Omelia Solennità Corpus Domini

19-06-2025

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

19 giugno 2025

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Gesù prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”: in questo inizio c’è tutto l’uomo. L’essere umano è una situazione mancante: egli innanzitutto ha fame di una Parola che dia senso alla sua vita e che guarisca le ferite della sua esistenza.

Sappiamo che siamo questa fame, questo bisogno, un desiderio inappagato di tutto. Sappiamo anche, perché ne facciamo continuamente esperienza, che niente, fra le cose create, può saziarci. Solo Gesù è la Parola che può rispondere a questa fame.

Ma poi l’uomo è anche fame di pane: nel vangelo sono i discepoli a indicare a Gesù questo secondo bisogno, “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”. Per loro, in fondo, Gesù aveva già fatto tutto quello che doveva fare: adesso la folla doveva pensare a se stessa. Gesù smaschera questa durezza di cuore e dà un ordine: “Voi stessi date loro da mangiare”. Questo comando fa emergere la radice profonda della durezza di cuore dei discepoli: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci”.

E’ la paura che appaia tutta la loro pochezza, tutta la loro insufficienza. Spesso le nostre forze ci permettono di arrivare solo fino a un certo punto: fare qualcosa di più diventa impensabile, perché questo “di-più” metterebbe a nudo di nuovo le nostre mancanze. Allora come affrontare il bisogno che invece richiede un “di-più”? “A meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”, suggeriscono i discepoli. Questa è l’unica cosa che sappiamo fare: se manca qualcosa, allora si deve produrre di più, aggiungere ciò che manca, spendere di più. In fin dei conti, questa mentalità era presente, fino a qualche tempo fa, anche nelle edizioni scritte dei nostri vangeli che intitolavano questo episodio: “la moltiplicazione dei pani”, titolo che è diventato di uso comune per definire ciò che qui successe. E questo è qualcosa che asseconda anche il modo dominante di interpretare l’economia oggi: di fronte ai bisogni crescenti dell’umanità, l’unica cosa da fare, subito e senza riguardi per nulla e nessuno, è crescere di più, produrre di più, sfruttare di più…

Scriveva papa Francesco nella enciclica Laudato sii: Il principio della massimizzazione del profitto, che tende ad isolarsi da qualsiasi altra considerazione, è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente; se il taglio di una foresta aumenta la produzione, nessuno misura in questo calcolo la perdita che implica desertificare un territorio, distruggere la biodiversità o aumentare l’inquinamento

Quel comando di Gesù, “Voi stessi date…”, rimane, attraversa spazi e tempi, arriva fino a noi e ci oltrepassa fino al giorno del grande giudizio: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare… avevo fame e non mi avete dato da mangiare”. Dio lega la nostra salvezza a un po’ di pane dato e lega la sconfitta della nostra storia al non aver creato condivisione e comunione. Ma la fine della fame dell’uomo non consisterà mai nel mangiare a sazietà, da soli; nell’accumulare e consumare in solitudine quanto più sia possibile. Questa è la malattia contratta nel momento in cui il serpente istigò l’uomo a nutrirsi da solo, senza attendere di essere nutrito da Dio.

La guarigione da questa malattia sta nel ricevere quel “Corpo, che è per voi” e nell’entrare anche noi nella logica della condivisione e della comunione.

Dio non dà mai nulla di meno che se stesso, non risparmiando nemmeno il suo Corpo e il suo Sangue: ogni volta che celebriamo l’Eucarestia noi assumiamo la Sua realtà divina. Ma in verità è Cristo che ci trasforma in Lui, che “cristifica” tutto il nostro essere e così noi, come chiesa, diventiamo a nostra volta il suo Corpo.

Dice a proposito la Costituzione del Concilio Vaticano II Lumen gentium sulla chiesa: Partecipando realmente del corpo del Signore nella frazione del pane eucaristico, siamo elevati alla comunione con lui e fra di noi: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,17). Così noi tutti diventiamo membri di quel corpo, «e siamo membri gli uni degli altri» (Rm 12,5)”

Noi chiesa di Gesù siamo allora chiamati dal nostro Signore a fare un atto di fiducia in Lui, ad affidargli quel nostro poco di cui abbiamo così paura. Cosa ne fa Gesù del nostro poco?

Lo prende e benedice: noi siamo dentro questa accoglienza benedicente di Gesù, sempre. Gesù non disprezza mai nulla, non gioca mai allo sfascio. Valorizza tutto e ringrazia per tutto: tutto, anche il poco, è da Gesù accolto e benedetto e può diventare, nelle sue mani, segno dell’amore del Padre. Noi chiesa di Gesù abbiamo da ripartire sempre da questa Sua benedizione, che è anche una unzione, una consacrazione nello Spirito Santo “perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”.

Poi Gesù questo poco lo spezza: questo gesto è il vero miracolo, che può guarire ogni nostra malattia e ogni nostro egoismo. Gesù non moltiplica, ma spezza, divide quei pochi pani. Questo sconvolge il nostro modo di pensare e può sconvolgere e rivoluzionare pure il nostro modo di concepire l’economia: nessuna crescita, nessuna sovrapproduzione, nessun ulteriore sfruttamento dei beni della terra che il Padre ha destinato a tutti gli uomini, potranno mai saziare la fame della famiglia umana se il cuore di ognuno non si converte e impara a condividere quello che ha e quello che è.

Scriveva ancora papa Francesco, sempre nella Laudato sii: La situazione attuale del mondo «provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo». Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite.

E infine questo poco lo , lo dona: quel pane non rimane nelle mani di Gesù e nemmeno nelle mani dei discepoli. Arriva alle mani della folla, alle mani di tutti: e alla fine anche i conti tornano e questo donare non ha svuotato le tasche ma “Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste”.

Si tratta allora di non tenere per sé, di non trattenere la benedizione di Dio, ma di rendere se stessi “canali di grazia”, capaci di far circolare l’amore di Dio verso tutti. Vivendo così, come veri figli nel Figlio, avremo la gioia e questa gioia sarà piena e eterna.

Prendere Benedire Spezzare Dare: sono i verbi eucaristici. Sono i gesti che Gesù fece in quella cena dove donò tutto se stesso, totalmente e definitivamente.

E in quella medesima cena diede a noi quest’altro ordine: “fate questo in memoria di me”. Che non vuol dire solo ripetere, ripresentare il Mistero della Sua Presenza in mezzo a noi nel Pane e nel Vino eucaristici, ma anche diventare pienamente una chiesa, comunità eucaristica. Una chiesa che fa esperienza sempre di essere benedetta, illuminata e riscaldata dall’amore del Signore, e per questo capace di spezzarsi e darsi: spezzarsi e darsi a ogni essere umano, ogni fratello e sorella che incontra sul suo cammino, soprattutto se poveri; spezzarsi e darsi nella storia del mondo, denunciando senza timore tutto ciò che sfigura il volto dell’uomo, la violenza, la guerra, l’ingiustizia e trasmettendo la Parola del Regno di Dio; spezzarsi e darsi totalmente e definitivamente, fino al giudizio, quando potremo sentire dal Signore quelle parole: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”.