Festa della Natività della Beata Vergine Maria

Basilica SS.Annunziata
08-09-2020

 

 

Basilica della Ss.ma Annunziata

8 settembre 2020

Festa della Natività della Beata Vergine Maria

[Mi 5,2-5; Sal 86; Rm 8,28-30; Mt 1,1-16.18-23]

 

OMELIA

 

Che cosa può dire alla nostra fede una lista di nomi? Nel susseguirsi delle generazioni l’evangelista riconosce un messaggio importante su colui che apre l’elenco e lo chiude: Gesù. Il Figlio di Dio può dirsi pienamente uomo perché la sua nascita si inserisce nella storia del popolo che trae origine dal padre Abramo.

Il nome di Maria verso il termine dell’elenco indica il ruolo decisivo di una donna nell’incarnazione di Cristo. Nella lista di nomi non mancano donne, in ciascuna delle quali si mostra la gratuità e la novità di Dio. Ma se le figure di Tamar, di Racab, di Rut e di Betsabea ci dicono la potenza di un Dio che supera il peccato delle creature e ripudia ogni chiusura etnica.

 

 

Maria però si inscrive in un registro superiore della grazia. Dio non solo redime e include, ma innalza l’umanità stessa a strumento di salvezza, accogliendo l’umile disponibilità di una fanciulla di Nazaret per farne la madre del suo Figlio. Non da Giuseppe infatti nasce Gesù: egli è soltanto «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo».

L’umanità di Gesù è il dono che Maria fa al suo stesso Creatore. Festeggiamo la nascita della Vergine come la radice della nascita umana del Salvatore: la fanciulla di Nazaret, data in sposa a Giuseppe, non da lui ma «per opera dello Spirito Santo» si trova incinta e «darà alla luce un figlio», che lo stesso Giuseppe dovrà chiamare Gesù, «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

L’insistenza del vangelo su questo mistero del succedersi delle generazioni costituisce per noi un richiamo a pensarci non come dei mondi in sé conclusi ma come il risultato di una serie di relazioni che definiscono la nostra identità.

 

 

È una riflessione importante per questa nostra società dominata dall’individualismo, che sembra voler tagliare i ponti con passato e futuro, che mostra una volontà di potenza che tende a distruggere i naturali legami con cui si succedono le generazioni.

Un richiamo alle relazioni e alle responsabilità da generazione a generazione è particolarmente importante per il tempo che viviamo, in cui ci è stato mostrato come solo l’assunzione responsabile del rapporto con gli altri può generare salvezza. Un richiamo che oggi deve farsi impegno a continuare una vigile attenzione agli altri e alla convivenza per riprendere una vita sociale senza mettere in pericolo il futuro.

La genealogia di Gesù e la nascita di Maria, illuminandosi reciprocamente, ci aiutano anche a evidenziare l’importanza dell’atto della generazione. Occorre opporci a una cultura prigioniera di orizzonti di sterilità.

 

 

La chiusura egoistica del soggetto è un carattere dominante del nostro tempo. Dall’avarizia degli affetti deriva l’incapacità di pensare l’amore come qualcosa che si compie in una vita che si incarna in un soggetto nuovo, che costituisce il nostro stesso futuro. Da qui trae origine il dramma della denatalità che affligge il nostro popolo, ma più ampiamente qui ritroviamo le cause del dramma di una società che non ha più occhi per il proprio futuro e che sta perdendo le coordinate della speranza.

In questo orizzonte ristretto si inserisce anche l’incapacità della nostra società ad affrontare in modo pienamente umano il dramma dell’aborto, con uno sguardo di compassione e vicinanza alla vita della donna e del frutto del suo grembo.

Dare vita, farsi protagonisti della continua creazione del mondo accanto al Creatore, è un progetto non solo personale ma anche di civiltà, è un orizzonte da coltivare con cura.

 

 

Su questa esigenza di relazioni, su questa fiducia nella vita, su questa apertura al futuro vogliamo implorare l’intercessione di Maria, nella festa della sua nascita, perché illumini i nostri sguardi confusi e sorregga le nostre volontà vacillanti.

Le vogliamo chiedere di donarci la stessa sua consapevolezza di umiltà e piccolezza, che il profeta Michea intuisce nella grandezza che scaturisce dal piccolo villaggio di Betlemme. Tutto è opera di Dio, della sua grazia, di cui vogliamo farci esistenze ospitali e popolo accogliente.

 

Giuseppe card. Betori