Epifania del Signore

06-01-2024

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

6 gennaio 2024

Epifania del Signore

[Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12]

 

 

 

OMELIA

 

Attorno alla grotta di Betlemme si ricompone la comunione dell’umanità divisa dalle esclusioni. Un tema quello dell’esclusione, dello scarto caro al magistero di Papa Francesco e, non a caso, ripreso anche nel discorso di fine anno del nostro Presidente della Repubblica.

Attorno al Bambino Gesù si ritrovano quanti erano nella marginalità. Avviene anzitutto per gli emarginati sociali, quali sono i pastori, raggiunti dalla voce dell’angelo e invitati a farsi vicini a quel Bambino, dono del cielo, come abbiamo ascoltato dal vangelo proclamato nella notte di Natale. Lasciamo da parte l’immaginario bucolico consegnato alla nostra cultura dai racconti mitologici e dalla poesia del mondo greco-latino. I pastori, nel mondo ebraico della Palestina del tempo di Gesù, aveva tutt’altra immagine: il loro era uno dei mestieri che comportavano una situazione di impurità religiosa e di conseguenza di emarginazione sociale. Nella notte di Natale gli angeli si rivolgono dunque a persone che il mondo religioso del tempo confinava tra i peccatori pubblici e che la società emarginava dai luoghi della convivenza umana. A questa gente marginale è rivolto l’invito della fede ed è aperto l’accesso all’incontro con la presenza del Figlio di Dio venuto nel mondo.

Non meno marginali sono i magi, i protagonisti della pagina del vangelo di Matteo che è stata proclamata oggi. Non è facile identificare con precisione chi siano questi uomini – non sappiamo quanti – che si mettono in cammino all’apparire di una stella, ma l’appellativo di magi sembra alludere a sapienti di regioni dell’Oriente, capaci di leggere i segni del cielo, interpreti del tempo, anche veggenti. Il riferimento biblico più immediato è al profeta Balaam, un indovino proveniente anch’egli dall’Oriente, che, secondo il libro dei Numeri, Balak, re di Moab, chiama per maledire il popolo d’Israele che sta in cammino dalla schiavitù d’Egitto verso la terra promessa. Chiamato a maledire, Balaam viene costretto dall’angelo del Signore a benedire quel popolo e ad annunciare: «Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Nm 24,17). La stella, diventata nella tradizione un segno messianico, è l’astro che i magi hanno visto spuntare in Oriente. Gesù, il Messia, è la stella che viene a sorgere sulle vicende del mondo.

I magi, come Balaam, appartengono a un mondo straniero, provengono da un popolo lontano, non hanno un legame religioso e culturale con il popolo d’Israele. Eppure, proprio a loro appare la stella, proprio loro se ne lasciano interrogare e si apprestano a seguirla, non smettendo di cercare anche quando essa sembra smarrirsi nel buio. In questi uomini stranieri c’è un’apertura della mente e della volontà che contrasta con la paura e l’ostilità dell’autorità politica del popolo ebraico del tempo e con la superficialità e l’indifferenza di chi ha in mano le chiavi del suo sapere culturale e religioso. Chi dovrebbe prendersi cura del benessere del popolo si comporta in modo ostile, nel timore di perdere il proprio potere; chi dovrebbe orientare la sua esistenza verso il bene appare incapace di esercitare la propria responsabilità di guida e di compromettersi in prima persona nella ricerca. Il comportamento di Erode suona condanna di ogni politica chiusa nelle proprie visioni ideologiche e nei propri interessi. L’atteggiamento degli scribi e dei sacerdoti è costante richiamo per una Chiesa che, pur possedendo le Scritture e la loro interpretazione, rischia di essere restia a seguirle, a scommettere sulla loro verità per l’uomo.

I lontani prendono il posto dei presunti vicini. C’è in questo un messaggio di inclusione che deve interrogarci. Il bambino, che riconosciamo Figlio di Dio fatto uomo, viene a riunire tutti attorno a sé, superando confini sociali e culturali, segnalando i pericoli che corre chi esercita un’autorità, il rischio di non percepire i segni di Dio nella storia e di rinchiudersi nella paura che erige ostacoli, alimenta separazioni, evita di compromettersi. Un messaggio che risuona con forza contro le nostre società chiuse, impaurite dell’altro e del nuovo, inclini alle divisioni e ai conflitti. Un messaggio estremamente attuale per una Chiesa sollecitata dal Papa a un cammino di discernimento che rompa le visioni cristallizzate del passato e si apra alla novità dello Spirito che parla nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Il profeta, nella prima lettura, ha annunciato che la luce che viene dal Messia supera ogni barriera e si rivolge a tutte le genti, così che tutti popoli sono chiamati all’incontro e alla comunicazione dei doni. A chi è capace di questa visione aperta, è assicurata quella larghezza del cuore che permette di accogliere e di riconoscere nei fratelli e nelle sorelle il riflesso della gloria del Signore.

Di questa consapevolezza si fa carico l’apostolo Paolo, che sa affidato a sé e alla Chiesa il servizio di annunciare il Vangelo a tutti, perché per tutti è la promessa che l’uomo non è abbandonato alle sue tenebre, ma è chiamato a condividere la luce divina. Da qui scaturisce la possibilità di un incontro che si fa comunione, fino a formare tutti un unico corpo.

È questa l’esperienza della Chiesa nel tempo: essere un unico popolo formato da molti popoli, per portare tutti all’incontro con il Salvatore. E questa immagine di Chiesa, esperienza viva di comunione, è anche il dono che essa è chiamata a fare all’umanità. Come afferma il Concilio Vaticano II: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1), un segno e uno strumento di unità perché il mondo scopra la bellezza dell’incontro e della comunione, la strada della pace.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze