Giovedì Santo – Messa “in coena Domini”

14-04-2022

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

14 aprile 2022

Giovedì Santo – Messa “in coena Domini”

[Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15]

 

OMELIA

 

Tra la prima e la seconda lettura della liturgia di questa sera, tra la pagina del libro dell’Esodo e il testo della lettera di Paolo ai Corinzi, si dispiega il passaggio tra la Prima e la Nuova Alleanza, tra la figura e la realtà. La memoria della salvezza di Israele illumina l’evento supremo della salvezza, la morte di Cristo, che egli anticipa nell’ultima sua cena con i discepoli.

Israele, che nella schiavitù in Egitto ha perduto la propria identità e il legame con il suo Dio è immagine della condizione dell’umanità, che mette continuamente in pericolo la propria identità e relazione con Dio. È il mistero del peccato che invoca redenzione e risurrezione, il dono che Gesù viene a portare con la propria Pasqua.

A liberare dal male è un sacrificio. In Egitto, per Israele, è il sacrificio di un agnello, figura di un altro agnello, l’Agnello di Dio, Gesù, che verrà anch’egli sacrificato, messo a morte. La redenzione passa attraverso una perdita di sé, che è un dono di sé, e non, come vorrebbe la logica del mondo, con una presa di possesso, una trasformazione mediante la violenza. Gesù dona sé stesso e ci consegna il suo esempio come un mandato.

Lo fa nella cena con i discepoli prima della Passione, anticipando il significato della sua Croce nei segni del pane e del vino, fatti sua Carne e suo Sangue, in cui si consegna ai discepoli perché facciano questo come memoriale di lui nei secoli a venire: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24.25). L’offerta di sé: mistero d’amore di Gesù e programma di vita per chi partecipa alla sua mensa.

Il sangue dell’agnello, posto sullo stipite delle case degli Ebrei li libera dalla morte che incombe sull’Egitto, e un futuro di libertà si apre per loro, che si mettono in cammino nutriti da un cibo condiviso nella comunione familiare, una comunione aperta all’accoglienza del prossimo.

Un mistero di vita, di liberazione e di fraternità vissero gli ebrei nella notte della Pasqua in Egitto e continuarono a celebrare «di generazione in generazione… come rito perenne» (Es 12,14). Un mistero di vita, di liberazione e di fraternità Gesù celebra nella sua Pasqua.

È, questo, un mistero di perenne attualità e di speciale valore in questo nostro tempo, in cui la vita è minacciata in varie forme. La crisi dell’umano assume molti volti nel nostro tempo: distruzione dei rapporti fraterni fino alla guerra che insanguina tante parti del mondo; disprezzo della dignità della persona fino a toccare le condizioni più fragili dell’inizio e della fine della vita; dimenticanza ed emarginazione di chi si trova nella povertà; fragilità indotta da un nichilismo che non pochi ritengono prezzo necessario da pagare per una libertà senza criteri; illusione di poter governare l’identità umana fino a manipolarla nella fluidità dei generi e perfino negarla nel voler dare forma a un mondo post-umano e trans-umano, che indirizzi di pensiero e tendenze artistiche vorrebbero far ritenere nostro inevitabile futuro; e potremmo continuare ancora. Dentro questo contesto prendono forma le scelte che ci negano a Dio e agli altri.

Un tempo, il nostro, in cui incombono pericolose forme di oppressione e di sfruttamento che limitano o violano la libertà di persone e di popoli: le persistenti diseguaglianze sociali che allontanano sempre più individui e popoli ricchi da quanti giacciono nella miseria; il furto di futuro che subiscono le nuove generazioni anche nelle società avanzate, a causa dello squilibrio di diritti e possibilità; le violazioni alla dignità della donna, fino alla violenza omicida; bambini vittime di violenze e abusi; anziani e malati lasciati nella solitudine di fronte alla sofferenza.

E non sono migliori gli scenari sul fronte della fraternità, offesa dagli egoismi eretti a sistema nell’ottica della società degli affari e dei consumi, in cui si coltiva la cultura dello scarto; fraternità lesa dal venir meno della coscienza dei propri doveri verso gli altri, nelle forme di ingiustizie e corruzioni o nella sottovalutazione delle proprie responsabilità; fraternità impoverita dalla consunzione della trama del tessuto sociale, diventato preda di interessi e di profitti; la scelta della guerra come strumento di soluzione dei conflitti tra i popoli con la devastazione di vite di innocenti.

Abbiamo bisogno di far nostro l’annuncio di vita, di liberazione e di fraternità che viene dalla Cena eucaristica, un orizzonte che richiede una conversione, quella che Gesù esemplifica nel gesto narrato dal vangelo di Giovanni: la lavanda dei piedi, farsi servi gli uni degli altri. Un gesto, quello di Gesù, impegnativo, perché il livello di impegno è dato da lui stesso: «Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). E questo è possibile solo se ci lasciamo lavare da Gesù: solo il suo perdono, la sua misericordia, ci rende capaci di essere misericordiosi, servitori degli altri.

Il rito che celebriamo e che rinnoviamo ogni volta che partecipiamo all’Eucarestia e ci nutriamo di essa implica una novità di vita che impegna. Il rito deve diventare vita. È quello che chiediamo stasera per noi, per la Chiesa e per il mondo.

 

Giuseppe card. Betori