13). Da questa polarità scaturiva attrazione e venivano generati percorsi di conversione: «Sempre più venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne» (At 5,14).

All’interno di questa dinamica emerge come la fede si realizzi quale esperienza di misericordia. La comunità dei credenti è spazio di accoglienza delle sofferenze dell’uomo e di sanazione di esse: «La folla […] accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti» (At 5,16). Anche oggi la Chiesa deve potersi porre nel mondo come luogo in cui le fragilità e le sofferenze umane trovano ascolto, compagnia, condivisione, cura. Pastori di misericordia e non giudici dei fratelli, questi sono i preti di cui oggi abbiamo bisogno; pronti a comprendere fraternamente le debolezze perché coscienti delle proprie, dediti alla cura degli altri perché consapevoli di avere nelle proprie mani un dono di grazia che scaturisce dalla parola del Signore e dal suo fianco trafitto, i suoi sacramenti.

Cari Àlvaro, Marco e Stefano, nella preghiera di ordinazione chiederò al Signore che il Vangelo da voi predicato fruttifichi nel cuore degli uomini e raggiunga i confini della terra, che siate fedeli dispensatori della grazia nel farvi mediatori dei sacramenti e che la vostra preghiera sia intercessione di misericordia per il mondo. Ma perché tutto questo non sia vissuto come una funzione da adempiere, sarà fondamentale che adempiate quanto fra poco prometterete, cioè «essere sempre più uniti a Cristo, Sommo sacerdote, […] consacrando voi stessi a Dio insieme con lui per la salvezza di tutti gli uomini».

Perché la vostra vita si configuri ogni giorno di più a Cristo, preghiamo e pregheremo con voi e per voi.

 

Giuseppe card. Betori