Omelia Messa in suffragio di Papa Francesco

24-04-2025

Messa in suffragio di Papa Francesco

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

24 aprile 2025

Cari fratelli e sorelle, celebriamo questa Eucaristia in suffragio di Papa Francesco, ben sapendo che la nostra preghiera per i defunti può non solo aiutarli, ma rendere anche efficace la loro intercessione in nostro favore (cfr. CCC, 957).

San Paolo nella Prima Lettera ai Tessalonicesi ci esorta con queste parole: “Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti” (1 Ts 4,13-14).

Se la notizia della morte di Papa Francesco nel Lunedì dell’Angelo ci ha rattristato profondamente, sperimentiamo ora che la grazia del Signore si sta riversando progressivamente nei nostri cuori infondendoci fiducia, consolazione, speranza. I nostri cari sono nelle mani di Dio, per questo sono sempre vicini a noi e ci incoraggiano a credere nella forza della Risurrezione di Gesù nell’attesa del suo ritorno nella gloria, quando saremo sempre con Lui, insieme a tutti in nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto con il segno della fede.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato vuole aiutarci ad aprire ancora di più il cuore alla speranza. Nel testo del Vangelo di Luca, che ci presenta la manifestazione di Gesù risorto agli undici discepoli riuniti a Gerusalemme, possiamo individuare tre parti. La prima è caratterizzata da un incontro che culmina in un banchetto, la seconda da un’istruzione di Gesù qualificata come apertura della mente dei discepoli, la terza da un mandato missionario.

È bello osservare che la prima parola rivolta da Gesù risorto ai suoi amici è la parola “pace”. “Shalom alekem” è il saluto tradizionale che certamente il Maestro rivolgeva ogni giorno ai discepoli nella sua vita terrena, eppure ora quelle stesse parole hanno un valore nuovo.

Non si tratta semplicemente di un augurio, ma di un dono gratuito che viene offerto a persone che sentono di non meritarlo, perché davanti alla passione e morte del Signore sono fuggite, hanno rinnegato, hanno tradito. Proprio per questo motivo, le parole di Gesù sono accompagnate dal gesto di mostrare le mani e i piedi. I segni dei chiodi che rimangono sul suo corpo glorioso sono la manifestazione concreta della misericordia e del perdono di Dio che è capace di vincere il nostro male, prendendolo su di sé.

Papa Francesco ha sempre insistito molto sul tema della misericordia di Dio che perdona tutto. Diceva in un’omelia della seconda domenica di Pasqua del 2018: “Quando ci confessiamo accade l’inaudito: scopriamo che proprio quel peccato, che ci teneva distanti dal Signore, diventa il luogo dell’incontro con Lui. Lì il Dio ferito d’amore viene incontro alle nostre ferite. E rende le nostre misere piaghe simili alle sue piaghe gloriose. C’è una trasformazione: la mia misera piaga assomiglia alle sue piaghe gloriose. Perché Egli è misericordia e opera meraviglie nelle nostre miserie”. L’immagine del banchetto conferma e rafforza la fede dei discepoli in questo amore gratuito, permettendo loro di uscire dalle paure e dai sensi di colpa che li tengono chiusi all’interno dei loro cenacoli.

Nella seconda parte del Vangelo di oggi, Gesù apre la mente dei discepoli all’intelligenza delle Scritture. Esse testimoniano che Egli è il Cristo perché in Lui si compie definitivamente la promessa fatta ad Abramo della benedizione per tutte le famiglie della terra: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (Lc 24,46-47).

L’ascolto della Parola di Dio ravviva in noi la speranza, ricordandoci che tutti sono chiamati alla salvezza. Nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco ci ricorda che la missione è una passione per Gesù, ma anche per tutto il popolo: “Quando sostiamo davanti a Gesù crocifisso, riconosciamo tutto il suo amore che ci dà dignità e ci sostiene, però, in quello stesso momento, se non siamo ciechi, incominciamo a percepire che quello sguardo di Gesù si allarga e si rivolge pieno di affetto e di ardore verso tutto il suo popolo. Così riscopriamo che Lui vuole servirsi di noi per arrivare sempre più vicino al suo popolo amato […]. Affascinati da tale modello, vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri” (EG 268-269).

Nell’ultima parte del Vangelo di oggi troviamo proprio il mandato missionario espresso da Gesù con queste parole: “Di questo voi siete testimoni”. La testimonianza è la via maestra dell’evangelizzazione. Il testimone si distingue da colui che fa proselitismo perché è capace di rendere ragione della speranza che è in lui con dolcezza e rispetto. C’è una qualità che dovrebbe caratterizzare l’atteggiamento dell’evangelizzatore che San Paolo include fra i doni dello Spirito Santo (Gal 5,22), vale a dire quella della gentilezza. Ad essa Papa Francesco dedica un interessante paragrafo dell’Enciclica Fratelli Tutti: “La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici. Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”. Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza. Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti” (FT 224).

Ti ringraziamo Signore di averci donato Papa Francesco come pastore e guida della nostra Chiesa. Aiutaci a fare memoria del suo insegnamento, mettendo in pratica le sue parole come fedeli discepoli missionari di Gesù, testimoni nel mondo del suo amore misericordioso per tutte le creature.