Solennità di San Giovanni Battista, patrono di Firenze

Cattedrale di Santa Maria del Fiore
24-06-2020

Solennità di San Giovanni Battista, patrono di Firenze

24 giugno 2020

(Is 49,1-6; Sal 138; At 13,22-26; Lc 1,57-66.80)

 

 

OMELIA

 

La festa odierna non è dedicata genericamente ad esaltare la figura di Giovanni il Battista, e neppure a proporre la testimonianza che scaturisce dal suo martirio, a cui è riservata una specifica memoria liturgica il 29 agosto. Oggi celebriamo la nascita del Precursore di Gesù, e la parola nascita evoca in noi attese e speranze, essendo ben consapevoli di come i giorni che viviamo abbiano bisogno di assumere il carattere di una nuova nascita per questa città e per il mondo.

Uscendo dall’angoscia dei mesi di crescente diffusione della pandemia, sentiamo il bisogno di ripensarci in modo nuovo, di staccare dal nostro passato, perché proprio il tempo delle limitazioni imposte dal contrasto alla circolazione del virus ha permesso di fare un discernimento – speriamo profondo quanto ce n’è bisogno – tra ciò che è davvero essenziale nella vita umana e ciò che invece l’appesantisce perché non appartiene alla sua autenticità. Troppe cose che sembravano irrinunciabili ci sono apparse vacue, e qui possiamo mettere tutto il mondo del consumismo, mentre di altre abbiamo capito quanto fossero indispensabili, e penso anzitutto alle relazioni tra le persone. Mi fermo qui, ma invito ciascuno a un esame di coscienza al riguardo: cosa ci è mancato e di che cosa non abbiamo sentito la mancanza? Se fatto con sincerità, questo esame dovrebbe condurci alla nostra vera identità di uomini e di donne, al nostro nome, per dirla al modo di Isaia e di Luca.

Perché a ciascuno di noi è dato un nome, un’identità che è anche una missione. Scoprirla decide della nostra felicità. Il tema dell’imposizione del nome collega tra loro il testo del vangelo di Luca con la pagina del libro di Isaia, il secondo Canto del Servo, misteriosa figura profetica in cui si rispecchia anzitutto la vicenda di Gesù, ma che getta luce anche sulla figura del Battista e su quella dell’apostolo Paolo. Giovanni, come il Servo, ha un nome che scaturisce dal progetto di Dio su di lui, dalla chiamata che egli riceve prima ancora del suo concepimento, una vocazione di cui sono custodi i genitori, in particolare il padre, a cui l’angelo nel tempio ha rivelato la missione del figlio. Questa non si aggiunge all’esistenza, ma la precede e ne dà ragione: si esiste per uno scopo, per un compito, per una missione.

Vale per ciascuno di noi: riconoscere e vivere la nostra missione è condizione della nostra felicità. Vale anche per una città, per la nostra Firenze. Di questo era consapevole il venerabile Giorgio La Pira. Egli scriveva: «Firenze ha una propria universale missione nel sistema della civiltà umana e cristiana: essa inserisce, infatti, nel dinamismo così attivo del mondo moderno un elemento equilibratore di riposo, di bellezza, di contemplazione, di pace: essa costituisce per gli uomini di tutti i continenti come una riserva pura, un’oasi delicata, che ha per tutti un dono di elevazione, di proporzione, di misura. Ecco perché Firenze appartiene, in certo modo, a tutti i popoli e a tutte le genti». E perché queste parole non appaiano frutto di una visione lirica ma poco realistica, vi propongo di coniugarle con queste altre, sempre del nostro sindaco santo: «In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)».

Non pretendo che in queste frasi sia rintracciabile tutto il contenuto di un progetto di rinascita della città, ma certamente buona parte di esso. Lo scandiscono parole che difficilmente altri si possono attribuire quale loro patrimonio, come invece possiamo fare noi fiorentini: riposo, bellezza, contemplazione, pace, elevazione, proporzione, misura. E tutto intrecciato nella concretezza di religione, famiglia, lavoro, cultura e cura della persona. Questo edifica una comunità con una forma davvero umana, e quindi divina. Proviamo a passare al vaglio di queste dimensioni e di questi luoghi di vita le scelte urbanistiche, economiche, imprenditoriali, sociali che si dovranno fare nei prossimi mesi. Pronti a rinunciare a tutto ciò che magari può portare profitto, ma entra in conflitto con questi principi superiori, che sono i lineamenti del volto di Firenze.

Tra le parole di La Pira mi interroga particolarmente il riferimento alla misura, che ho sentito, fin dal mio primo giorno fiorentino, come la chiave con cui interpretare il genio di questa città. Guardate alla superba semplicità della cattedra episcopale da cui vi parlo, che si dice sia stata di Sant’Antonino Pierozzi. Proviamo allora a pensare agli eccessi da cui fuggire, nei comportamenti sociali, nella pur doveroso confronto dialettico, nel rapporto tra le persone e le cose, nel creare spazi di vita dignitosa per tutti. Misura non significa limitare il nostro desiderio, quanto piuttosto riconoscerne la giusta dimensione. Su questa strada auspico che tutti si possa ritrovare la misura dell’infinito, che è la misura del cuore dell’uomo e che fu il carattere della prospettiva di Filippo Brunelleschi, ciò che gli permise di osare, giusto seicento anni fa, il progetto di questa cupola, misurandola di braccio in braccio fino al cielo.

Nella parole di La Pira troviamo un altro contenuto già presente nel Canto del Servo, cioè la destinazione universale del messaggio di cui questi è portatore, fino alla conclusiva promessa divina: «Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6). Sembrerebbe fuori luogo una tale promessa, se si pensa che viene fatta a un profeta la cui missione si svolge tra gli ebrei deportati in Babilonia, eppure quanto egli è chiamato a svelare ai suoi fratelli profughi, nel progetto di Dio ha un valore che va al di là di Israele e si connette con le vicende di tutti i popoli, nel tempo in cui le terre del Vicino Oriente stanno per cambiare volto con l’arrivo dei Persiani, guidati da Ciro. Lo stesso vale per il Battista, la cui missione di predicazione della conversione, cioè di appello a che ciascuno ritrovi la propria verità, e di preparazione ad accogliere la venuta del Messia, cioè di riconoscimento della presenza di Dio nell’umano, costituisce una passaggio essenziale per il disegno di salvezza che il Padre sta per realizzare per il mondo nella persona del suo Figlio. Lo stesso vale per questa città, chiamata a una vocazione universale, a guardare oltre i propri confini, a sentirsi dono per tutti i popoli del mondo, segno permanente del valore dell’umano nella sua integralità.

In questi giorni abbiamo sperimentato come la nostra cultura abbia nel tempo dimenticato o sottostimato aspetti fondamentali dell’essere uomini, dal vivere di fronte alla morte fino all’esperienza di come la persona cresca mediante i legami e non seguendo i miraggi dell’individualismo. Per costruire una convivenza armonica abbiamo bisogno dei fondamentali dell’umano.

Non è cosa facile, occorre il coraggio della verità. Ne è consapevole il libro di Isaia, che ne offre un’immagine eloquente nella spada e nella freccia, tratte fuori dal luogo in cui sono riposte per ferire, perché la verità ferisce. Il Battista dovrà soffrire fino al martirio per il coraggio della verità e resta per noi perenne richiamo contro ogni compromesso e ogni cedimento al pensiero unico.

C’è un profondo bisogno di verità per questi nostri giorni, a riguardo della consistenza della persona, delle sue relazioni, di un progetto sociale. Solo la verità sull’uomo e sul mondo potrà dare fondamenta solide a un futuro sociale. Per riconoscerla abbiamo bisogno degli stessi atteggiamenti che furono dei vicini di Zaccaria e Elisabetta: meraviglia e timore di fronte ai segni di Dio, dialogo per un discernimento comunitario, custodia nel cuore della bellezza contemplata. Solo una comunità di uomini e donne spiritualmente più maturi, potrà generare una convivenza umana capace di frutti di verità, di bontà e di bellezza.

 

Giuseppe card. Betori