Pasqua di Risurrezione

17-04-2022

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

17 aprile 2022

Pasqua di Risurrezione

[At 10,34a.37-43; Sal 117; 1Cor 5,6-8; Lc 24,1-12]

 

OMELIA

Lo Scoppio del Carro, che dà forma propria alla Pasqua fiorentina, è tornato in tutto il suo splendore e con la piena partecipazione del popolo. Ne siamo lieti perché questo ritorno indica una minore pressione della pandemia che da oltre due anni grava sulla nostra città, come sul Paese e sul mondo: un’attenuazione degli effetti della diffusione del virus, ma non ancora la sua scomparsa. Resti alta pertanto l’attenzione nell’osservare le norme precauzionali indicate da chi ha responsabilità nel governo della salute pubblica. Non va infatti dimenticato che il relativo miglioramento della situazione è frutto di tanti sacrifici, in particolare di chi opera nel sistema sanitario, e di comportamenti solidali che ci hanno tutti coinvolti, consapevoli che da questa crisi, come da tutte le crisi, se ne esce solo insieme, con ragionevolezza, responsabilità e spirito di condivisione. Vale poi ancora il monito del Santo Padre: «Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» (Omelia alla Santa Messa nella solennità di Pentecoste, 31 maggio 2020). Il patrimonio di compassione, di solidarietà, di sacrifici accumulato in questi anni non va disperso e deve tradursi in una conversione dei nostri comportamenti e della forma stessa degli assetti sociali e dei sistemi economici nell’ordine di una maggiore condivisione e attenzione ai deboli. Ma l’esperienza di questi anni è stata anche fondamentale per togliere il velo a molte ipocrisie, a smascherare molte falsità, a riportare lo sguardo sull’essenziale della vita e sulla sua verità.

Permettete allora che inviti tutti noi a fare questo tragitto verso l’essenziale e verso la verità anche nei riguardi del nostro Carro pasquale. Torniamo a contemplarlo nel suo festoso splendore ma con occhi rinnovati, con uno sguardo che ne colga il significato profondo, quello che non lo confonde con un qualsiasi evento folkloristico e lo segnala come un gesto di fede cristiana e di identità cittadina. Il fuoco che fa ardere il Carro di luci non è infatti un qualsiasi fuoco, ma il fuoco che, nella Veglia di questa notte, ha acceso il Cero pasquale, simbolo di Cristo stesso. La luce che il Carro irradia sulla città è un gesto che ripropone, in forma diversa, la consegna del fuoco nuovo della Pasqua a ciascuna casa, come accadeva a Pasqua a Gerusalemme e come fu ripetuto per alcuni secoli anche tra noi. Quella che facciamo brillare per tutti non è una qualsiasi luce prodotta da un qualsiasi fuoco. Il nostro non è uno spettacolo, uno spettacolo di fuochi, di scoppi e di bagliori, ma un’espressione di fede, che ribadisce come Cristo sia la luce della nostra vita e mostra come la città tutta – credenti e non credenti – possa attingere da lui e dal suo Vangelo l’orizzonte verso cui porre i suoi passi.

Abbiamo cantato questa notte: «La notte splenderà come il giorno, e sarà fonte di luce per la mia delizia. Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace». Sono parole che ci fanno comprendere che lasciarci illuminare da Cristo, da lui che è luce del mondo, può cambiare il volto del mondo e ricondurlo a concordia, fraternità e pace. Ne abbiamo bisogno in questi giorni segnati da odio e disprezzo, da ingiusta aggressione, da immane violenza, in specie nella terra di Ucraina. La pace è possibile, c’è una via che conduce alla pace ed è il sentiero tracciato da Gesù con la sua parola, con i suoi gesti di compassione e misericordia, con il dono di sé sulla croce.

Questo mistero d’amore – ci ha detto Pietro nel testo degli Atti degli apostoli – si pone come un giudizio sulla malvagità umana e al tempo stesso si offre come un percorso di redenzione. Lasciamoci sorprendere dalla forza dell’amore, come le donne al sepolcro. Nella luce del primo mattino vanno al sepolcro di Gesù per un gesto di pietà verso il suo corpo e ai loro cuori compassionevoli viene offerto nel segno del sepolcro vuoto e nelle parole di due uomini avvolti di luce l’annuncio della risurrezione di Cristo, di come l’amore ha vinto la morte. La morte, il male, la guerra non sono mostri invincibili: «Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa. […] Cristo mia speranza, è risorto».

L’Ucraina, la nostra Europa, il mondo invoca la vita e la pace e chiede come poterla sperare. Non sono le armi a poterla garantire, non sono gli equilibri geopolitici a poterla disegnare, non è la prepotenza o al contrario la paura a poterla favorire. La pace e un vita umana degna, per ciascun uomo e donna e per i popoli, può scaturire solo da cuori convertiti all’amore. Per questo il cammino da fare in questi giorni è anzitutto un cammino spirituale, in cui l’odio viene sconfitto dal riconoscimento dell’umanità dell’altro, secondo giustizia e libertà, nella fraternità che scaturisce dal confessare un unico Padre, il Creatore di tutti, e il medesimo fratello, Gesù Cristo, sacrificatosi per noi. Non è vero che la pace è impossibile. Essa è nelle mani di chi ama il mondo come il Padre e ama ciascuno di noi come ha fatto Gesù.

Dobbiamo e possiamo fare dell’umanità una «pasta nuova», che si lascia plasmare da sentimenti e atteggiamenti «di sincerità e verità» (1Cor 5,7.8), togliendo via dai cuori il «lievito vecchio, […] lievito di malizia e di perversità» (1Cor 5,8). E questo è possibile in quanto « Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!» (1Cor 5,7), e nel dono di sé ha posto le premesse della sua e nostra risurrezione. Scriveva Giorgio La Pira: «Se Cristo è realmente risorto – come lo è –, se la sua resurrezione gloriosa, pur essendo celeste, è anche terrena, la conseguenza è ineluttabile: gli eventi umani si collocano attorno a Lui – come attorno al loro centro – e si misurano con la forza divina di Lui». Il traguardo della storia non è il dominio degli uni sugli altri, la sopraffazione e la violenza lacerante tra i popoli, ma la loro unità nel regno di Dio. Questa certezza illumina i nostri cuori anche nelle tenebre del presente e orienta i nostri sforzi di pace, come comunione di figli di un unico Padre. Non si vince con la morte dei fratelli, ma in una ritrovata e giusta fraternità riconciliata.

La luce di Cristo, che irradia dal nostro Carro, penetri i nostri cuori e i cuori di tutti, li trasformi con il suo amore per dare vita a un mondo di pace, aperto alla speranza. Sia questa la nostra Pasqua.

 

Giuseppe card. Betori