Veglia Missionaria Diocesana

Parrocchia della Sacra Famiglia
22-10-2021

Parrocchia della Sacra Famiglia

Veglia Missionaria Diocesana

22 ottobre 2021

(Ger 1,9.11-12; At 4,13.18-20; Gv 1,19-28)

 

RIFLESSIONE

 

Questa Veglia si è sviluppata in tre momenti dedicati rispettivamente alla profezia, alla testimonianza e all’annuncio. Nel proporre la mia riflessione provo a rileggere la Parola che abbiamo ascoltato su questo triplice orizzonte, cercando di fare unità tra le letture: in ciascuna di esse risuonano, sia pure in modo diverso, tutti e tre i temi enunciati.

L’esperienza del Vangelo nasce dunque, dopo la chiamata che ci viene dal Signore, come missione profetica. Dio chiama per porre sulla nostra bocca la sua parola. Perché questo è profezia: il dono che ci viene fatto della parola, del pensiero di Dio che illumina e interpreta l’oggi della storia. La parola di Dio eterna si fa infatti parola storica incarnandosi nelle mutevoli condizioni delle vicende umane. Si è profeti non perché si ha una particolare visione del futuro, ma perché si è in grado di leggere il presente con gli occhi di Dio, e questo aiuta a individuare la strada verso il futuro che egli vuole, a denunciare il male in noi e attorno a noi, a indicare una via di salvezza, rassicurando della vicinanza di Dio.

È questa la missione che viene affidata a Geremia, la cui vocazione è accompagnata dal dono di una parola nuova, quella di Dio che sopperisce alla fragilità delle parole umane, e da uno sguardo penetrante, capace di cogliere il significato dei segni che accompagnano la vita dell’uomo e lo rendono certo della presenza amorevole e potente di Dio sulla storia. Altrettanto profetica è l’esperienza degli apostoli che abbiamo ascoltato dal libro degli Atti. Mentre il sinedrio continua ad essere cieco di fronte a quanto è accaduto nella Pasqua di Gesù, lo sguardo di fede che guida Pietro e Giovanni permette loro di scoprire nella morte e risurrezione di Gesù una sorgente di salvezza che va condivisa con tutti, e per questo essi non possono tacere. Infine, profetica è anche l’esistenza del Battista, capace di rileggere le profezie per scoprire il significato della sua missione e di quella di Gesù, collocando sé stesso a servizio della presenza vicina del Messia.

Oggi definiamo questo compito profetico anche con la parola discernimento. Ed è quanto il Papa più volte ci ha chiesto, rimproverandoci perché fatichiamo a prendere atto che siamo non in un tempo di cambiamenti, che potrebbero essere affrontati con semplici aggiustamenti, ma in un cambiamento d’epoca, che impone una risoluta correzione di rotta rispetto alle consuete modalità con cui finora ci siamo mossi nel nostro servizio al Vangelo.

La rotta nuova deve prendere atto della fine di un regime di cristianità, in cui si poteva dire che tutti si fosse in qualche modo cristiani, per prendere atto che la fede è una piccola lampada negli scenari contemporanei, ma deve avere la forza del pugno di lievito nella pasta del mondo. Di qui il deciso orientamento a rileggere la vita pastorale non come mantenimento dell’esistente ma come coraggiosa avventura di evangelizzazione, di noi stessi e di un contesto che ha dimenticato di fatto il Vangelo. E questo in un orizzonte non più localistico, ma universale, come la condizione globalizzata del mondo sempre più impone e come la missione deve saper interpretare.

Questo orizzonte che unisce insieme discernimento ed evangelizzazione domina la scena del cammino sinodale che, a diversi livelli, viene proposto oggi alla nostra Chiesa, perché essa dia forma concreta alla sua natura comunionale. Ci è chiesto di discernere il nostro tempo, di farlo insieme, per poter essere efficaci annunciatori del Vangelo.

Al discernimento profetico abbiamo poi legato la testimonianza. Come essa debba incarnarsi lo apprendiamo ancora dalle letture bibliche. È nella parola di Dio che troviamo le tracce perché il nostro cammino nel tempo assuma i caratteri del servizio alla salvezza, così come Dio lo vuole da noi.

Nell’esperienza del profeta Geremia, vediamo come la sua missione abbia come presupposto una trasfigurazione della sua vita per essere trasparenza della parola che Dio gli affida. Alle obiezioni che Geremia oppone alla chiamata, legate alla sua giovane età e ai limiti della sua parola, Dio risponde ponendo la sua stessa parola sulla bocca del profeta e dotando il suo sguardo di una capacità nuova di comprensione della realtà. La persona di Geremia si fa messaggio del potere di Dio di rendere nuova la vita dell’uomo e diventa essa stessa una parola per i fratelli. Sta qui la natura della testimonianza: essere portatori non semplicemente di un messaggio, ma rendere presente con la propria vita l’annuncio di cui si è portatori. Non si è testimoni se non a partire da un’esperienza. Il testimone non annuncia ciò di cui ha sentito dire, ma ciò che egli stesso ha vissuto, di cui è stato partecipe. Lo vediamo anche negli apostoli: coloro che si poteva presumere fossero persone semplici e senza istruzione si rivelano colmi di coraggio e parresìa di fronte ai poteri di questo mondo, perché la parola di salvezza che essi annunciano é stata prima ancora l’esperienza che li ha trasformati, la loro sequela di Gesù, l’aver contemplato il Risorto. Non è da meno Giovanni il Battista la cui identità di precursore è la testimonianza che egli rende a Gesù che sta per venire, a cui egli si sottomette con umiltà, come deve fare ogni testimone, la cui missione non deve mai oscurare Colui di cui si fa testimone. E anch’egli fa scaturire la sua testimonianza da un’esperienza di essenzialità, in cui la sua vita è ricondotta alle radici dell’incontro con Dio, colui che si raggiunge uscendo dalla confusione del mondo per rigenerarsi nel deserto, là dove egli si mostra nel mistero di un fuoco che non consuma, come a Mosè, e fa vibrare la sua voce di sottile silenzio, come ad Elia.

Su questa strada deve porsi oggi la Chiesa, ricordando che il tesoro che le è affidato è sempre più grande di lei e che ella non risplende di luce propria ma solo del riflesso della luce che è Cristo. Questo deve aiutarci a mettere da parte ogni pretesa di egemonia o di assolutezza, per riconoscerci umili servitori del Signore in ascolto e obbedienza al suo Spirito.

Anche questo dobbiamo considerare nel Cammino sinodale che si apre. Essere coraggiosi ma umili testimoni ci permetterà di conseguire le tre opportunità che, secondo il Papa, il Cammino ci offre: «La prima è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare. Il Sinodo ci offre poi l’opportunità di diventare Chiesa dell’ascolto: di prenderci una pausa dai nostri ritmi, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare. Ascoltare lo Spirito nell’adorazione e nella preghiera. […] Ascoltare i fratelli e le sorelle sulle speranze e le crisi della fede nelle diverse zone del mondo, sulle urgenze di rinnovamento della vita pastorale […]. Infine, abbiamo l’opportunità di diventare una Chiesa della vicinanza. Torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Dio sempre ha operato così».

Infine la missione si fa annuncio. A questo è destinata la profezia, comunicazione del disegno di Dio sulla storia del popolo, parola di speranza perché la parola divina ha la forza di farsi storia nuova per il mondo. L’ultimo dei profeti, Giovanni, dà compimento alla propria missione annunciando in Gesù il Messia promesso, un annuncio che è al tempo stesso appello alla conversione, perché il Messia che viene possa essere accolto da un cuore liberato dai gravami del male. L’annuncio è anche la missione degli apostoli, a cui è affidato il compito di rivelare, con fortezza e coraggio, il modo con cui Dio ha voluto salvare il mondo nella vita, morte e risurrezione del proprio Figlio.

Sull’annuncio converge anche il Cammino sinodale a cui ci avviamo, perché l’ascolto, dello Spirito e dei fratelli, la partecipazione, con cui deve tradursi una comunione operativa, hanno come scopo la missione e l’evangelizzazione. Hanno scritto i vescovi italiani: «Il Cammino sinodale è un processo che si distenderà fino al Giubileo del 2025 per riscoprire il senso dell’essere comunità, il calore di una casa accogliente e l’arte della cura. Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”». E ancora: «Questo è il senso del nostro Cammino sinodale: ascoltare e condividere per portare a tutti la gioia del Vangelo. È il modo in cui i talenti di ciascuno, ma anche le sue fragilità, vengono a comporre un nuovo quadro in cui tutti hanno un volto inconfondibile. Una nuova società e una Chiesa rinnovata. Una Chiesa rinnovata per una nuova società».

Tutto questo in una prospettiva universale che guarda oltre i nostri confini e ci mette in comunione con tutte le Chiese e i popoli del mondo. A loro inviamo i nostri missionari, che oggi affidiamo nella preghiera allo sguardo e alla forza dello Spirito.

 

 

Giuseppe card. Betori