Solennità di Sant’Allucio

Pescia, Cattedrale di Maria Santissima Assunta in cielo e di San Giovanni Battista
24-10-2021

Pescia, Cattedrale di Maria Santissima Assunta in cielo e di San Giovanni Battista

24 ottobre 2021

Solennità di Sant’Allucio

(Sir 4,1-10; Sal 40; 1Pt 4,7-11; Lc 6,17-38)

 

OMELIA

La parola di Dio che abbiamo ascoltato illumina nella prospettiva della fede la figura di Sant’Allucio così come ci è stata consegnata dalla tradizione: un cristiano che, a partire da una fede profondamente radicata e quotidianamente nutrita, esercita la carità nella forma dell’ospitalità e della promozione della pace, come “provveditore dei poveri”.

Il testo del Siracide ci aiuta a collocare la testimonianza di Sant’Allucio nel contesto della riflessione che la parola biblica propone in ordine alla forma da dare alla vita umana. Essa diventa vita buona se è condotta secondo la luce che su di essa proietta la sapienza, ricordando che «ogni sapienza viene dal Signore» (Sir 1,1), scaturisce dalla sua parola e se ne fa esperienza non per nostra conquista, ma per un dono divino: «Il Signore stesso ha creato la sapienza, […] a ogni mortale l’ha donata con generosità, l’ha elargita a quelli che lo amano» (Sir 1,9-10). E il dono della sapienza si riversa sulle relazioni sociali, sul nostro legame con gli altri, con uno sguardo privilegiato verso i poveri. Di qui i moniti a non coltivare atteggiamenti in cui il povero potrebbe essere trascurato, privato del necessario, esasperato, respinto, ignorato. Tradotte in termini positivi le parole del sapiente chiedono apertura, attenzione, cordialità, accoglienza, cioè gli atteggiamenti che, secondo la tradizione, sono i tratti distintivi dell’“ospitaliere” Sant’Allucio.

Nel testo sapienziale colpisce in particolare il motivo per cui occorre guardarsi dagli atteggiamenti negativi lì elencati: perché se il povero, amareggiato nel profondo di sé, se ne rammarica, «il suo creatore ne esaudirà la preghiera» (Sir 1,6). C’è un Dio a cui tutti possono rivolgersi, perché è il creatore di tutti, che accoglie la voce del povero. Essere attenti ai poveri non si configura come una semplice solidarietà umana, ma è riconoscere che l’altro è mio fratello, perché siamo tutti figli di un unico Padre. La dimensione teologale della carità è così ben evidenziata. Lo testimonia anche Sant’Allucio, la cui azione di ospitalità e di soccorso era accompagnata da un’intensa vita spirituale, alimentata dall’Eucaristia.

Il testo del Siracide si conclude con tre esortazioni in positivo, che possiamo riassumere così: collocarsi con atteggiamento amabile e umile nel contesto sociale, essere attenti ai bisogni dei poveri e nella mitezza promuovere la pace, prendere le difese dei poveri di fronte a chi li opprime. Tutto si conclude unendo ai poveri gli orfani e le vedove, coloro che nella tradizione ebraica, insieme agli stranieri, sono sotto la particolare protezione di Dio e vanno quindi accolti e beneficati. Unirci a questa sollecitudine divina ci fa veri figli di Dio- E la figliolanza divina è partecipazione alla sua vita, alla sua santità, che nel nostro patrono rifulge di particolare esemplarità.

La dedizione di carità verso i poveri, che ammiriamo in Sant’Allucio e abbiamo accolto come esortazione dal libro del Siracide, viene collocata dalla lettera di San Pietro nell’orizzonte della fine dei tempi: «La fine di tutte le cose è vicina» (1Pt 4,7). Tutto diventa relativo di fronte al ritorno del Signore che darà compimento alla storia. Ne scaturiscono quattro indicazioni per vivere in questo tempo che passa, tutte e quattro, mi sembra, particolarmente attuali.

La prima è a essere «moderati e sobri» (1Pt 4,7), contro gli eccessi, a cui siamo indirizzati dalle tentazioni consumistiche, per dare invece la priorità a ciò che conta in uno stile di vita essenziale. Una prospettiva che si lega al costante richiamo del Papa a vivere nel creato con la responsabilità di chi se ne deve fare custode, evitando lo sfruttamento delle risorse. La sobrietà è richiamata da Pietro per dedicarci alla preghiera, cioè a tenere fisso lo sguardo su Dio nel nostro attraversare il tempo. Emerge sullo sfondo il richiamo di Gesù alla vigilanza: «Vegliate in ogni momento pregando» (Lc 21,36). E la prospettiva della vigilanza la si è incontrata nella lettera di Pietro quando ha esortato a “cingere i fianchi della mente”, cioè a convertire la nostra mentalità per essere spediti nel servizio, nel nostro pellegrinare in questo mondo (cfr. 1Pt 1,13).

Continua l’apostolo: «Conservate tra voi una carità fervente» (1Pt 4,8). L’appello all’amore fraterno ci ricorda che ad alimentare la carità verso i poveri deve essere un’esperienza di comunione nella Chiesa. Un’esperienza di fraternità che si fa anche esperienza di perdono. Parole particolarmente attuali per noi mentre ci avviamo nel Cammino sinodale che il Papa ci chiede, un cammino di ascolto reciproco come forma concreta di comunione in vista di una conversione ecclesiale che renda più trasparente la nostra testimonianza del Vangelo.

La terza indicazione che ci viene offerta è quella dell’ospitalità, esperienza particolarmente legata alla figura di Sant’Allucio, ma anch’essa particolarmente urgente oggi, sia nei confronti dei fratelli che fuggono da situazioni di miseria e violenza e chiedono di essere accolti tra noi, sia nei confronti di uomini e donne dalle molteplici storie e orientamenti che formano la società plurale del nostro tempo. Un’accoglienza reciproca, quella chiesta dalla lettera di Pietro – «Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri» (1Pt 4,9) –, perché tutti abbiamo bisogno di essere ospitati se, come ricorda altrove l’apostolo, siamo «come stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11) su questa terra.

Infine siamo esortati a mettere i doni di Dio a servizio dei fratelli. Torna l’immagine di una Chiesa come comunione, in cui si cresce insieme, anzi si cammina insieme, come dice la parola “sinodo”, edificandoci scambievolmente, in cui nessuno è solo destinatario e tutti si porta il proprio contributo all’edificazione comune. Temi particolarmente vivi per voi che avete appena concluso un tempo di memoria di fondazione come Chiesa locale e vi apprestate a vivere la Visita pastorale.

Qualche parola, per concludere, illuminata dal testo del vangelo di Luca, l’inizio del suo “discorso della pianura”, in cui l’evangelista offre la carta d’identità del discepolo di Gesù. Una pagina densa che, prima ancora delle parole di Gesù, ci propone il suo agire di guaritore delle infermità dell’umanità ferita. L’attesa dell’uomo trova in Gesù una vicinanza e una cura capaci di riportare speranza e vita. E in questo contesto risuonano le sue parole. Parole di consolazione, anzitutto, perché annunciano una beatitudine, che, in diverse forme – povertà, miseria, sofferenza, persecuzione –, è rivolta a coloro che si trovano nella povertà. Quale che sia la nostra condizione sociale, è la nostra collocazione verso i beni, verso le fragilità, verso le ostilità che ci pone accanto ai poveri, agli affamati, a quanti piangono e a quanti sono perseguitati e quindi partecipi della beatitudine. Essere o non essere conniventi con l’ingiustizia che domina il mondo, ci fa destinatari delle parole di Gesù, delle sue beatitudini e dei suoi guai. Sono scelte storiche che pesano sul volto della Chiesa e sulla coscienza di ciascuno di noi. Sant’Allucio fece con chiarezza e con impegno la sua scelta per i poveri.

Come pure egli offre a noi un modello esemplare di esercizio dell’amore fraterno, in cui il nemico non è più tale, ma siamo tutti creature di un unico Padre chiamati a costruire pace e comunione. È quanto propone il seguito della pagina evangelica, fino a quel vertice che stupisce e intimorisce, perché ci viene dato come misura del nostro agire il cuore stesso di Dio: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Non c’è misura umana bastevole a giustificarci, perché la nostra misura è solo Dio. Per questo non può bastarci che la santità, quella che oggi abbiamo contemplato nella vita di Sant’Allucio e quella a cui il Signore chiama, in mezzo a mille nostre fragilità, ciascuno di noi.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze