Celebrazione eucaristica in memoria dei vescovi fiorentini defunti

09-07-2022

Cattedrale di S. Maria del Fiore

XV domenica del t.o.

9 giugno 2022

Celebrazione eucaristica in memoria dei vescovi fiorentini defunti

(Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37)

 

 

OMELIA

 

Celebriamo questa eucaristia nell’anniversario della morte del sempre a noi caro cardinale Silvano Piovanelli nel ricordo dei vescovi fiorentini defunti, memori del servizio da loro reso alla nostra Chiesa, della parola del  Vangelo che ci hanno consegnato, della grazia di Dio di cui si sono fatti mediatori nell’esercizio del culto divino, di quanto hanno promosso il servizio della carità verso i più poveri, di come hanno edificato le nostre comunità nella comunione.

Il legame tra il vescovo e la sua Chiesa ci induce a proiettare nella prospettiva della dimensione ecclesiale la parola di Dio che viene proclamata in questa XV domenica del tempo ordinario. Ci poniamo quindi questa domanda: quale immagine di Chiesa ci viene consegnata dalle pagine della Scrittura, così da far rivivere in noi l’eredità che i nostri vescovi ci hanno consegnato?

Lo facciamo a partire dalla pagina del vangelo di Luca, pagina ben nota e tra le più caratterizzanti l’insegnamento di Gesù. Al centro del testo lucano c’è la parabola del buon samaritano, ma essa si colloca all’interno di un dialogo, tra Gesù e il dottore della Legge che ne costituisce la premessa, la ragione, e ne raccoglie l’esito, il messaggio. Gesù non si sottrae al dialogo, al confronto; il suo insegnamento non discende sugli uomini in forma assertiva, dall’alto di una cattedra. Il Maestro si lascia provocare dalle domande di chi lo incontra, anche da chi pensa di metterlo in difficoltà. Ascoltare le domande degli uomini e lasciarsi coinvolgere in un dialogo aperto e sincero, è quanto attende oggi il mondo dalla Chiesa. Quando il Papa invita la Chiesa ad assumere uno stile sinodale vuole proprio questo da noi, perché la sinodalità non è soltanto la modalità più appropriata con cui i discepoli di Gesù devono dare forma alla loro comunione, ma è anche un modo con cui gli stessi discepoli devono rapportarsi nei confronti del mondo, non chiusi nella rigidità di una dottrina, ma pronti a lasciarsi porre in discussione dalla vita e dalla gente, nella concretezza della realtà storica e nell’apertura alle richieste più profonde del cuore.

Il dialogo tra Gesù e il dottore della Legge ha per oggetto «la vita eterna» (Lc 10,25) e la strada che occorre intraprendere per entrarne in possesso. È questione centrale, anzi la questione centrale della vita, cioè come dare a questa una profondità che permetta di superare i limiti del tempo e dello spazio, la condizione di fragilità propria della creatura e quindi di giungere a pienezza. Intercettare questa domanda di pienezza che appartiene alla condizione umana è ancora un compito essenziale della Chiesa oggi. La domanda, certamente, non ha nella maggior parte dei casi la forma religiosa con cui la pone a Gesù il dottore della Legge, ma va interpretata negli interrogativi che si pone l’umanità, anche quando ci si presentano in forme devianti. Il pericolo per noi è, appunto, non sapere cogliere e far emergere l’interrogativo sulla vita che pur c’è nella cultura contemporanea e privarci del dialogo con essa.

Nel dialogo tra Gesù e il dottore della Legge diventa subito chiaro che la risposta condivisa tra i due è che la strada verso la pienezza della vita incrocia il nostro rapporto con Dio e con il prossimo, che deve assumere il volto dell’amore: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (Lc 10,27; cfr. Dt 6,5 e Lv 19,18). Cosa significhi amare Dio sembra che il dottore della Legge presuma di saperlo. Con maggiore umiltà dovremmo invece domandarci se ne abbiamo una chiara comprensione e una sufficiente esperienza. Sarebbe da aprire qui il capitolo del rapporto tra fede e idolatria, in cui gli idoli non si collocano solo negli ambiti della vita materiale, ma si insinuano anche negli spazi della spiritualità e perfino della religione.

Ma lasciamo questo orizzonte per stare al contenuto del dialogo, che si concentra sull’identità del prossimo: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). La parabola che Gesù narra serve a ribaltare la prospettiva da cui si pone il dottore della legge, che vorrebbe misurare il confine entro cui considerare una persona mio prossimo. La domanda che occorre porsi, secondo Gesù, non è fino a dove estendere la categoria della prossimità: alla famiglia, alla parentela, al vicinato, alla città, alla nazione, all’etnia, a chi condivide la medesima cultura? La sguardo di Gesù è del tutto estraneo a questa categorizzazione dell’umano e parte dal nostro cuore, chiedendo che esso non ponga confini, ma si faccia prossimo a tutti. Quanto questo implichi per la conversione personale lo sappiamo bene, perché ogni giorno dobbiamo fare i conti con i nostri egoismi. Ancor più evidente è la critica che la parola di Gesù rivolge alla convivenza civile, a tutti i livelli, dalle comunità sociali più ristrette alle città, dagli stati fino agli assetti mondiali. Le guerre che insanguinano il mondo sono la prova dolorosa di quanta strada il Vangelo deve fare per farsi storia.

Ma il richiamo a farsi prossimi vale anche per la Chiesa, per la quale nessuna persona, nessun ambito di vita, nessuna condizione sociale può essere considerata estranea. Non è forse questo il senso più vero della “Chiesa in uscita”, come indica Papa Francesco? In uscita certamente per annunciare il Vangelo, ma prima ancora per farsi compagna di viaggio dell’umanità con quell’atteggiamento di cura che contrassegna l’agire del samaritano. E la Chiesa deve lasciarsi interrogare non solo dall’atteggiamento di cura che le viene chiesto di esercitare verso tutti, ma anche dall’invito a intrecciare la propria azione a quella di altri soggetti della vita sociale, così come il samaritano si affida alle competenze dell’albergatore per dare compiuta efficacia alla sua azione di cura. Senza dimenticare che tutto nasce dalla compassione, perché solo con il coinvolgimento del cuore, della persona, l’agire della cura si eleva dal livello della solidarietà per diventare gesto d’amore.

Non va infine dimenticato che l’esercizio dell’amore come cura della Chiesa per il mondo ha un fondamento teologico ben preciso, che ci è rammentato dalla seconda lettura: l’universo è frutto dell’amore del Verbo di Dio: «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16), e di fronte all’umanità divisa dal peccato il Padre ha voluto che «per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20). Questa opera di riconciliazione è quanto è affidato alla Chiesa dal suo capo, Gesù. Diventare strumenti di questa grazia di carità, sulla strada tracciata dai nostri pastori, sia il nostro impegno.

Giuseppe card. Betori