Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio 54a Giornata Mondiale della Pace

Cattedrale S.Maria del Fiore
01-01-2021

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

1 gennaio 2021

Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio

54a Giornata Mondiale della Pace

[Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21]

 

OMELIA

Accanto al Bambino nella mangiatoia di Betlemme contempliamo oggi colei che lo ha dato alla luce. Il nuovo anno civile inizia per la Chiesa nel segno di Maria Madre di Dio.

Generare al mondo il Figlio di Dio è stato il compito che Dio Padre ha affidato a Maria. E se la venuta di Cristo nel mondo, come ci ha ricordato san Paolo, è «la pienezza del tempo» (Gal 4,4), Maria si colloca al centro di questa pienezza accanto al Figlio e, nell’umiltà della sua persona, svela la grandezza dell’umanità, resa da Dio strumento della salvezza del mondo.

È la missione di Maria, ma anche la nostra. Siamo noi, i discepoli di Gesù, a doverci fare ora nel mondo strumenti perché Cristo possa essere generato nella vita di ogni uomo.

Un mistero grande, questo, che chiede anzitutto che assumiamo l’atteggiamento di meditazione e di lode che caratterizza la grotta di Betlemme nei suoi protagonisti, Maria anzitutto, ma anche i pastori, presi dallo stupore di fronte alle grandi cose che Dio fa per gli uomini, destinatari del suo amore: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto» (Lc 2,19-20).

Gli angeli, apparendo ai pastori, invitano a riconoscere l’amore di Dio che è dono di pace. Inviando il suo Figlio, il Padre ci offre la riconciliazione, con sé e tra di noi: «sulla terra pace agli uomini, che egli [Dio] ama» (Lc 2,14).

E nel primo giorno dell’anno la Chiesa invita a celebrare la Giornata Mondiale della Pace, quest’anno la cinquantaquattresima, momento di riflessione e di preghiera per renderci consapevoli dei pericoli che minacciano la pace e individuare le strade da prendere per condividerla nel mondo.

Il Santo Padre, nel suo Messaggio, invita a far nostra la «cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto, dello scontro, oggi spesso prevalente» (Messaggio, n. 1). Di qui il titolo della Giornata “La cultura della cura come percorso di pace”. Un tema scelto, come sottolinea il Papa, anche alla luce delle esperienze maturate nel corso della pandemia causata dal Covid-19, nonché purtroppo perché «accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione» (Messaggio, n. 1).

Il Papa riprende anzitutto un’affermazione dell’enciclica Laudato si’ in cui sottolinea come già dalle prime pagine del libro della Genesi emerge «che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (Messaggio, n. 2; cit. di Laudato si’, n. 70). E il Papa ricorda anche come la cura dei deboli e la riduzione delle differenze sociali siano al centro del precetto del sabato, dell’istituzione dell’anno giubilare, della predicazione dei profeti, che annunciano però come i poveri abbiano chi si cura di loro, Dio.

La cura di Dio per i deboli giunge in pienezza nel suo Figlio, che nella sinagoga di Nazaret si presenta come colui che è «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Ricorda il Papa che, «nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37). Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte» (Messaggio, n. 4). Una missione, quella di Gesù, che si prolunga nella Chiesa, nelle relazioni fraterne fra i suoi membri, nel considerare le risorse a nostra disposizione destinate al bene comune.

Questo è al cuore della dottrina sociale della Chiesa, offerta «a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato» (Messaggio, n. 6). Il Papa propone questi criteri come una “bussola” per orientare il processo di globalizzazione in atto: «Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali» (Messaggio, n. 7).

E così conclude il Papa: «La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace» (Messaggio, n. 9).

Il contesto di pandemia in cui ci troviamo dà particolare attualità a queste parole. Anzitutto perché mostra come solo nella condivisione e nella presa in carico dei più deboli possiamo intravedere una speranza di salvezza per tutti. Ma anche perché rende evidente come siano estesi i legami tra gli uomini e tra noi e il creato, così che nessuno può pensare di isolare una regione dall’altra sulla terra, ma neanche un problema dall’altro, le malattie dalla fame e dalla guerra. C’è da scegliere: o isolarci, difenderci, erigere barriere mai del tutto impenetrabili, o prendere su di noi i problemi degli altri, impegnarsi per la cura soprattutto dei più deboli, per tenere insieme l’edificio del mondo, per evitare che i punti fragili del tessuto delle società portino alla lacerazione che tutti travolge. La questione della pace è questione di tutti e comincia dal prendersi cura gli uni degli altri, perché nessuno resti indietro, sia escluso, ritenuto uno scarto.

Affidiamo a Maria la causa della pace, a lei, Madre di Dio, modello nel conservare nel cuore il passaggio di Dio nella storia dell’umanità e nello scegliere secondo la volontà di Dio, che è volontà di amore e di inclusione, mai di esclusione. Maria ci porge il Bambino Gesù, invitando a riconoscere in lui il centro della storia, la luce profonda del tempo, il principio di ogni vero rinnovamento del mondo nell’amore e nella pace. Come lei si prende cura del Bambino, prendiamo anche noi cura dei nostri fratelli più fragili e con i pastori innalziamo al Dio dell’amore la gloria e la lode. Amen.

Giuseppe card. Betori