Una «Carta» toscana per i migranti

Una «Carta» toscana per i migranti
di Claudio Turrini
 
Il nome scelto è impegnativo: «Carta di Siena». È l’appuntamento promosso dalla Fondazione Migrantes per giovedì 21 novembre, nell’Aula Magna dell’Università per Stranieri di Siena. Un confronto ad ampio raggio per favorire – come scrive il vescovo delegato della Cet per la Migrantes, mons. Franco Agostinelli – «un cambiamento culturale nei confronti della tematica dell’immigrazione, eliminando atteggiamenti più o meno ostili o di velato sfruttamento, essenziale tanto ai fini della pastorale e dell’evangelizzazione, quanto ;delle politiche da attuare e degli indirizzi educativi da perseguire». È la prima volta in Toscana che Chiesa e istituzioni civili si confrontano sulla realtà migratoria. Il nome è stato scelto, come ci spiega padre Stefano Messina, degli Oblati di Maria Immacolata, incaricato regionale della Migrantes, perché «con il Convegno verrà redatto un Documento di sintesi da sottoporre all’attenzione delle istituzioni». Una «Carta» che «vuole rappresentare allo stesso tempo un punto di arrivo e di partenza. Punto di arrivo per ché raccoglierà il risultato di esperienze maturate negli anni; punto di partenza perché intende fornire una dichiarazione di principi, che conduca a prese di posizione e sia di stimolo per impegni volti a costruire “un futuro ben radicato nella speranza”»
 
Padre Messina, come nasce questo convegno?
«Nasce molto semplicemente, per iniziativa di Migrantes Toscana, organismo della Cet che riunisce i vari Uffici per la pastorale dei migranti delle singole diocesi. È il frutto di un percorso comune di pianificazione e riflessione fra le Commissioni della pastorale dei migranti delle Diocesi toscane, la Commissione regionale Caritas, l’Ufficio di pastorale sociale, l’Ufficio per la famiglia, l’Ufficio giovani, il Centro internazionale studenti «La Pira». Il convegno, inoltre, è progettato e svolto in collaborazione all’Università per Stranieri di Siena».
 
E quali sono le motivazioni profonde?
«I motivi sono due. Primo, il bisogno di aprirsi sempre di più e sempre meglio alla riflessione e alla collaborazione con le pubbliche Istituzioni di fronte alla realtà nuova dell’immigrazione, divenuta ormai permanente, strutturale: la Chiesa, “esperta in umanità” (per citare il Concilio), agisce infatti nella società attraverso i cristiani impegnati in vario modo, che sono cittadini e parte attiva delle istituzioni di questo paese. Secondo, c’è un’esigenza di natura pastorale: al centro dell’esperienza cristiana c’è ;il Vangelo: occorre aiutare i cristiani a comprenderlo e a viverlo in ogni contesto e situazione, anche in un mondo che sta rapidamente cambiando sotto i nostri occhi. È il messaggio dell’amore come proposto da Cristo che va declinato di fronte alle nuove sfide sociali e culturali. L’iniziativa invita dunque a prendere coscienza della realtà per agire, volendo rendere degna la vita di ogni donna e di ogni uomo e a considerare il mondo come un’unica famiglia umana».
 
Come «Migrantes» avete un po’ il polso della situazione. Come sta reagendo la Toscana ai flussi di migrazione? Quali sono le aree o le situazioni più critiche?
«La Toscana non è, di massima, meta finale del migrante, il quale il più delle volte si dirige verso aree settentrionali con maggiori possibilità di impiego. Un’eccezione significativa è rappresentata dalla concentrazione di cinesi intorno al nucleo urbano di Prato e di zone limitrofe. La crescita di grosse periferie a unica matrice etnica rappresenta a nostro parere un autentico ostacolo all’integrazione. In tali casi, occorre attuare un’accoglienza attenta e intelligente, ad esempio pianificando attraverso l’orientamento di piccoli nuclei distribuiti nel territorio, pratica complessa del resto già adottata in Toscana, ma da promuovere con più attenzione e coordinamento, tra comuni ecc.».
 
Ci sono esperienze positive da citare, come esempi di buone pratiche di integrazione?
«In Toscana, a livello ecclesiale operano moltissimi organismi che si occupano di prima accoglienza, altri assistono i migranti nelle difficili fasi successive come l’accompagnamento nelle pratiche burocratiche, l’inserimento dei figli a scuola, le visite mediche, la ricerca di alloggio o lavoro, l’insegnamento della lingua italiana, le occasioni di reciproca conoscenza dal punto di vista culturale o religioso. Solo per citare alcune esperienze vive da tempo: le Caritas,l’Acisjf alla Stazione di Santa Maria Novella di Firenze, il Centro internazionale studenti La Pira, Sant’Egidio, il Centro Stenone, Villa Pieragnoli per i rifugiati (a Firenze), il Volontariato vincenziano a Prato con la Scuola di cittadinanza attiva, altre associazioni e gruppi, singole parrocchie o interi vicariati come nel caso del Centro di ascolto di Coverciano a Firenze… Non ultimi, i vari Uffici pastorali delle Diocesi che si prodigano, sia attraverso i sacerdoti di varie nazionalità che accompagnano spesso i connazionali, sia proponendo alla intera comunità ecclesiale le indicazioni necessarie per far maturare la consapevolezza che l’accoglienza è davvero tale, se riconosce nell’altro una persona che può donare a sua volta e miri a un’autentica integrazione».
 
Cosa ci ha insegnato l’esperienza di accoglienza dei profughi libici e tunisini, terminata da poco?
«La realtà dei profughi è particolarmente inquietante e dolorosa e chiama anzitutto responsabilità di carattere internazionale. I 18 mila sbarchi avvenuti sulle coste italiane nel 2012 avevano prevalentemente una connotazione “economica”: cioè fuga per fame alla ricerca di lavoro, di dignità. Gli sbarchi del 2013 (raddoppiati) sono stati invece, per i due terzi, motivati da guerre e da conflitti. Si fugge da vere persecuzioni. Troppo spesso, purtroppo, l’inferno dei rifugiati continua in Italia, dopo le perdite innumerevoli di vite u mane e i sacrifici del percorso; pensiamo all’emergenza umanitaria dei “centri di accoglienza”, alla vita di emarginazione nelle periferie delle città. C’è anche da affrontare con maggiore forza la gravissima realtà della Tratta di esseri umani, soprattutto donne: nelle nostre città c’è un mondo parallelo e oscuro di cui sembra non ci accorgiamo. La Toscana, seguendo la sua tradizione di civiltà, si è prodigata sia a livello istituzionale che associativo o spontaneo. Ma occorre oggi, guardando al futuro, un impegno&nb sp;più incisivo e coordinato sia a livello del Parlamento e del Governo nazionale, come dell’Europa, attraverso norme e azioni che muovano da una visione che abbia sempre al centro la persona umana».
 
toscanaoggi
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25/11/2013