Festa della Santa Famiglia
Celebrazione per la chiusura diocesana del Giubileo
Cattedrale di Santa Maria del Fiore
28 dicembre 2025
Cari fratelli e sorelle la celebrazione eucaristica di oggi, con il rito di chiusura dell’anno giubilare nella nostra Diocesi di Firenze, è l’occasione per ringraziare il Signore per tutte le grazie che abbiamo ricevuto in questo tempo santo. Vogliamo invocare il dono dello Spirito Santo perché ci aiuti a rimanere pellegrini e testimoni di speranza nel nostro mondo. La riscoperta di questa virtù della speranza come un’ancora sicura e salda, alla quale possiamo aggrapparci nelle prove della vita, è forse il dono più bello che ci è stato consegnato, come un germoglio da proteggere perché possa espandersi e fruttificare. Ci siamo resi conto in particolare di quanto sia necessario essere sostenuti dalla speranza oggi per essere autentici artigiani di pace.
Le letture della Messa odierna nella festa della Santa Famiglia ci aiutano a vivere questo momento di preghiera di rendimento di grazie e ci illuminano sul cammino che il Signore ci invita a compiere per superare le nostre paure, in particolare la paura della morte con la quale il demonio ci tiene tutti prigionieri (cf. Eb 2,15). I Vangeli dell’infanzia, come sappiamo, più che una cronaca degli eventi della vita di Gesù bambino, sono una riflessione su quanto è avvenuto agli inizi della sua storia alla luce del mistero pasquale della sua morte e risurrezione. Nel testo del Vangelo di oggi possiamo individuare tre tappe, quasi un viaggio di andata e ritorno della Santa Famiglia: l’uscita dalla terra di Israele, il ritorno dall’Egitto, la dimora di Nazaret in Galilea.
È interessante osservare che la prima delle due citazioni della Scrittura (“Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”) sembra non trovarsi al posto giusto. Essa viene collocata, infatti, prima e non dopo il ritorno della Santa Famiglia, cioè al momento dell’entrata in Egitto e non a quello della uscita. L’intento dell’evangelista è quello di presentare Gesù come un nuovo Mosè. In questo caso, dunque, la terra d’Israele è il nuovo Egitto e il re Erode il nuovo faraone. Giuseppe è la figura della persona saggia e prudente, capace di vegliare nella notte. Il sogno è un modo per indicare il coraggio di mettersi in ascolto della Rivelazione di Dio che ci permette di orientarci nella vita, di guardarci dal lievito dei farisei e di Erode (cf. Mc 8,15). La scoperta di un amore sempre più grande del nostro cuore, di cui abbiamo fatto esperienza soprattutto attraverso la grazia dell’indulgenza, ci rende più sensibili nel prendere coscienza delle strutture di peccato, ossia di «quella mentalità dominante che considera normale o razionale quello che in realtà è solo egoismo e indifferenza» (Francesco, Dilexit nos 183). Fuggire dall’Egitto per noi oggi significa riconoscere gli idoli del denaro, del potere e della vanagloria che ci tengono prigionieri. Come ci ricordava Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo: «Ma non possiamo distogliere lo sguardo da situazioni tanto drammatiche, che si riscontrano ormai ovunque, non soltanto in determinate aree del mondo. Incontriamo persone povere o impoverite ogni giorno e a volte possono essere nostre vicine di casa. Spesso non hanno un’abitazione, né il cibo adeguato per la giornata. Soffrono l’esclusione e l’indifferenza di tanti. Non dimentichiamo: i poveri, quasi sempre, sono vittime, non colpevoli» (SNC 15).
La seconda tappa del cammino della Santa Famiglia potrebbe essere definita come il passaggio da Gaza alla Galilea. Dopo il secondo sogno, in cui Giuseppe viene avvertito della morte dei persecutori del bambino, possiamo immaginare che il loro viaggio di ritorno sia avvenuto attraverso il passaggio dalla città di Gaza che si trova al confine fra l’Egitto e Israele. È bello pensare che proprio qui avviene il terzo sogno che conferma una decisione maturata nell’ascolto, nel discernimento degli eventi della storia in cui Gesù, Maria e Giuseppe sono immersi: «Quando Giuseppe venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre ebbe paura di andarvi». La chiusura del Giubileo coincide con la fase della recezione del Sinodo della Chiesa universale e della nostra Chiesa italiana. La figura di Giuseppe è un bell’esempio per noi di una persona capace di camminare insieme agli altri. Proprio mettendosi all’ascolto delle persone che incontra si apre all’ascolto dello Spirito Santo. La sinodalità è infatti «il camminare insieme dei cristiani con Cristo e verso il Regno di Dio, in unione a tutta l’umanità» (DF 28). La mappatura dei servizi pastorali e dei ministeri nelle nostre parrocchie, associazioni e movimenti è il frutto di una decisione maturata nel corso dell’ultima assemblea pastorale diocesana che ha riconosciuto come prioritaria l’importanza della corresponsabilità differenziata per vivere fedelmente la nostra identità di Chiesa sinodale e missionaria. Ci prepariamo a condividere i risultati di questo discernimento nelle assemblee vicariali che si terranno all’inizio di marzo. Desidero ringraziare di cuore quanti si stanno impegnando con coraggio e pazienza a questo compito. Sono certo che anche noi potremo fare dei sogni che ci aiuteranno a decidere come Giuseppe per andare ad abitare quei luoghi dove Gesù desidera rendersi presente (periferie geografiche e esistenziali), realizzando le promesse dei profeti.
La terza tappa del cammino è quella che va dall’ingresso in Galilea alla città di Nazaret. Anche in questo caso l’evangelista riporta una citazione della Scrittura: “Sarà chiamato Nazareno”. È difficile sapere esattamente a quale testo dell’Antico Testamento Matteo volesse riferirsi. Molto probabilmente egli evoca la profezia di Is 11, nella quale troviamo la parola “germoglio” (nezer) che sta alla base dell’etimologia della parola Nazaret. Nazaret è la città del germoglio che spunta dal tronco di Iesse, perché in quel luogo c’era un gruppo di membri della casa di Davide che attendevano il tempo messianico con l’esaltazione di uno dei loro discendenti. Noi sappiamo che quel tempo è già venuto con il Signore Gesù, il cui regno non è di questo mondo, segue cioè un’altra logica. Attendendo il suo ritorno nella gloria, ognuno di noi è chiamato a essere per gli altri un germoglio che annuncia la venuta del tempo in cui «il lupo dimorerà insieme all’agnello, in cui non agiranno più iniquamente né saccheggeranno».
C’era una volta una ragazza che ogni notte guardava la luna. In quell’occhio del cielo dai riflessi argentati, le sembrava di intravedere il profilo di un giovane sconosciuto. Forse era solo il misterioso riverbero di un sogno. La ragazza aspettava e sospirava. Dall’altra parte del mondo, un ragazzo guardava la luna ogni notte. Su questo schermo un po’ pallido, gli sembrava di vedere il profilo dolce e bello di una ragazza. Il ragazzo era un arciere esperto. Così, una notte, prese una freccia, la più resistente e veloce che possedeva, la tese sull’arco con tutte le sue forze e la lanciò verso la luna. La freccia dura come il ferro e veloce come un fulmine colpì il bersaglio. Un pezzo della luna si staccò e cadendo sulla terra si divise in due parti. Una si posò sulle ginocchia della fanciulla e l’altra ai piedi del giovane arciere. Entrambi raccolsero il pezzo della luna e lo legarono al collo come un gioiello. Si sono mai incontrati? Nessuno lo sa. Ma tutti noi, esseri umani, siamo come loro e vaghiamo nel mondo portando ciascuno con sé la metà di un sogno. Molto probabilmente non conosci chi possiede l’altra metà del tuo sogno. Quindi, per evitare di sbagliare, sii gentile con tutti quelli che incontri.
Fa’ o Signore che il nutrimento eucaristico ravvivi in noi il desiderio di restare pellegrini di speranza, di riconoscere i segni della tua presenza intorno a noi, per attendere con fiducia la tua venuta che dà senso e compimento a ogni nostro sogno, a ogni nostra attesa.
