Celebrazione con ordinazioni diaconali
Basilica SS. Annunziata
16 febbraio 2025
Il testo delle beatitudini nel Vangelo di Luca si contraddistingue, per il fatto che le parole di Gesù sono rivolte direttamente ai suoi interlocutori (beati voi poveri affamati, afflitti, perseguitati) mettendo ancora di più in risalto il paradosso di una gioia possibile in mezzo a situazioni che sembrano piuttosto fonte di tristezza e di sconforto. Monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano ucciso in Algeria negli anni 90 insieme al suo autista musulmano, in un libro dal titolo “Piccolo trattato dell’incontro e del dialogo” riflette sulle beatitudini, chiedendosi come sia possibile viverle nel nostro tempo. Facendo riferimento a un’altra beatitudine proclamata da Gesù nel vangelo di Giovanni (“Beati coloro che non hanno visto e hanno creduto”), formula una nuova beatitudine, che chiama beatitudine zero, cioè la beatitudine fondamentale che rende possibile vivere tutte le altre: “Beati coloro in cui qualcuno ha creduto”. Non si trova in quanto tale nel Nuovo Testamento, ma ne esprime in modo efficace e sintetico il messaggio più profondo. All’inizio dell’essere cristiano c’è proprio questa scoperta di un amore che ci precede, è Dio il primo a credere in noi, e la beatitudine consiste nel farne esperienza concreta.
Ma che cos’è la felicità? Quale felicità attendiamo e desideriamo? Non un’allegria passeggera, una soddisfazione effimera che, una volta raggiunta, chiede ancora e sempre di più, in una spirale di avidità in cui l’animo umano non è mai sazio, ma sempre più vuoto. Abbiamo bisogno di una felicità che si compia definitivamente in quello che ci realizza, ovvero nell’amore, così da poter dire, già ora: «Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi». (SNC 21).
La parola “guai” nella lingua greca richiama un’espressione dell’Antico Testamento (hoy) che è la tipica interiezione utilizzata dai profeti all’inizio di una lamentazione funebre. Gesù non maledice i ricchi, ma ironicamente intona su di loro un canto funebre, affinché gli uditori comprendano e operino un cambiamento. Carissimi fra Bheki e fra Charles tra poco, per l’imposizione delle mani e la preghiera di consacrazione sarete ordinati diaconi. La preghiera, soprattutto quella che nasce dall’ascolto della Parola di Dio, sull’esempio di Maria, possa sempre aiutarvi a divenire un modello di servizio per tutti i vostri fratelli e sorelle. In una società come la nostra dove talvolta si scambia la solidarietà e la compassione nei confronti dei malati con dei trattamenti che non ne rispettano la sacralità della vita, siate testimoni coraggiosi della parola di Gesù: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”.
La terza parola su cui possiamo riflettere è quella di profeta. Il vero profeta si riconosce proprio per il fatto di saper annunciare con parresia, con audacia la Parola di Dio. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo, infatti, agivano i loro padri con i profeti. C’è un aspetto della vita sul quale noi possiamo verificare la qualità della nostra fede, il nostro reale avanzamento nel cammino di sequela di Gesù. Esso consiste nella valutazione di quanto le prove a causa della fedeltà al Vangelo ci turbino o ci scandalizzino o ci aiutino piuttosto a crescere nella speranza. Dice San Pietro nella sua Prima Lettera: “Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; per questo nome, anzi, dia gloria a Dio” (1 Pt 4,15-16).
Un giovane, che aveva grandi ambizioni, chiese a un maestro di aiutarlo a diventare veramente grande. Il saggio gli impose un compito strano: «Passeggia per il paese e paga le persone perché ti insultino. Fai questo per un anno». Il giovane cominciò a percorrere le strade delle città e dei villaggi distribuendo il suo denaro per farsi insultare in modo sempre più forte e vario. Alla fine dell’anno, il giovane si presentò davanti al suo padrone che gli disse: «Ora puoi andare ad Atene. So che i suoi abitanti cercano un nuovo re». Il giovane arrivò davanti alla porta della città. Accanto alla porta c’era uno strano personaggio, che insultava crudelmente tutti quelli che entravano in città. Le persone insultate reagivano duramente, rispondevano con minacce e talvolta anche con pugni. Il giovane invece scoppiò a ridere e disse: «Immagina che per un anno ho pagato la gente per farmi quello che ora tu fai gratuitamente». L’uomo divenne serio e gli disse: «Entra la città è tua, tu sei il nuovo re».
Il nutrimento dell’Eucaristia che riceveremo possa aiutarci a essere dei veri profeti nel nostro tempo, a denunciare il peccato che ci rende schiavi e prigionieri e ad annunciare la bellezza del Vangelo che ci dona la libertà e la gioia di amare e di vincere il male con il bene.
