Solennità di Tutti i Santi

Cimitero di Trespiano
01-11-2021

Cimitero di Trespiano

1 novembre 2021

Solennità di Tutti i Santi

[Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a]

 

OMELIA

 

Il testo del libro dell’Apocalisse di Giovanni che ha aperto l’odierna liturgia della parola spinge il nostro sguardo nel mistero della storia verso la sua pienezza. Esso viene dopo alcuni capitoli del libro in cui un rotolo viene dato in mano a Cristo, l’Agnello immolato ma vivente. Nel rotolo è contenuto il disegno che Dio ha sulla storia del mondo. Cristo, l’Agnello che ha vinto la morte nella risurrezione apre il rotolo e all’apertura uno dopo l’altro dei sette sigilli si svela il senso della storia, con l’apparizione di alcuni avvenimenti simbolici con cui vengono evocate tutte le sofferenze che accompagnano il cammino dell’umanità nella storia, segnato dalla violenza, dal sangue e dalla guerra, e poi dall’ingiustizia, in specie quella sociale, e infine dalla morte, che fa seguito a carestia, calamità, epidemie.

 

 

La visione dell’Apocalisse è una penetrante raffigurazione del cammino dell’uomo nella storia, un’efficace interpretazione dei tempi, anche dei nostri tempi, in cui ci conforta però l’annuncio che, nel groviglio delle vicende umane, la vittoria è nelle mani di Cristo, ed è sicura, certa: non siamo abbandonati nel mondo all’impero della violenza, dell’ingiustizia e della morte.

Ma i primi martiri della fede in Gesù chiedono il perché del silenzio di Dio mentre su di loro infuriano i persecutori. Dio invita alla pazienza, perché altri fratelli lungo i secoli dovranno condividere con loro nel martirio la partecipazione alla croce di Cristo.

Tempi di sofferenza si devono ancora abbattere sul mondo. Si apre il sesto sigillo e una serie di eventi sconvolge il mondo, segno di come il mistero del male giunge a penetrare il creato e a rovesciarne l’immagine armonica che il Creatore aveva impresso in esso. Parole che possiamo rileggere come a noi vicine nella connessione tra crisi della persona umana e della società e crisi ecologica.

 

 

Eventi che l’autore dell’Apocalisse legge come espressione dell’ “ira di Dio”, non per dire che Dio si adira ma che il mondo viene stravolto e con esso l’umanità quando questa si chiude alla presenza di Dio e all’agire del suo amore.

E si giunge così alla scena descritta nella pagina che è stata oggi proclamata. Prima che la devastazione del mondo giunga al suo vertice, Dio si prende cura dei discepoli fedeli e li segna con «il sigillo del Dio vivente» (Ap 7,2), che è il nome dell’Agnello, Cristo, insieme a quello del Padre suo (cfr. Ap 14,1). Nella fede si diventa servi di Cristo e del Padre e quindi si appartiene a Dio. E ciò ci pone in dipendenza da lui, ma al tempo stesso ci fa condividere la sua vita. Si svela qui il senso stesso della santità: comunione con Dio che ci difende dai pericoli della storia. E questo come popolo, il popolo di Dio. Lo dice quel numero misterioso: centoquarantaquattromila, cioè dodici per dodici e infine per mille, misura indefinita, che sta a dire il popolo di Dio giunto alla sua pienezza. Questo popolo attraversa la storia resistendo ai segni negativi che in essa si manifestano.

 

 

A questo punto lo sguardo del veggente dell’Apocalisse balza oltre la storia, va al suo compimento e contempla di nuovo questo stesso popolo giunto alla condizione celeste, definitiva, «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,14). La palma che portano in mano indica che hanno condiviso con l’Agnello la vittoria sul male e hanno conformato la loro vita all’appartenenza a Dio. Sono i santi, che oggi celebriamo, e che cogliamo nell’atto del rendere gloria a chi ha dato loro la forza di trasformare la loro vita: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello» (Ap 7,10).

Si è trasformati in figli di Dio. Si è destinatari di beatitudine, come dice il Vangelo, quella che spetta a chi si riconosce povero davanti a Dio e condivide con Gesù la compassione di fronte ai mali del mondo, il sentimento della mitezza, l’aspirazione alla giustizia, il cuore misericordioso, l’orientamento della vita secondo il pensiero di Dio, la costruzione della pace, l’accettazione della persecuzione per la giustizia e per il Vangelo.

 

 

Contemplare la santità nei nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto rimanendo fedeli alla loro appartenenza al Signore e manifestando nelle loro opere come la vita divina che hanno ricevuto in dono si è trasformata in una vita buona, diventa anche esortazione a ciascuno di noi a metterci su questa stessa strada.

È la strada di bontà che hanno percorso i nostri defunti, per le cui fragilità siamo qui a invocare la misericordia del Signore.

 

Giuseppe card. Betori

Arcivescovo di Firenze