Celebrazione in preparazione alla Pasqua
San Salvatore in Arcivescovado
Venerdì 11 aprile 2025
La prima immagine che ci offre il Vangelo di oggi (tratto dal decimo capitolo di Giovanni) è piuttosto sconcertante: siamo, infatti, proiettati in una scena di lapidazione. Non è la prima volta: già al capitolo 8 avevamo assistito al tentativo – scongiurato da Gesù – di lapidare una donna. Ora Gesù si trova al posto della donna ed è costretto alla fuga.
Possiamo notare che il Signore non si sottrae (per ora) soltanto alla morte, ma anche alla logica manipolatoria dei suoi interlocutori, che vorrebbero appiattire il suo ministero sul piano dei discorsi teologici o ideologici, quando, in realtà, ciò che temono sono le sue opere.
Le “opere” hanno molta importanza nel Vangelo di Giovanni che, fra le tante compiute da Gesù, ha scelto di raccontarne solo sette. Su queste sette opere “incardina” i discorsi di Gesù e tutta la prima parte del libro, che gli esegeti chiamano, per questo, il Vangelo dei segni, cui seguirà il Vangelo dell’Ora di Gesù, con il racconto della passione e della resurrezione.
Il tentativo di lapidare Gesù raccontatoci dal Vangelo di oggi è causato dalle opere di Gesù. L’evangelista ne ha già raccontate sei, dalla trasformazione dell’acqua in vino alla guarigione di un cieco nato. L’ultima, prima di essere arrestato e ucciso, sarà la resurrezione di Lazzaro.
Gesù compie gesti e pronuncia parole, intimamente connessi, poiché questo è il modo non ideologico con cui Dio parla.
Le opere di Gesù sono infatti le opere del Padre; esse non svelano un’idea astratta di Dio (magari da utilizzare per marginalizzare, escludere, uccidere come narrato nella pericope di oggi) ma rivelano un Dio che ama così tanto il mondo da mandare il suo Figlio perché chi lo accoglie abbia la Vita in abbondanza.
Il desiderio di Dio è la vita in abbondanza, la vita piena, per ciascuna donna e ciascun uomo: Gesù è l’incarnazione di questo desiderio di Dio per noi. Egli è la Vita!
In questo momento siamo noi gli interlocutori di Gesù e siamo chiamati a interrogare il nostro cuore in profondità. La vita piena, abbondante, eterna, che Dio desidera per noi è il desiderio di vita che c’è dentro ciascuno di noi! Non cerchiamo altrove!
Questo tempo di Quaresima – col digiuno che non è un atto devoto ma un atteggiamento di fondo – ci insegna che la tentazione consiste nel sostituire questa sete interiore con la sete di ciò che non disseta e che rende vuoti, insoddisfatti, avidi.
La sete di ciò che non disseta si presenta sotto molte forme. Chi esercita il potere (in qualsiasi ambito, anche nella chiesa) deve costantemente discernere su ciò di cui ha sete ed educarsi, giorno dopo giorno, a cercare l’acqua che disseta e così evitare di costruire la propria e altrui infelicità e fallire nella costruzione del bene comune.
Non un discernimento e un’ascesi tristi. C’è, infatti, una buona notizia da cogliere: il Signore Gesù sazia la nostra sete più profonda gratuitamente e l’acqua che ci dà diviene in noi sorgente che zampilla per la vita eterna.
La vita eterna – come sappiamo e speriamo – non si esaurisce nella dimensione di questo tempo essendo aperta ad un ulteriore che ci è dato come un dono. Ma la vita Eterna non prescinde dal tempo. Essa ci viene incontro sempre nell’oggi. Ora è il tempo per vivere in pienezza!
Il cristiano che agisce in politica è consapevole che la vita di ogni uomo e di ogni donna, proprio perché aperta ad un destino eterno, è chiamata a una pienezza di diritti in questa vita.
Non è possibile, è una contraddizione (è peccato!) aspirare per sé al destino eterno e non lottare nell’oggi per la pienezza dei diritti di tutti.
Possiamo riconoscere di avere un’autentica sete di vita eterna, se abbiamo fame e sete di giustizia. Senza fame e sete di giustizia e di pace anche la sete di Dio è trascurata, o – peggio – contraffatta con un bisogno religioso auto appagante.
Beati, infatti, non sono i sazi ma coloro che continuano ad aver fame e sete di giustizia anche quando tutto sembra negare plausibilità alla giustizia e alla pace.
Un po’ come nella vicenda di Geremia che, nel piccolo Regno di Giuda minacciato dai rivolgimenti internazionali e alle prese col fallimento delle riforme del re Giosia, è chiamato da Dio a ricordare al popolo il dovere di essere fedeli all’Alleanza.
Un tempo, quello di Geremia, per alcuni aspetti simile al nostro. Di fronte alle sfide terribili del nostro tempo siamo, infatti, invitati da più sirene a rinunciare alla fedeltà a quel patto fondatore che, all’indomani della seconda guerra mondiale e della Shoa, ha fatto della promozione dei diritti dell’uomo il cardine della convivenza civile di ogni popolo e fra le nazioni.
San Giovanni XXIII con la Pacem in terris (1962) ha visto in questo patto un segno dei tempi. Una chiamata ai credenti e agli uomini di buona volontà a scegliere da che parte stare per contribuire alla costruzione del Regno di Dio.
Tutti i successori di Giovanni XXIII hanno incentrato il loro magistero sociale sui diritti dell’uomo. La promozione dei diritti umani è il bene comune universale su cui cresce ben ordinata la convivenza fra le nazioni e all’interno di esse. È pericoloso e preoccupante quando il diritto internazionale e il diritto umanitario sono impunemente calpestati.
Papa Francesco ha fatto fare un passo avanti al magistero sociale della Chiesa chiarendo che la questione sociale è indissolubilmente connessa alla questione ecologica. Il grido della terra è indisgiungibile dal grido dei poveri.
Il rispetto dei diritti dell’uomo, nascituro, in crescita, adulto, uomo, donna, lavoratore, disoccupato, migrante, sano, malato, morente è l’architrave della pace e di ciò che può garantire l’abitabilità della terra nel nuovo regime climatico con cui tutti dobbiamo fare i conti. In nessun modo tutto ciò può essere considerato, specialmente da un cattolico, un’irrealistica utopia. Essa è al contrario l’unica realistica premessa per la pace e la prosperità in un pianeta le cui risorse non sono illimitate e quindi vanno condivise.
Care sorelle e fratelli, con la grazia delle fede c’è stata donata la consapevolezza e la speranza che l’Eucarestia che celebriamo e di cui ci saziamo è il germe fecondo dell’unità dell’intera famiglia umana. Portiamo nell’Eucaristia le nostre aspirazioni politiche più autentiche e feconde, sostiamo a rinfrancarci insieme – uniti in Gesù a partire da tutte le nostre differenze – e riprendiamo con coraggio e speranza il nostro servizio al bene comune.
