Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

14-09-2022

Basilica di Santa Croce

14 settembre 2022

Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

[Nm 21,4b-9; Sal 77; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17]

 

 

OMELIA

 

La Chiesa invita oggi a celebrare la festa dell’Esaltazione della Croce, e lo fa nella memoria di tre eventi : anzitutto il ritrovamento miracoloso della Croce del Signore a opera della regina Elena nell’anno 327; in secondo luogo, dieci anni dopo, l’ostensione che della Santa Croce fu fatta il giorno seguente la dedicazione della Basilica della Risurrezione a Gerusalemme; infine il recupero di questa insigne reliquia della Passione ad opera dell’imperatore Eraclio nel 628, dopo che quattordici anni prima la Croce era stata trafugata dal re persiano Cosroe.

La Croce viene esaltata, innalzata per poter essere mostrata alla nostra contemplazione e adorazione. Siamo invitati a riproporre da parte nostra lo sguardo di contemplazione che Mosè e Gesù chiedono di compiere: l’uno, Mosè, verso il simbolo del serpente di bronzo nel deserto perché il popolo di Dio sia salvato dalla morte; l’altro, il Signore, verso sé stesso, appeso alla Croce, non più simbolo ma reale sorgente della nostra salvezza. Lo sguardo dell’uomo che si innalza verso il cielo, come aspirazione a trascendere sé stesso, oltre i limiti e le fragilità che segnano i suoi giorni sulla terra, incontra «colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo» (Gv 3,13), che si svela come Figlio di Dio che ci salva proprio nel momento in cui la sua umanità è umiliata sulla Croce: «Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce», scrive san Paolo (Fil 2,7b-8). Di fronte a questo miracolo dell’amore che è il dono di sé di Cristo sulla Croce, c’è solo da piegare le ginocchia e alzare lo sguardo adorante.

Tra i confusi, falsi valori che annebbiano il nostro tempo, occorre avere uno sguardo libero per scoprire in Cristo e nella sua Croce ciò che veramente conta, ciò che può e deve diventare il centro della nostra vita. È quello che ci mostra la Croce di Gesù: un dono frutto della condivisione, dell’umiliazione del Figlio di Dio, che per amore dell’uomo non rifiuta di farsi l’ultimo tra gli uomini e in questo dono d’amore riscatta l’umanità tutta dal peccato: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, […] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17).

E il mondo si salva nel momento in cui accetta il giudizio che proviene dalla Croce del Signore. Gesù, l’innocente, che appare giudicato e condannato, prende su di sé il compito di mostrare a tutti l’ingiustizia del mondo. Quella morte ingiusta denuncia, giudica e condanna le ingiustizie di questo mondo e le rende evidenti ogni volta che esse si ripetono sui poveri, i deboli, i senza diritti che vengono schiacciati dalle logiche dei poteri umani.

Abbiamo così due preziose indicazioni per la nostra testimonianza del Vangelo: la morte di Gesù ci sollecita a metterci dalla parte di tutti coloro che come lui soffrono ingiustizia; ci si mette dalla parte della Croce di Gesù quando si abbraccia ogni sofferenza con l’amore, un amore senza confini, fino alla morte.

La contemplazione di colui che ci appare esaltato sulla Croce chiede la condivisione. Il discepolo di Gesù non può non condividere quella logica di dono d’amore che ha portato il suo Signore sulla Croce. Non può non farsi carico delle croci che pesano sulle spalle di tanti uomini e donne nel mondo, riconoscendo nel loro volto il volto del Redentore. Entriamo così nel disegno di Dio, che vuole la salvezza di tutti, quel disegno a cui il Figlio suo ha aderito nella perfetta obbedienza, fino alla Croce.

Scrive Papa Francesco nel Messaggio per la VI Giornata Mondiale dei Poveri, che celebreremo il prossimo 13 novembre: «Non si tratta di avere verso i poveri un comportamento assistenzialistico, come spesso accade; è necessario invece impegnarsi perché nessuno manchi del necessario. Non è l’attivismo che salva, ma l’attenzione sincera e generosa che permette di avvicinarsi a un povero come a un fratello che tende la mano perché io mi riscuota dal torpore in cui sono caduto. Pertanto, «[…] nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 201)» (Messaggio, n.7).

Ma nel Messaggio il Papa offre poi una riflessione che ha per noi particolare valore in questo luogo francescano. Distingue infatti «La povertà che uccide [che] è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita. È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta». Accanto a questa povertà che ferisce la dignità della persona c’è però una povertà «che libera, [che] al contrario, è quella che si pone dinanzi a noi come una scelta responsabile per alleggerirsi della zavorra e puntare sull’essenziale. In effetti, si può facilmente riscontrare quel senso di insoddisfazione che molti sperimentano, perché sentono che manca loro qualcosa di importante e ne vanno alla ricerca come erranti senza meta». E il Papa ci dice che a questa povertà, essenzialità liberante si giunge grazie all’incontro con i poveri: «Incontrare i poveri permette di mettere fine a tante ansie e paure inconsistenti, per approdare a ciò che veramente conta nella vita e che nessuno può rubarci: l’amore vero e gratuito. I poveri, in realtà, prima di essere oggetto della nostra elemosina, sono soggetti che aiutano a liberarci dai lacci dell’inquietudine e della superficialità» (Messaggio, n. 8).

È quello che abbiamo cercato di fare oggi: accogliere chi vive nella povertà per lasciarci convertire all’essenzialità e all’amore. Poniamo questo gesto nelle mani di san Francesco, che interceda per noi.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze