Omelia Mercoledì delle Ceneri

18-02-2026

Mercoledì delle Ceneri

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

18 febbraio 2026

Nella preghiera di colletta che abbiamo recitato all’inizio di questa celebrazione abbiamo chiesto la grazia di poter compiere durante i quaranta giorni della Quaresima un cammino di vera conversione. Nel Nuovo Testamento quando si parla di conversione si impiega spesso il sostantivo greco metanoia che significa esattamente “cambiamento di mentalità”. Siamo invitati a cambiare il nostro modo di vedere: Dio, il prossimo, noi stessi, le realtà del mondo che ci circonda.

La Quaresima è un tempo favorevole, come ci ha ricordato San Paolo nella seconda lettura, per prendere coscienza che è Lui, il Signore Gesù, a fare il primo passo verso di noi, per aiutarci in questo cammino di conversione, a riconciliarci con Dio: «In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». Potremmo parafrasare quest’ultima frase dicendo: “Lasciatevi riconciliare da Dio con Dio”. Gesù per primo compie per ognuno di noi, ciò che ci chiede.

Pensiamo in particolare a quelle esigenti parole del vangelo di domenica scorsa: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). Noi possiamo fare il primo passo verso qualcuno che ha commesso una colpa contro di noi perché il Signore sempre si comporta così per primo nella relazione con noi: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio».

Per non accogliere invano la grazia di Dio siamo invitati a cominciare dal prendere coscienza di quella sofferenza che noi stessi ci provochiamo ogni volta che mettiamo il nostro io al posto di Dio. L’elemosina, la preghiera e il digiuno oltre a essere delle indicazioni per vivere il cammino di conversione, sono anche delle dimensioni della nostra vita, riguardanti le relazioni con il prossimo, con Dio e con noi stessi da esaminare, nelle quali riconoscere umilmente le tristi conseguenze dei nostri peccati. «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli».

È interessante osservare che il punto di partenza sia proprio quello dell’elemosina. C’è un modo ipocrita di praticarla, suonando la tromba nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente, per la quale non c’è ricompensa presso il Padre.

Papa Leone nell’Esortazione Apostolica Dilexi te parla di un rimprovero salutare che possiamo ricevere ogni volta che tocchiamo la carne sofferente dei poveri: «Quelli fra noi che non hanno avuto esperienze simili, di vita vissuta al limite, certamente hanno molto da ricevere da quella fonte di saggezza che è l’esperienza dei poveri. Solo mettendo in relazione le nostre lamentele con le loro sofferenze e privazioni è possibile ricevere un rimprovero che ci invita a semplificare la nostra vita» (DT 102).

Più avanti, riprendendo le parole di Papa Francesco nella enciclica Fratelli Tutti, aggiunge: «Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente» (DT 105). Siamo invitati a credere che è bello fare del bene senza dirlo a nessuno e solo così possiamo progredire nella vita spirituale, come ci ricorda San Giovanni: «Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione di inciampo» (1 Gv 2,10).

Nella seconda parte del Vangelo di oggi, Gesù ci insegna a coltivare la relazione filiale con Dio nella preghiera dove possiamo evitare il rischio di chiuderci nei sensi di colpa che sorgono nella nostra vita davanti al male commesso, specialmente quello dell’indifferenza nei confronti dei poveri: «Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Chiudere la porta della camera significa mettere a tacere quelle voci che ci conducono talvolta a perdere di vista l’autentico volto di Dio di cui ci parla il profeta Gioele nella prima lettura: «Egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male». È interessante osservare che lo stesso verbo “ravvedersi” che ha qui Dio per soggetto venga impiegato altrove per parlare del pentimento degli uomini.

La preghiera dei sacerdoti di richiesta di perdono fa leva in modo molto audace su questo coinvolgimento di Dio nella miseria del suo popolo: «Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”».

Nel silenzio e nell’ascolto della Parola di Dio anche noi possiamo chiedere costantemente questo dono nel corso del cammino quaresimale di superare le paure dei nostri peccati per giungere a dire come Santa Teresa di Lisieux: «Se avessi commesso tutti i crimini possibili, avrei sempre la stessa fiducia, sento che tutta questa moltitudine di offese sarebbe come una goccia d’acqua gettata in un braciere ardente».

Il digiuno di cui ci parla la parte finale del Vangelo, non consiste solo nell’astenerci dal cibo. Come ci ricorda il profeta Isaia: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? […] Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58,6.9-10).

Nel suo messaggio per la Quaresima 2026 Papa Leone ci invita a praticare il digiuno dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo: «Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace».

In un convento della Tebaide viveva un fraticello giovane, piuttosto pigro, mai puntuale ai salmi, durante i quali o dormiva o stonava. Si trovò in punto di morte, con tutti i frati attorno a pregare. E lui sorrideva, sorrideva. Un anziano, scandalizzato: «Sta per presentarsi al tribunale di Dio e lui se la ride». «Cari fratelli, è tutto vero, ma in tanti anni non ho mai giudicato nessuno, non ho mai condannato nessuno. Me la rido perché Dio mi sta dicendo: non sarai giudicato, non sarai condannato!». I frati arrossendo dissero: «Beato lui: ha faticato poco ed è già salvo».

Aiutaci Signore a digiunare dai giudizi, a metterci in ascolto della tua Parola che ci rivela il tuo amore misericordioso per essere strumenti del tuo amore fedele ed eterno.