Festa della Beata Vergine delle Grazie

Boccadirio - Santuario della Beata Vergine delle Grazie
16-07-2020

Boccadirio – Santuario della Beata Vergine delle Grazie

Festa della Beata Vergine delle Grazie

16 luglio 2020

[Pr 8,32-35; Gdt 13,18-20; Gal 4,4-7; Lc 1,39-47]

 

 

OMELIA

 

La preghiera è la radice da cui è sorto questo santuario dedicato alla Vergine Maria. La storia ci narra infatti che alle sue origini ci fu la preghiera di due fanciulli, rivolta alla Vergine Maria, che offrì loro una risposta visibile alle invocazioni di protezione che le venivano rivolte e che la Madonna invitò a prolungare nella preghiera del popolo che si sarebbe radunato nella chiesa che si sarebbe dovuta erigere a questo scopo. Boccadirio nasce dalla preghiera e ha come meta la preghiera.

Quando preghiamo, la Vergine Maria si pone come mediatrice delle nostre parole, di lode o di invocazione, al Padre. Perché è Dio Padre il termine ultimo della nostra preghiera, lui da cui sgorga ogni grazia per l’umanità. Lo ha ricordato San Paolo nel testo della lettera ai Galati che abbiamo ascoltato. Tutta la preghiera dell’uomo si riassume in quella invocazione: «Abbà! Padre!» (Gal 4,6), che lo Spirito Santo innalza dal nostro cuore. Perché da soli, chiamare Dio con il nome di Padre sarebbe un atto avventato, perfino arrogante. Quale legame di figliolanza può esserci mai tra noi uomini peccatori e il Dio tutto Santo? Ma quel legame che l’uomo non può pretendere, invece ci è stato donato dal Figlio stesso di Dio che, riscattandoci dalla legge che non era in grado di liberarci dal peccato, ha fatto sì che «ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,5). Per grazia siamo figli di Dio, abitati quindi dal suo Spirito che ci pone in condizione di poter guardare a Dio come al «Padre nostro» (Mt 6,9), come Gesù stesso ci ha insegnato a chiamarlo, a invocarlo.

Ma proprio in questo dono di grazia con cui il Figlio unigenito di Dio ci rende figli adottivi ricompare la mediazione di Maria, perché Gesù ha potuto riscattarci solo in quanto egli stesso è divenuto parte della nostra umanità: «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Nascere dalla donna, dalla Vergine Maria, è la condizione per la quale il Figlio di Dio diventa tutt’uno con l’umanità da redimere e quindi ne diventa il Salvatore. La carne umana del Figlio di Dio si intesse nel grembo di Maria e lei diventa lo strumento di grazia con cui Dio si comunica all’umanità. Lo esprime la fede di noi fiorentini nel titolo con cui veneriamo Maria nel tempio della nostra cattedrale: Santa Maria del Fiore. Il Fiore è Gesù che sboccia dal grembo di Maria, misticamente significato dalla grande cupola che contiene il mistero della presenza di Dio tra gli uomini, la cupola che Filippo Brunelleschi inizio a edificare giusto seicento anni fa, sessanta anni prima dell’apparizione di Boccadirio.

Un mistero, quello del legame tra il Figlio e la Madre, che non ha a che fare soltanto con l’evento della nascita di Gesù, ma che accompagna per sempre il suo incontro con l’umanità. Egli ci viene incontro donato dalle mani di Maria, come esprime la bella immagine mariana di questo santuario, con la Vergine che ci offre il Bambino. Ma anche come esprimono le parole della prima lettura di questa liturgia in cui sembra di poter udire la voce di Maria che ci esorta a metterci in ascolto delle parole della Sapienza, che è Gesù. E il nostro pensiero non può non andare con molto dolore, come ha detto Papa Francesco, alla decisione della Turchia di riconvertire a moschea l’antica basilica cristiana di Costantinopoli, oggi Istanbul, la chiesa dedicata a Santa Sofia, cioè alla Sapienza Divina, Cristo Gesù.

Poiché Gesù è la Divina Sapienza, nelle Litanie lauretane invochiamo Maria con queste parole: “Sede della Sapienza”. Per cui, ogni volta che dovessimo perdere il nostro legame con Gesù, Sapienza della nostra vita, possiamo ricorrere a Maria per ritrovarlo.

Torniamo così a riflettere sul ruolo di mediazione che Maria svolge nella salvezza degli uomini. Lo esprime con chiarezza la preghiera mariana per eccellenza, l’“Ave Maria”. Nella sua prima parte in essa risuonano le parole dell’angelo, l’«Ave, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28) e poi quelle di Elisabetta, che abbiamo ascoltato nel brano evangelico: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (Lc 1,42). Ma poi, nella seconda parte, quando dalla lode si passa all’invocazione, ciò che chiediamo a Maria è che lei si faccia intercessione a nome nostro presso il Padre, fonte della misericordia: «Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte». È infatti dalla misericordia del Padre che possiamo attenderci il riscatto dal nostro peccato, nei giorni quotidiani della nostra vita e poi nella definitività dell’ultima nostra ora verso l’eternità.

Maria, oltre che nostra mediatrice verso il Padre, si offre a noi come figura esemplare di discepola, colei che non solo ci offre Gesù Sapienza, ma lascia trasparire in tutta la propria vita l’accoglienza della Sapienza. Maria è donna sapiente, anzitutto nella prontezza con cui, al momento dell’annuncio dell’angelo, consegna totalmente la propria esistenza al disegno di Dio. In una cultura pervasa dal mito dell’autonomia e dell’autodeterminazione, Maria ci ricorda che non c’è realizzazione più piena della nostra di quella che si offre alla volontà di Dio per noi. Dio non è il nemico della nostra libertà, ma colui che ce la rivela e ce ne rende possibile l’attuazione: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

L’adesione alla volontà di Dio va continuamente confermata e fatta crescere. E anche in questo Maria ci è di modello, come viene descritta nelle pagine evangeliche di fronte al mistero del suo Figlio: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Nel clima dispersivo e superficiale dei nostro giorni, è fondamentale questo richiamo all’interiorità, al cuore.

L’emergenza sanitaria di questi ultimi mesi ci ha costretti a limitare i nostri movimenti e quindi anche le nostre dispersioni. Sarebbe una grave perdita se pensassimo il nostro domani come un recupero del tempo perduto ancora nella direzione dell’uscire da sé. Abbiamo bisogno di convertire la forzata separatezza dei giorni passati in una ricchezza di interiorità, e di pensare alla ritrovata socialità non nei termini della confusione della folla ma in quelli del servizio fraterno. Esso è stato il segno più bello con cui sono stati circondati i malati e i sofferenti: si trasferisca ora a tutte le dimensioni sociali, mentre si prospettano non facili tempi per la vita economica. Maria è ancora modello di servizio, così come l’abbiamo ammirata nel vangelo nel suo andare in soccorso di Elisabetta. E nell’atto del servizio risplende la sua identità di Madre di Dio e l’identità del suo Figlio come nostro Signore. Così riconosciamo il Figlio e la Madre in questa celebrazione e ne invochiamo protezione e grazia.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze