Solennità della Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

08-12-2023

Solennità della Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

8 dicembre 2023

Cattedrale di S. Maria del Fiore

[Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38]

 

OMELIA

 

Dio cerca l’uomo da sempre, come narra il libro della Genesi: «Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”» (Gen 3,9). La struttura fondamentale dell’esistenza umana, quella che le pagine iniziali del testo sacro descrivono nella narrazione paradisiaca, vede al fondo della condizione della creatura l’impossibilità di sfuggire al rapporto con il Creatore, al dialogo con lui. Avere un dialogo con Dio è una condizione di fondo dell’esistenza umana. Non siamo chiusi in noi stessi, Avere un dialogo con Dio è una condizione di fondo dell’esistenza umana. Non siamo chiusi in noi stessi, e tantomeno Dio è chiuso nei nostri riguardi. Dio non smette di cercarci.

E il suo è un dialogo nella verità, è il dialogo che porta alla verità, oltre le lusinghe del serpente: pone in luce la radicale fragilità della condizione umana e il negarsi della sua identità nel momento in cui ritiene di potersi sostituire al Creatore, facendosi misura del bene e del male, di poter determinare la propria vita al di là del bene e del male, come avrebbe detto il filosofo più penetrante del dramma della contemporaneità, un dramma vissuto come l’affermazione di sé oltre sé stesso.

Consumata la disobbedienza e avendo ceduto alla tentazione di farsi misura della propria vita, l’umanità scopre che la sua presunta scelta di libertà si è tradotta in una perdita di fondamento e di riferimento: dalla centralità del giardino l’uomo è passato a un non luogo. Lo smarrimento fa sì che il giardino, il luogo dell’incontro con Dio, si tramuti in un luogo inospitale, il luogo della prossimità e della comunione diventi uno spazio di lontananza e una condizione di angoscia. L’uomo nel peccato percepisce la voce di Dio come una fonte di sgomento, uno spogliamento che riduce alla nudità, senza protezione. Alla fine per l’uomo non c’è altra via di uscita che nascondersi a Dio, agli altri, a sé stesso: «Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gen 3,10).

La descrizione della vicenda paradisiaca assume un’inquietante attualità a fronte dell’analisi che in questi giorni ci è stata offerta dal Rapporto del Censis sulla condizione della nostra società, in cui ci aggiriamo “ciechi davanti ai presagi, passivi come sonnambuli”. Davanti a cambiamenti sociali che dovrebbero muovere all’azione, ci troviamo restii a considerarne le conseguenze e ad assumerci le responsabilità di decisioni da prendere. Come accade ad Adamo, la paura ci attanaglia, e, di fronte ai cambiamenti climatici, al proliferare di guerre insanabili, al fenomeno ormai strutturale dei flussi migratori o al declino demografico, restiamo inerti, impotenti, rassegnati, senza prospettive che non vadano al di là del vantaggio immediato, nella ricerca di un consenso, in specie quello dei social, che ci consoli e ci dica che ancora esistiamo.

Abbiamo bisogno di un risveglio delle coscienze che vada oltre la semplice e momentanea indignazione, che si tratti di un bambino portato a morte da un sistema delle cure tramutatosi in giudice inappellabile della qualità della vita, che calpesta le relazioni di fondo su cui si costruisce la società, come nel caso di Indi Gregory; o che si tratti della follia dei femminicidi che svelano gli istinti più malvagi dei maschi sulle donne, ma soprattutto incarnano una delle forme più ripugnanti di quella riduzione dei rapporti a possesso e potere che domina la nostra cultura e avvelena diversi ambiti della vita sociale, facendo strage di affetti, amicizia, solidarietà, amore; o che si tratti del rispetto e della promozione della vita anche di chi ha sbagliato ma ha diritto a un percorso di redenzione e di restituzione alla vita sociale, come purtroppo continua a non essere assicurato dal nostro sistema carcerario.

La strada del risveglio delle coscienze ci è mostrata dalla Vergine Maria. Per non nascondersi a Dio, per potergli dire: «Eccomi!», occorre sradicare il peccato dal cuore dell’uomo, perché solo un cuore puro può darsi a Dio con quella fiducia che Adamo ed Eva rinnegano nel giardino dell’Eden. Questa condizione di assoluta libertà dal peccato è ciò che oggi celebriamo nella Vergine Maria. «Rallégrati piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28), la saluta l’angelo Gabriele, e in queste parole racchiude il mistero di un’esistenza che fin dal suo sorgere si mantiene immune da ogni peccato. «Piena di grazia», concepita immacolata, Maria può esprimere una totale dedizione a Dio che la chiama a diventare Madre del Figlio suo: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Al tempo stesso è proprio per questa sua obbedienza, che la colloca nel disegno in cui Dio la vuole Madre del Redentore, che Maria riceve questo singolare privilegio, che immette all’origine della sua vita quel dono che suo Figlio offrirà a tutta l’umanità.

Ciò che in Maria è un dono che la precede, è per noi una meta che può anch’essa fondarsi sull’amore di Dio. L’apostolo Paolo ci ha assicurato che Dio «ci ha scelti» in Cristo, «per essere santi e immacolati» (Ef 1,4). Il privilegio di Maria è anche il nostro destino, ciò che ci viene offerto come dono mentre diventiamo figli di Dio, ottenendo per grazia ciò che il Figlio di Dio ci comunica in forza del suo amore, così che la nostra vita diventi glorificazione del Padre.

La vita dell’uomo resta incompiuta e soprattutto condannata al vuoto e alla solitudine finché egli non si lascia liberare dal peccato. Viviamo nella ricerca continua di giustificazioni che ci esentino dalle responsabilità. Viviamo anche nell’illusione che i confini del bene e del male possano essere spostati a piacimento, anzi che il bene e il male non esistano e, come suggerisce il serpente, noi stessi possiamo diventare la misura del bene e del male, in un radicale soggettivismo. Abbiamo bisogno di lasciar irrompere Dio con la sua grazia nella nostra vita.

La pretesa autonomia dell’uomo ci induce a ritenere che non abbiamo bisogno di alcun salvatore e che tutto sia nelle nostre mani. Ma, le nostre, sono piccole mani per piccoli progetti: non sono capaci di contenere l’eternità, sulla quale invece va alla fine a misurarsi la nostra vita. Solo Cristo e il suo Vangelo possono aprirci all’infinito e all’eterno, l’unica misura per cui siamo creati.

 

Giuseppe card. Betori