Giovedì Santo – Messa “in Coena Domini”
Carcere di Sollicciano
17 aprile 2025
Cari fratelli e sorelle, celebrando l’Eucaristia all’inizio del Triduo pasquale noi crediamo che possiamo rivivere questa sera l’esperienza della salvezza che si è manifestata attraverso quegli eventi della vita di Gesù che la Scrittura ci racconta.
Nel testo del Vangelo della lavanda dei piedi che abbiamo ascoltato possiamo distinguere tre momenti: la preparazione del gesto, la sua esecuzione, la sua spiegazione.
Nella prima parte l’evangelista Giovanni ci invita a contemplare Gesù. Egli sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò fino alla fine. Questa espressione può essere intesa in due sensi che sono entrambi veri: fino all’ultimo momento della sua vita, ma anche fino al dono totale di sé.
Gesù è cosciente che l’ora della sua morte è vicina e decide di compiere un gesto che ha il valore di un testamento nel quale si riassume il senso della sua esistenza e che esprime quel dono che desidera trasmettere a tutti i suoi amici. Nel compierlo forse si è ispirato a quello che una donna peccatrice aveva fatto prima a lui, chinandosi ai suoi piedi, bagnandoli con le sue lacrime e asciugandoli con i suoi capelli (Lc 7,36-50).
Proprio in questi primi versetti si fa allusione al diavolo che aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota di tradire Gesù. La parola “diavolo” viene dalla lingua greca e significa divisore. La sua azione si manifesta anche nella nostra vita, cercando di dividerci dal Signore, di ingannarci con le sue menzogne: Dio non esiste e anche se esiste non può amare uno come me, che sono un peccatore.
Un bel testo della Lettera agli Ebrei ci dice che il demonio ci tiene tutti prigionieri con la paura della morte, ma Gesù è venuto a salvarci: “Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Essere cristiani significa quindi imparare a disobbedire alle paure, ben sapendo che Gesù non è venuto per i giusti, ma per i peccatori.
Nella seconda parte del Vangelo siamo invitati ad ascoltare il dialogo fra Gesù e Pietro. Quest’ultimo vuole opporsi al Maestro: “Signore tu lavi i piedi a me?”. Nella risposta di Gesù, capiamo ciò che c’è in gioco: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo”. “Dopo” si riferisce al tempo in cui Gesù viene consegnato per essere crocifisso quando Pietro lo rinnega per tre volte. L’evangelista Luca ci dice che proprio nel momento in cui lo rinnega per la terza volta Gesù si volta verso di lui, manifestandogli la sua misericordia.
Pietro, diversamente da Giuda, non cade nella disperazione e inizia un percorso di purificazione dal male. Esso comincia con il pianto che lava i suoi occhi, aiutandolo a prendere coscienza delle conseguenze negative del male. Pietro coltivava in cuor suo un’idea sbagliata di Gesù, pensando a lui come un Messia che avrebbe sconfitto i Romani, ricercando la gloria il denaro e il potere.
Si racconta a proposito di San Francesco che, quando giunse ad abbracciare un lebbroso, smise finalmente di adorare sé stesso.
Nell’ultima parte del Vangelo Gesù manifestando ai suoi discepoli il senso del gesto da lui compiuto, rivela loro il segreto della gioia: “Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.
Gesù ci insegna che la vera libertà consiste nel mettersi al servizio gli uni degli altri. Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo della Speranza ci ricorda che in questo anno siamo chiamati a essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio. “Penso ai detenuti che, privi della libertà, sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto” (SNC 10).
Anche qui all’interno del carcere possiamo crescere nella fedeltà a questa parola del Vangelo. Lavarsi i piedi gli uni gli altri significa imparare a rispettarsi, a stimarsi reciprocamente. Quando sappiamo superare paure e pregiudizi si realizzano dei veri e propri miracoli, come ci racconta una bella parabola dei nostri giorni.
Un iceberg, una magnifica montagna di ghiaccio bianco galleggiante, portata dalle onde del mare arrivò davanti a una spiaggia che era solo la punta estrema di un deserto. Proprio davanti all’iceberg si presentò una deliziosa duna di sabbia finissima e dorata. La duna e l’iceberg si presentarono educatamente, fecero conoscenza reciproca, chiacchierarono a lungo e alla fine si innamorarono l’uno dell’altra. Si resero conto che non potevano vivere l’uno senza l’altra e presero la decisione di sposarsi. La duna parlò con i suoi amici che gli dissero: «Sei impazzita, mia cara. Rimarrai attaccata al ghiaccio e il vento ti porterà ovunque e poi ti disperderà». L’iceberg a sua volta ne parlò con i suoi genitori. La sua mamma gli disse: «Sii ragionevole, figlio mio, niente sarà più come prima. La sabbia calda ti farà fondere completamente». Entrambi decisero invece di sposarsi e così questo angolo del deserto divenne un magnifico giardino pieno di fiori.
