Festa dell’Esaltazione della Santa Croce VII centenario della morte di Dante Alighieri

Basilica di Santa Croce
14-09-2021

Basilica di Santa Croce

14 settembre 2021

Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

VII centenario della morte di Dante Alighieri

[Nm 21,4b-9; Sal 77; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17]

 

 

OMELIA

 

La Chiesa celebra oggi la festa dell’Esaltazione della Croce, facendo memoria del ritrovamento miracoloso della Croce del Signore a opera della regina Elena nel 327 e, dieci anni dopo, della sua ostensione, il giorno seguente la dedicazione della Basilica della Risurrezione a Gerusalemme, e facendo memoria del suo recupero a opera dell’imperatore Eraclio nel 628, dopo che quattordici anni prima era stata trafugata dal re persiano Cosroe.

Sono gli eventi raffigurati negli affreschi di Agnolo Daddi nella cappella maggiore di questa chiesa, con cui si volle celebrare il titolo stesso della basilica, la Santa Croce. Sono le “Storie dell’invenzione della vera Croce”, dalle sue origini nell’albero della vita, fino a diventare strumento di morte per Cristo, ritrovata, perduta e ancora recuperata, e a cui la fede innalza il suo inno: “Vessillo della croce, mistero di morte e di gloria… albero fecondo e glorioso… talamo, trono ed altare al corpo di Cristo Signore» (Vexilla regis prodeunt).

Ma questo è anche il giorno in cui ricordiamo il VII centenario della morte di Dante Alighieri, che se per molti nella sua Divina Commedia sembrerebbe non dare adeguato spazio alla teologai della Croce – è noto il giudizio di uno dei più autorevoli teologi del secolo scorso, Han Urs von Batlhasar, che a Dante ha pur dedicato molte pagine del II volume del suo capolavoro Gloria: «La croce reale di Cristo non si incontra mai nella Divina Commedia» – in realtà sembra piuttosto che Dante non si ponga davanti alla Croce come luogo della sofferenza di Cristo di cui rendersi partecipi, ma piuttosto come strumento di redenzione da cui viene a noi il dono della grazia. In particolare Dante sembra non mostrare tracce di quel movimento di partecipazione alle sofferenze del Crocifisso che animava la devozione del suo tempo, non manca però di esaltare la centralità della Croce come strumento di salvezza: nella Croce la morte è sconfitta. Se dunque nella Commedia non incontriamo una descrizione dell’evento della Passione, pur non mancandone più volte l’eco, in essa troviamo però il chiaro riconoscimento del valore salvifico della Croce di Cristo. Su questo, il centenario dantesco si ricongiunge al significato stesso di questa festa liturgica.

Festa nella quale viene chiesto che la Croce sia esaltata, innalzata, per poter essere mostrata alla nostra contemplazione e adorazione. Siamo invitati a riproporre da parte nostra lo sguardo di contemplazione chiesto da Mosè e da Gesù, come abbiamo ascoltato nella prima lettura e nel vangelo: Mosè verso il simbolo del serpente di bronzo nel deserto, perché il popolo di Dio sia salvato dalla morte; il Signore verso sé stesso, posto sulla Croce, non più simbolo ma reale sorgente di salvezza dell’umanità intera. Lo sguardo dell’uomo che si innalza verso il cielo, come aspirazione a trascendere sé stesso, oltre i limiti e le fragilità che segnano i suoi giorni sulla terra, incontra «colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo» (Gv 3,13), che si svela nella sua identità salvifica divina proprio nel momento in cui la sua umanità appare umiliata sulla Croce. Di fronte a questo miracolo dell’amore che è il dono che Cristo fa di sé sulla Croce, c’è solo da piegare le ginocchia e alzare lo sguardo adorante.

Questo atteggiamento di contemplazione trova oggi numerosi ostacoli tra le mille attrazioni da cui siamo circondati, in mezzo alle molte seduzioni che vorrebbero catturare la nostra attenzione. Occorre operare un severo discernimento per uscire dalle confuse nebbie del tempo e assumere lo sguardo contemplativo che permette di scoprire in Cristo e nella sua Croce ciò che veramente conta. Occorre maturare nel nostro cuore uno sguardo contemplativo per cogliere la verità capace di illuminare in modo decisivo la nostra vita, facendo giustizia delle variabili opinioni che vorrebbero di volta in volta conquistarci.

A questo sguardo contemplativo che riconosce nella Croce lo strumento divino della redenzione e della gloria possiamo accostare l’immagine della croce di luce che i beati formano nel XIV canto del Paradiso, una croce in cui si delinea il volto stesso del Salvatore e che viene riconosciuta come il mezzo con cui la morte è vinta:

«sì costellati facean nel profondo

Marte quei raggi il venerabil segno

che fan giunture di quadranti in tondo.

Qui vince la memoria mia lo ‘ngegno;

ché quella croce lampeggiava Cristo,

sì ch’io non so trovare essempro degno;

ma chi prende sua croce e segue Cristo,

ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,

vedendo in quell’albor balenar Cristo.

[…]

E come giga e arpa, in tempra tesa

di molte corde, fa dolce tintinno

a tal da cui la nota non è intesa,

così da’ lumi che lì m’apparinno

s’accogliea per la croce una melode

che mi rapiva, sanza intender l’inno.

Ben m’accors’io ch’elli era d’alte lode,

però ch’a me venìa “Resurgi” e “Vinci”

come a colui che non intende e ode»

(Par. XIV, 100-108; 118-26).

La visione che si offre a Dante è una luminosa proclamazione del significato soteriologico della Croce, simbolo di vittoria e di trionfo.

Tornando ai testi liturgici, occorre riconoscere che affinché il nostro sguardo possa innalzarsi, occorre che qualcosa sia innalzato. È quanto il Figlio di Dio lascia che si faccia del suo corpo crocifisso, di lui che è venuto in questo mondo per attirare a sé lo sguardo di tutti gli uomini offrendo loro dalla Croce uno spettacolo di puro e assoluto amore. È questo la Croce di Gesù: un dono frutto della condivisione, dell’umiliazione del Figlio di Dio, che per amore dell’uomo non rifiuta di farsi l’ultimo tra gli uomini e in questo dono d’amore riscatta l’umanità tutta dal peccato: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, […] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). E il mondo si salva nel momento in cui accetta il giudizio che proviene dalla Croce del Signore. Egli, l’innocente che appare giudicato e condannato, mostra a tutti l’ingiustizia del mondo. Quella morte ingiusta denuncia, giudica e condanna le ingiustizie di questo mondo e le rende evidenti ogni volta che esse si ripetono nei poveri, nei deboli, nei senza diritti, schiacciati dalle logiche dei poteri umani.

Tutto questo trova espressione nel canto VII del Paradiso, in cui Beatrice spiega a Dante come la redenzione dell’uomo dal peccato sia al tempo stesso opera della misericordia e della giustizia divina:

«ché più largo fu Dio a dar sé stesso

per far l’uom sufficiente a rilevarsi,

che s’elli avesse sol da sé dimesso;

e tutti li altri modi erano scarsi

a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio

non fosse umilïato ad incarnarsi»

(Par. VII, 115-20).

La Passione non è per Dante soltanto un modo di soddisfare la sentenza che incombe sull’umanità peccatrice e che Dio soddisfa mediante il suo Figlio che si fa uomo, ma anche e soprattutto è l’opera che dimostra l’immensa bontà del Creatore. Ma, come abbiamo ora inteso, la Passione è per Dante anche il vertice finale dell’umiliazione di Cristo iniziata con l’incarnazione, e in questo riecheggia il pensiero paolino che, come abbiamo ascoltato dalla lettera ai Filippesi, vede nella Croce il culmine dello svuotamento del Figlio di Dio: «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). E di questa umiliazione Dante offre un’immagine eloquente e ardita nel descrivere il posto di madonna Povertà sul Calvario:

«sì che, dove Maria rimase giuso,

ella con Cristo pianse in su la croce»

(Par. XI, 71-72),

dove nella povertà dobbiamo riconoscere non tanto la privazione dei beni, ma la condizione di umiltà con cui Cristo da forma alla sua vita fino a perderla.

Il discepolo di Gesù deve disporsi a condividere la logica di dono d’amore e di umiltà che ha condotto il suo Signore sulla Croce. Non può non farsi carico delle croci che pesano sulle spalle di tanti uomini e donne nel mondo, riconoscendo nel loro volto il volto del Redentore. Non può non percorrere la strada della spogliazione di sé, rinunciando alle illusioni dell’affermazione di sé e dell’autodeterminazione svincolata da ogni responsabilità, per scoprire invece la strada della vera libertà.

In questo cammino ci illumina il poema dantesco, perché quello di Dante, come ci ha ricordato Papa Francesco, «è un messaggio che può e deve renderci pienamente consapevoli di ciò che siamo e di ciò che viviamo giorno per giorno nella tensione interiore e continua verso la felicità, verso la pienezza dell’esistenza, verso la patria ultima dove saremo in piena comunione con Dio, Amore infinito ed eterno» (Candor lucis aeternae, 9).

Per questo siamo grati a Dante e lo esprimiamo anche con questa celebrazione che fa memoria della sua morte. Oltre essa vale anzitutto per lui quel che egli si attendeva dalla sua opera: «rimuovere i viventi in questa vita da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità» (Epistola a Cangrande della Scala XIII, 39 [15]).

«Tale finalità – commenta Papa Francesco –mette in moto un cammino di liberazione da ogni forma di miseria e di degrado umano (la “selva oscura”) e contemporaneamente addita la meta ultima: la felicità, intesa sia come pienezza di vita nella storia sia come beatitudine eterna in Dio» (Candor lucis aeternae, 3). Tale l’opera di Dante e tale la sua vita, ora giunta a pienezza – ne siamo certi – nella beatitudine eterna di Dio, «al fine di tutt’i disii» (Par. XXXIII, 46).

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze