Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

08-12-2021

Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

8 dicembre 2021

Cattedrale di S. Maria del Fiore

[Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38]

 

 

OMELIA

Quanto ci è stato narrato dalla pagina della Genesi, che ha aperto la liturgia della parola, intende rivelarci come, a partire dal suo inizio, l’intera storia umana è segnata dal tentativo dell’uomo di separarsi da Dio e dalla sua volontà.

Presumere di farsi misura del bene e del male non è una scelta dei soli nostri progenitori, ma si ritrova nella vita degli uomini e delle donne di ogni tempo. Potremmo anche dire, senza troppe smentite, che caratterizza in modo speciale la cultura dominante nel nostro tempo, nella pretesa dell’uomo d’oggi di autodeterminarsi senza riferimenti, di autodefinirsi fino alla negazione di sé, di pensare la propria libertà come semplice esercizio del desiderio.

La totale autonomia dell’uomo significa assenza di Dio, sua negazione. Dove questo conduca ne è memoria vivente il nostro cardinale Ernest Simoni, che oggi festeggiamo a cinque anni dalla sua creazione a cardinale della Chiesa cattolica, egli che ha sofferto dure prove a causa del regime ateo che si era impadronito del suo paese. Da quel regime non scaturì soltanto la persecuzione della Chiesa, con numerosi martiri tra cui il cardinale Ernest va annoverato, ma anche la distruzione della dignità della persona e la massificazione sociale, annientando ogni vera libertà.

Ogni volta che si perde Dio, si perde anche l’uomo, e questo può avvenire con l’esplodere della violenza ma anche sotto le forme suasive di un pensiero omologante. Non soffriremo magari la persecuzione, ma rischiamo oggi la cattura o il silenziamento, come quando addirittura si negano i fatti. È quanto si tenta di fare con il Natale, che avrebbe dovuto essere oscurato da anonime “feste”, secondo alcuni burocrati europei. Ma non è solo il Figlio di Dio a dover cadere nell’anonimato, bensì anche l’identità della persona umana, uomini e donne.

Proprio questa presunzione di definirsi senza Dio o addirittura contro di lui è però ciò che ci mette a nudo, come nota il racconto genesiaco, fino a sfociare nella paura. Il peccato ci fa scoprire tutta la nostra fragilità, e l’angoscia prende facilmente il posto della protervia con cui ci si incammina su strade nostre che non sono le strade di Dio. Non è Dio a mettere paura all’uomo, ma siamo noi che ci mettiamo paura ogni volta che scopriamo come la nostra arroganza ci conduce sull’orlo dell’abisso. Lo sperimentiamo di fronte al potere distruttivo delle armi di cui ci dotiamo per prevalere l’uno sull’altro, ma anche di fronte alle minacce di squilibrio dell’armonia del cosmo avendo tradito la nostra vocazione a essere rispettosi custodi dell’ambiente, come da ultimo ci sta mostrando un invisibile virus che ha penetrato il mondo degli uomini provenendo da ambiti, siano essi animali o di laboratorio, che non abbiamo sufficientemente rispettato.

E ancora, il racconto della Genesi ci rammenta come ogni male nel mondo sia frutto di una complicità. Non ci si può pensare da soli, né nell’esperienza del bene, che tale è se è fonte di comunione, né nell’esperienza del male, che si genera nella complicità e si diffonde nella corresponsabilità. E anche questo aspetto assume oggi un particolare rilievo nel farci consapevoli, in un mondo sempre più globale, come ogni nostra azione o non azione ricade sull’esistenza degli altri attorno a noi.

Ma, infine, dobbiamo prendere atto che l’intero racconto che abbiamo ascoltato ci è stato sì proposto per ricordarci come il peccato segni negativamente la storia umana ma soprattutto per annunciarci che il peccato non possiede un potere indiscusso di vittoria sull’umanità. Dall’umanità, dalla donna nasce chi è in grado di schiacciare la testa del serpente, colui che vince il peccato. La pagina della Genesi denuncia il peccato ma al tempo stesso annuncia la salvezza. Si stagliano all’orizzonte la figura del Messia e quella di sua madre. Nella storia umana segnata dal peccato appaiono come luce di speranza Gesù e sua madre Maria.

Questo mistero di salvezza e di grazia viene riletto dall’apostolo Paolo nell’inno della lettera agli Efesini. La storia, che agli occhi dell’uomo è storia di limite e di peccato, agli occhi di Dio è governata dalla sua volontà d’amore. Questa volontà implica anzitutto che nessuno di noi sia frutto del caso, perché Dio ci ha voluti ancor prima della creazione del mondo e ci ha voluti perché avessimo come meta diventare figli suoi. Questa trasformazione dell’uomo peccatore in figlio amato è opera del Figlio di Dio unigenito, perché per mezzo suo il Padre ci ha donato la sua grazia, che ci ha colmati del suo amore fino a farci diventare rivelazione di lui, manifestazione della sua gloria, cioè del suo volto d’amore. Così l’umanità divisa dal peccato grazie a Cristo ritrova l’unità e la comunione, con Dio e come fratelli.

C’è un destino che Dio sogna per tutta l’umanità, ed è questa ritrovata intimità con lui, sconfiggendo il peccato che aveva posto in noi i semi dell’alienazione. Un destino offerto a tutti e, come ci dice il Vangelo, operante fin dall’inizio in Maria, lei che è la piena di grazia. La totale estraneità di Maria, fin dal suo concepimento, dalla condizione di peccato è quanto annuncia l’odierna solennità, ed è il segno di speranza che ci viene offerto, perché anche noi, aderendo al disegno di Dio, possiamo diventare partecipi della vittoria sul peccato. «Il Signore è con te» dice l’angelo a Maria, manifestando la sua radicale unione con Dio, senza alcuna ombra di peccato. Quell’espressione sia un invito rivolto a ciascuno di noi: «Il Signore sia con te», accogli cioè Dio nella tua vita, scaccia da te il peccato per far posto a lui e a lui solo. La vita cristiana prende forma alla luce della Vergine Maria.

 

Giuseppe card. Betori

 

8 dicembre 2021

Cattedrale di S. Maria del Fiore

[Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38]

 

 

OMELIA

Quanto ci è stato narrato dalla pagina della Genesi, che ha aperto la liturgia della parola, intende rivelarci come, a partire dal suo inizio, l’intera storia umana è segnata dal tentativo dell’uomo di separarsi da Dio e dalla sua volontà.

Presumere di farsi misura del bene e del male non è una scelta dei soli nostri progenitori, ma si ritrova nella vita degli uomini e delle donne di ogni tempo. Potremmo anche dire, senza troppe smentite, che caratterizza in modo speciale la cultura dominante nel nostro tempo, nella pretesa dell’uomo d’oggi di autodeterminarsi senza riferimenti, di autodefinirsi fino alla negazione di sé, di pensare la propria libertà come semplice esercizio del desiderio.

La totale autonomia dell’uomo significa assenza di Dio, sua negazione. Dove questo conduca ne è memoria vivente il nostro cardinale Ernest Simoni, che oggi festeggiamo a cinque anni dalla sua creazione a cardinale della Chiesa cattolica, egli che ha sofferto dure prove a causa del regime ateo che si era impadronito del suo paese. Da quel regime non scaturì soltanto la persecuzione della Chiesa, con numerosi martiri tra cui il cardinale Ernest va annoverato, ma anche la distruzione della dignità della persona e la massificazione sociale, annientando ogni vera libertà.

Ogni volta che si perde Dio, si perde anche l’uomo, e questo può avvenire con l’esplodere della violenza ma anche sotto le forme suasive di un pensiero omologante. Non soffriremo magari la persecuzione, ma rischiamo oggi la cattura o il silenziamento, come quando addirittura si negano i fatti. È quanto si tenta di fare con il Natale, che avrebbe dovuto essere oscurato da anonime “feste”, secondo alcuni burocrati europei. Ma non è solo il Figlio di Dio a dover cadere nell’anonimato, bensì anche l’identità della persona umana, uomini e donne.

Proprio questa presunzione di definirsi senza Dio o addirittura contro di lui è però ciò che ci mette a nudo, come nota il racconto genesiaco, fino a sfociare nella paura. Il peccato ci fa scoprire tutta la nostra fragilità, e l’angoscia prende facilmente il posto della protervia con cui ci si incammina su strade nostre che non sono le strade di Dio. Non è Dio a mettere paura all’uomo, ma siamo noi che ci mettiamo paura ogni volta che scopriamo come la nostra arroganza ci conduce sull’orlo dell’abisso. Lo sperimentiamo di fronte al potere distruttivo delle armi di cui ci dotiamo per prevalere l’uno sull’altro, ma anche di fronte alle minacce di squilibrio dell’armonia del cosmo avendo tradito la nostra vocazione a essere rispettosi custodi dell’ambiente, come da ultimo ci sta mostrando un invisibile virus che ha penetrato il mondo degli uomini provenendo da ambiti, siano essi animali o di laboratorio, che non abbiamo sufficientemente rispettato.

E ancora, il racconto della Genesi ci rammenta come ogni male nel mondo sia frutto di una complicità. Non ci si può pensare da soli, né nell’esperienza del bene, che tale è se è fonte di comunione, né nell’esperienza del male, che si genera nella complicità e si diffonde nella corresponsabilità. E anche questo aspetto assume oggi un particolare rilievo nel farci consapevoli, in un mondo sempre più globale, come ogni nostra azione o non azione ricade sull’esistenza degli altri attorno a noi.

Ma, infine, dobbiamo prendere atto che l’intero racconto che abbiamo ascoltato ci è stato sì proposto per ricordarci come il peccato segni negativamente la storia umana ma soprattutto per annunciarci che il peccato non possiede un potere indiscusso di vittoria sull’umanità. Dall’umanità, dalla donna nasce chi è in grado di schiacciare la testa del serpente, colui che vince il peccato. La pagina della Genesi denuncia il peccato ma al tempo stesso annuncia la salvezza. Si stagliano all’orizzonte la figura del Messia e quella di sua madre. Nella storia umana segnata dal peccato appaiono come luce di speranza Gesù e sua madre Maria.

Questo mistero di salvezza e di grazia viene riletto dall’apostolo Paolo nell’inno della lettera agli Efesini. La storia, che agli occhi dell’uomo è storia di limite e di peccato, agli occhi di Dio è governata dalla sua volontà d’amore. Questa volontà implica anzitutto che nessuno di noi sia frutto del caso, perché Dio ci ha voluti ancor prima della creazione del mondo e ci ha voluti perché avessimo come meta diventare figli suoi. Questa trasformazione dell’uomo peccatore in figlio amato è opera del Figlio di Dio unigenito, perché per mezzo suo il Padre ci ha donato la sua grazia, che ci ha colmati del suo amore fino a farci diventare rivelazione di lui, manifestazione della sua gloria, cioè del suo volto d’amore. Così l’umanità divisa dal peccato grazie a Cristo ritrova l’unità e la comunione, con Dio e come fratelli.

C’è un destino che Dio sogna per tutta l’umanità, ed è questa ritrovata intimità con lui, sconfiggendo il peccato che aveva posto in noi i semi dell’alienazione. Un destino offerto a tutti e, come ci dice il Vangelo, operante fin dall’inizio in Maria, lei che è la piena di grazia. La totale estraneità di Maria, fin dal suo concepimento, dalla condizione di peccato è quanto annuncia l’odierna solennità, ed è il segno di speranza che ci viene offerto, perché anche noi, aderendo al disegno di Dio, possiamo diventare partecipi della vittoria sul peccato. «Il Signore è con te» dice l’angelo a Maria, manifestando la sua radicale unione con Dio, senza alcuna ombra di peccato. Quell’espressione sia un invito rivolto a ciascuno di noi: «Il Signore sia con te», accogli cioè Dio nella tua vita, scaccia da te il peccato per far posto a lui e a lui solo. La vita cristiana prende forma alla luce della Vergine Maria.

 

Giuseppe card. Betori