Messa per la XVII Giornata Mondiale del Malato

VI domenica t.o. B [Lv 13,1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45]
15-02-2009




La pagina del vangelo secondo Marco che abbiamo ora proclamato ci pone di fronte a una delle azioni più caratteristiche di Gesù secondo la tradizione evangelica: egli non resta estraneo alle sofferenze dell’uomo, ma al contrario si china sulle sue fragilità e malattie e vi porta una forza sanante, che riporta a vita piena quanti erano affranti dal dolore. Questa vicinanza di Gesù al mondo dei malati si fa particolarmente significativa nei confronti di quelle varie malattie della pelle che nell’antichità venivano raccolte nel concetto di lebbra e comportavano non solo un dolore fisico ma un’esclusione assoluta dalla convivenza sociale e religiosa. La guarigione del lebbroso da parte di Gesù ‘ anzi, per usare il termine dei vangeli, la sua purificazione ‘ non era quindi soltanto un gesto di cura del corpo malato, ma anche un atto di reintegrazione sociale e un gesto di rimozione dell’ostacolo all’appartenenza alla comunità di fede, come mostrano anche le prescrizioni del libro del Levitico ascoltate nella prima lettura.


Ma occorre riflettere sul fatto che nella cultura contemporanea, dominata così spesso da una specie di idolatria della salute, ogni condizione di debolezza fisica comporta una più o meno accentuata esclusione sociale. È questo un dato su cui occorre meditare in particolare in questa Giornata Mondiale del Malato, che la Conferenza Episcopale Italiana invita a celebrare proprio nel segno dell”educare alla salute, educare alla vita’.


Il tema induce anzitutto a riflettere sul fatto che troppo spesso oggi una cultura del desiderio si associa a stili di vita deleteri per la salute, con risvolti personali e sociali sempre più gravosi e non poche volte difficilmente recuperabili. Senza una concezione oggettiva della vita e del suo bene, una falsa cultura della libertà può infatti indurre a ritenere leciti, perché al fondo scelte private, comportamenti come l’assunzione di droghe, l’abuso di farmaci, gli eccessi alimentari, ecc. Ma non è difficile vedere come nulla di tutto ciò possa ritenersi circoscrivibile in un cerchio privato e come quindi ci sia la necessità di richiamare tutti a una responsabilità verso se stesi e verso gli altri, che induca a ritenere la tutela della salute un bene di cui occorre rispondere. E qui entrano in gioco la funzione imprescindibile delle agenzie di formazione, in specie la famiglia e la scuola, senza peraltro dimenticare il peso che nell’educazione hanno i modelli veicolati dalla comunicazione di massa.


Detto questo, è però necessario aggiungere subito che i pericoli più gravi per la concezione della salute e della vita nella cultura contemporanea vengono da segni del tutto opposti. Sono quelli che registriamo a riguardo di una certa assolutizzazione del bene salute, così che solo il possesso di una situazione di pieno benessere fisico potrebbe giustificare la vita umana, che altrimenti ne verrebbe ferità nella sua dignità. Già parlare di una vita più o meno degna di essere vissuta, in forza della presenza di una menomazione o fragilità fisica è uno scivolamento su un piano inclinato, in forza del quale si giunge prima alla concreta emarginazione di quanti soffrono una qualche disabilità e poi alla giustificazione di forme varie di eutanasia.


Questa preoccupante sostituzione del carattere trascendente della persona umana con quello della sua perfezione fisica costituisce un’ulteriore manifestazione di quella riduzione materialistica dell’umano che connota tanto pensiero contemporaneo. Quanto illusoria sia peraltro questa ricerca di una impossibile perfezione sta sotto gli occhi di tutti. E, non da ultimo, proprio qui la fede cristiana mostra il suo volto autenticamente umanistico, nel momento in cui non nega il dolore ma integra la sofferenza come un momento fecondo della stessa vita e soprattutto contrasta ogni emarginazione dell’altro in forza delle sue condizioni fisiche meno positive, facendo al contrario del debole il destinatario privilegiato della cura e dell’espressione della carità. Parte integrante di questa visione è poi la proiezione della vita nel tempo in un orizzonte di speranza ulteriore, verso una vita eterna che è la condizione ultima cui aspirare. Sapere che la nostra vita non sta tutta qui, ci aiuta anche a comprendere i momenti di debolezza e a saperli leggere in una prospettiva ultima, che ci vede destinati alla vita stessa di Dio. Comprendiamo allora come Paolo, nel testo della lettera ai Corinzi, ci dica di «fare tutto per la gloria di Dio», in una proiezione verso l’altro che rivela l’amore stesso di Dio per l’uomo e la consapevolezza che proprio in questo donarsi sta la gloria di Dio.


Qui si fa spontaneo il ringraziamento per tutti coloro che in forma professionale o volontaria, nell’esercizio delle funzioni mediche, assistenziali o anche solamente amicali, stanno vicini ai malati e se ne prendono cura, fino in fondo, sapendo che ogni istante di questa vita è un bene prezioso da far germinare per l’eternità. Altrettanto vicino ci sentiamo ai malati e a quanti soffrono per una qualche disabilità, rassicurando loro che, anche nel limite, la loro vita non è meno degna, come non è meno compresa dall’amore cristiano come un volto della croce stessa di Cristo.


Non voglio però dimenticare che il Santo Padre in questa stessa Giornata ci ha raggiunto con un suo messaggio, in cui ha voluto porre all’attenzione la sua preoccupazione per le condizioni di sofferenza, fisica e spirituale, e di emarginazione in cui vivono tanti bambini nel mondo: malati gravemente, feriti nelle numerose guerre dei nostri tempi, ‘ragazzi di strada’ privi del calore di una famiglia, esuli e profughi, bambini profanati nella loro innocenza da uomini abietti, bambini che muoiono per fame, sete o carenza di assistenza sanitaria. Il Papa ci ricorda che «da tutti questi bambini si leva un silenzioso grido di dolore che interpella la nostra coscienza di uomini e di credenti». Ne scaturisce un appello alla mobilitazione delle strutture sanitarie, delle società civili e delle comunità ecclesiali, ma soprattutto il Papa mette in evidenza come il primo modo per venire incontro a questi piccoli sofferenti sia sostenere le famiglie e il loro naturale ruolo di luogo dell’amore e della cura. Il Papa soprattutto ricorda che l’attenzione ai bambini non può crescere se non in un contesto di amore per la vita umana: «Occorre affermare infatti con vigore l’assoluta e suprema dignità di ogni vita umana’ La vita umana è bella e va vissuta in pienezza anche quando è debole ed avvolta dal mistero della sofferenza». Ancora una volta carità e verità devono camminare insieme nella coscienza umana così come lo sono nell’ordine delle cose volute da Dio.


Al Santo Padre mi associo anche nell’esprimere vicinanza spirituale a quanti soffrono nella malattia, soprattutto ai più piccoli, in cui il mistero del male offre il suo volto più impenetrabile. A tutti, oltre l’affetto, offro la contemplazione del volto di Cristo, che sulla croce si presenta a noi come l’uomo dei dolori, ma nel suo amore ci lascia già scorgere la luce della risurrezione.


 


X Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze