AQUILA E PRISCILLA:
LA FAMIGLIA EVANGELIZZA
QUANDO APRE IL CUORE E LA CASA.
‘Lo ascoltarono, poi lo presero con sé
e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio’ (At 18,26)
L’opera di evangelizzazione che i coniugi Aquila e Priscilla compiono verso Apollo, uno dei maggiori evangelizzatori delle origini cristiane, va inquadrata nella personalità e nella vicenda umana e religiosa di questa coppia di sposi giudeo-cristiani. Cercheremo di farlo raccogliendo quanto di loro narrano gli Atti degli Apostoli al cap. 18 (vv. 1-4.18-19.24-26) ma anche le notizie che offrono le lettere paoline (1Cor 16,19; Rm 16,3; 2Tm 4,19).
Il primo tratto che li distingue è la loro origine giudaica. Troppo spesso si dimentica che le radici della Chiesa stanno nel popolo d’Israele. Gesù era un giudeo, come lo erano gli apostoli che egli si scelse; lo erano anche importanti evangelizzatori come Paolo e Barnaba, e anche Apollo, che incontreremo nella vicenda umana e religiosa della nostra coppia di sposi. Anche Aquila e Priscilla appartengono al numero non irrilevante di quei giudei che, agli inizi dell’annuncio del Vangelo accolsero la parola e si fecero battezzare nel nome di Gesù, entrando in quella che veniva definita ‘la Via (del Signore / di Dio)’.
Quello che oggi viene percepito come uno scarto tra due religioni che, pur avendo in comune una parte degli scritti sacri, si differenziano tra loro in modo evidente, in quei primi credenti in Gesù veniva invece vissuto come l’atteso compimento di una promessa che da sempre aveva orientato la loro esistenza e ora diventava fatto compiuto, esperienza tangibile. Imbatterci nelle figure di questi giudeo-cristiani ci incoraggia a recuperare nella nostra spiritualità la dimensione della promessa, questa caratteristica dominante della fede anticotestamentaria, a cominciare da Abramo, ma già prima, in una prospettiva universalistica, in Noè e nella vicenda degli stessi progenitori; e, nella letteratura neotestamentaria, la dimensione della promessa costituisce una chiave essenziale per la comprensione del mistero di Gesù, i cui eventi sono continuamente accostati a testi anticotestamentari per essere interpretati come loro adempimento.
Di questa prospettiva della salvezza, come una storia che va dalla promessa al compimento, i giudeo-cristiani sono la concreta e viva testimonianza, indirizzando noi non solo a un atteggiamento più positivo nel dialogo con i fratelli ebrei, ma anche a un approccio più storico, meno ideologico, più cristologico, meno moralistico, della fede. Ne consegue un invito a una lettura assidua dell’intera Scrittura, con un approccio storico-salvifico, che aiuti a cogliere in Gesù il centro e la chiave interpretativa dell’intera storia umana come storia della salvezza: leggere di più Antico e Nuovo Testamento e in modo tra loro collegato.
La seconda caratteristica della coppia Aquila e Priscilla che va posta in luce è la loro provenienza dalla città di Roma. Nel primo secolo dopo Cristo a Roma viveva una fiorente comunità di ebrei, di cui non solo ci narrano gli storici dell’epoca, ma ci danno testimonianza anche i dati archeologici. Possiamo immaginarne l’origine nella spinta all’emigrazione provocata dai commerci, ma anche nelle conseguenze di guerre e di carestie da cui scaturivano innumerevoli schiavi, che con il passare del tempo potevano diventare liberti. Ma non dobbiamo pensare a una presenza giudaica solo nelle classi umili, dal momento che le fonti parlano anche di ebrei nella stessa corte dell’imperatore e tra le famiglie senatorie, dove non pochi personaggi pagani assunsero atteggiamenti positivi verso il monoteismo ebraico, come Poppea, la seconda moglie di Nerone.
Di questi spostamenti di giudei da luoghi diversi del mondo antico con approdo a Roma doveva far parte sicuramente Aquila, che gli Atti dicono originario del Ponto. Il fatto che l’indicazione geografica venga attribuita dagli Atti al solo Aquila, lascia presumere che Priscilla abbia un’altra origine e che l’incontro tra i due sposi possa essere avvenuto a Roma. I movimenti migratori, che tanto preoccupano i nostri tempi, sono una caratteristica costante della storia umana, particolarmente intensi nell’impero romano. Essi in quel tempo, e potenzialmente sempre, sono un fattore di crescita della coesione tra i popoli, pur comportando inevitabili tensioni di aggiustamenti nei costumi e nelle relazioni. L’unità dell’impero romano ebbe molto da guadagnare da questa miscela di popoli. Per il cristianesimo, la circolazione delle popolazioni all’interno dell’impero per motivi sociali fu uno dei più significativi fattori di espansione della nuova fede. Nel loro dislocarsi in nuovi paesi, i credenti nel portavano con sé i tratti portanti della fede e, nelle città di approdo, potevano sempre contare su comunità accoglienti, che li appoggiavano nella loro fedeltà. La vicenda di Aquila e Priscilla, che si muovono dal Ponto a Roma, di qui a Corinto e poi a Efeso, per tornare di nuovo a Roma, sempre mantenendo vivo il loro impegno ecclesiale, ne è un esempio evidente.
Ma torniamo alla comunità giudaica di Roma. Di giudei a Roma si inizia a parlare già dalla metà del secondo secolo a.C., e dovette trattarsi di una presenza numericamente, socialmente e politicamente rilevante; non a caso troviamo i giudei tra i sostenitori di Giulio Cesare. E non ci meraviglia pertanto se un esponente del partito avverso, come Cicerone, già nel 59 a.C., si esprima in una sua difesa con espressioni di chiaro sapore antisemita: ‘Voi sapete che grande gruppo essi siano, come siano uniti e concordi e quanta influenza abbiano in politica. Abbasserò la voce e parlerò con quel tanto di voce che basti perché la giuria mi senta; c’è infatti una quantità di gente pronta a incitare quei giudei contro di me e contro ogni buon romano’ (Pro Flacco, 28, 66-67). Questo per ricordarci che l’antisemitismo non ha radici cristiane e nutrirne i sentimenti è un tradire la fede cristiana, lasciandosi condurre da motivazioni razziali, economiche e alla fine di potere. Un contesto non facile per la comunità giudaica che, al tempo di Aquila e Priscilla, a Roma doveva annoverare tra i 20.000 e i 50.000 componenti, concentrati nella zona di Trastevere.
La comunità era ovviamente partecipe del clima culturale dell’impero romano e quindi si presentava come espressione di quel giudaismo ellenistico, che rileggeva le Scritture secondo le categorie della grecità e che aveva come centro propulsore la città di Alessandria, la capitale culturale del mondo ellenistico. Gli stessi nomi dei nostri due giudeo-cristiani, nomi ellenistici (nel caso concreto si tratta di due nomi latini grecizzati) e non ebraici, evidenzia questa collocazione culturale prevalente dell’ebraismo romano. Ma dalle testimonianze storiche risulta che la comunità giudaica di Roma aveva anche particolari rapporti con la Palestina e con Gerusalemme, da dove giungevano maestri della Legge a portare il loro insegnamento.
Su questo duplice canale, ellenistico e palestinese, dovette passare anche il Vangelo di Gesù, la cui predicazione è sicuramente presente a Roma almeno dagli inizi degli anni quaranta del primo secolo. Ne è testimonianza già il fatto che la lettera che l’apostolo Paolo scrive ai cristiani di Roma negli anni 57/58 suppone una comunità ben strutturata e con una sua storia se Paolo può affermare che già da anni aveva in animo di visitarla (Rm 15,23: ‘avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi’). Ma soprattutto solo un’origine del cristianesimo a Roma tra la fine degli anni trenta e l’inizio degli anni quaranta può spiegare che alla fine degli anni quaranta la sua presenza abbia condotto a tensioni tali da giustificare l’espulsione di giudei dalla città, espulsione di cui parlano, assieme ad altri storici dell’antichità, gli stessi Atti degli Apostoli: Paolo incontra Aquila a Corinto dove egli è ‘arrivato poco prima dall’Italia, con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i giudei’ (At 18,2).
Appare verosimile collocare nel 49 d.C. un editto dell’imperatore Claudio, che imponeva l’allontanamento dalla capitale dell’impero di giudei che creavano disordini ‘dietro istigazione di Cresto (impulsore Chresto)’, afferma lo storico Svetonio (Claudius, 25), con una formula che, in modo impreciso, lascia però intendere che nelle comunità giudaiche di Roma erano sorte tensioni a causa della predicazione di Gesù come Messia, tra chi accettava la nuova dottrina e chi la rifiutava. Probabilmente non tutti i giudei furono cacciati, come farebbero pensare gli Atti, ma solo coloro che erano più coinvolti nella controversia, e tra questi i nostri Aquila e Priscilla, che appaiono così come particolarmente impegnati nella difesa della loro fede, potremmo dire coraggiosi testimoni di Gesù Messia.
È interessante notare che l’autorità politica non fa distinzioni tra i due gruppi, lasciando intendere che dall’esterno il cristianesimo nascente è percepito ancora come una variante interna all’ebraismo. Ma tale non è nella coscienza dei credenti, se il contrasto con l’ala del giudaismo che resiste alla nuova predicazione è tale da generare attriti visibili, che causano l’editto dell’imperatore che conduce all’esilio dalla città. Ne emerge una forte fedeltà e una stretta coerenza nell’identità di fede. Lo spirito missionario che poi registreremo in Aquila e Priscilla ha una radice ben precisa in questa fedele identità cristiana, anche a costo di un alto prezzo da pagare, come l’allontanamento dalla propria città. L’aprirsi della Chiesa al mondo, la sua ricerca di entrare in dialogo con esso, lo spirito cioè della testimonianza non deve portare a compromessi identitari e non richiede un allentamento nella vigilanza della ortodossia. Proprio da una chiara ortodossia nasce l’impulso missionario che apre al mondo.
Non sappiamo quale collocazione sociale ed ecclesiale Aquila e Priscilla avessero a Roma prima del loro esilio. Su quel che accade dopo siamo invece ampiamente informati dagli Atti e dalle lettere paoline. Cominciamo dalla collocazione sociale. I due sono presentati come lavoratori manuali, attivi nell’artigianato della manifattura di tende: ‘confezionatori di tende’ è il senso del vocabolo greco (skēnopiōs). Alcuni ritengono che le tende fossero confezionate con pelli. Più comune sarebbe invece la confezione di tende con tessuti, in particolare tessuti di pelo di capre della Cilicia (cilicium). Che Paolo fosse in possesso di un’abilità artigianale non deve meravigliare: faceva parte della formazione rabbinica, cui egli si era sottoposto a Gerusalemme, l’apprendere un mestiere, in quanto il maestro della Legge doveva lavorare in proprio e non dipendere dal suo servizio alla parola di Dio per mantenersi.
La dimensione del lavoro appare quindi come un elemento costitutivo della identità della persona e una componente essenziale della espressione della fede, che nel lavoro vede una partecipazione dell’uomo alla creazione divina, in forza di quella funzione di rappresentante di Dio creatore che gli è affidata dai racconti delle origini, con una stretta connessione tra l’essere coppia e l’avere in affidamento il creato che dovrebbe essere meglio approfondita. Che tante volte si sperimenti una tensione tra vita familiare e impegno lavorativo è un fatto che va inquadrato nella condizione di peccato in cui giace l’umanità e non invece nella natura propria dell’essere coppia e dell’essere trasformatori del mondo. Fa parte del compito di evangelizzazione riscoprire e testimoniare questa armonia, in cui risplende l’essere ‘a immagine’ e ‘secondo la somiglianza’ di Dio (Gen 1,26).
La comunione di vita e di lavoro con l’apostolo Paolo rende Aquila e Priscilla protagonisti della evangelizzazione di Corinto, che parte appunto dalla loro casa. Il testo degli Atti non dice qui che la comunità si riuniva nella loro casa, ma lo si può supporre con verosimiglianza, visto ciò che accade con loro a Efeso e a Roma. Della loro casa come di un luogo di accoglienza della comunità, per la catechesi e la preghiera e quindi per l’edificazione nella comunione, parla lo stesso Paolo nella prima lettera ai Corinti, dove nei saluti associa a sé la nostra coppia di sposi, scrivendo: ‘Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa’ (1Cor 16,19). Siamo negli anni 55-56 e Paolo scrive da Efeso ai cristiani di Corinto. A Efeso dunque la casa di Aquila e Priscilla e una domus ecclesiae, lo spazio della vita ecclesiale di un gruppo di cristiani di quella città, se non di tutti i cristiani della città, luogo che hanno raggiunto insieme a Paolo. Lo stesso avverrà a Roma, quando tornati dall’esilio, si ristabiliranno nella capitale imperiale. Nella lettera ai Romani, scritta da Corinto verso il 57/58, il primo saluto di Paolo è proprio per i nostri due coniugi: ‘Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano. Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa’ (Rm 16,3-5).
L’evolversi del cristianesimo ha condotto a costruire spazi specifici per la vita ecclesiale, ma questa origine familiare dei luoghi di accoglienza ed esperienza comunitaria dei fedeli non va dimenticata. Anzitutto per connotare sempre in senso familiare gli stessi spazi ecclesiali; un compito questo che nessuno meglio delle stesse famiglie può assolvere. Ma anche per non annullare del tutto una funzione delle stesse case dei credenti, per attuare in esse specifici momenti di vita comunitaria, che rischierebbero di dissolversi nelle dimensioni di strutture comunitarie più ampie. Ci sono attività di catechesi, di ascolto della Parola, di preghiera, che hanno nella casa il loro ambiente più indicato e da questo ambiente ricevono un legame con la vita concreta che a volte sfugge in spazi propriamente sacri. Aprire la casa alla presenza comunitaria, aiuta la famiglia a uscire dal suo guscio, ma aiuta anche la Chiesa a mantenere sempre una dimensione familiare.
Tutto vissuto con grande spirito di libertà e non di possesso. Paolo non viene catturato da Aquila e Priscilla, che non sembrano contestare che l’attività di predicazione venga svolta da Paolo fuori dalle mura domestiche, in quella sinagoga che costituisce lo spazio più ampio in cui incontrare giudei e timorati di Dio (i pagani che si avvicinavano all’ebraismo, condividendone monoteismo e legge morale, senza però passare a un’adesione totale fino all’incorporazione nel popolo d’Israele mediante circoncisione e adesione alle leggi rituali). Altrettanta libertà sembrano manifestare nel momento in cui Paolo, avanzando di un passo nella sua azione di evangelizzazione, lascia l’ambito strettamente giudaico, che lo ostacola sempre più ‘ pur registrando la conversione di Crispo, il capo della sinagoga di Corinto ‘, per aprirsi con più decisione verso il mondo pagano, e quindi trasferisce la sua abitazione dalla casa di Aquila e Priscilla per andare in quella di un pagano ‘timorato di Dio’, Tizio Giusto, così da offrire un accesso più favorevole al mondo pagano.
Nessuno è padrone della Chiesa e del Vangelo; questo ha in sé una carica missionaria che non può essere compressa e va invece assecondata nella sua dinamicità, anche a costo di una perdita personale, come senza dubbio fu per Aquila e Priscilla l’uscita di Paolo dalla loro casa. Ma solo quel distacco poteva permettere un contatto con il mondo pagano di Corinto, che fu portatore di tante conversioni e della nascita di una comunità grande in quella città, così come il Signore promette a Paolo: ‘Non aver paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso’ (At 18,9-10).
I legami tra Paolo e Aquila e Priscilla non vengono però allentati dalla scelta missionaria di Paolo a Corinto, così che quando questi decide di riprendere il viaggio verso la comunità di Antiochia di Siria, da cui aveva preso le mosse, spinto dallo Spirito Santo (At 13,1-4), i due coniugi lo accompagnano per andare a stabilirsi ad Efeso, grande centro culturale e religioso dell’oriente, capitale della provincia romana dell’Asia, destinato a diventare il centro di evangelizzazione di Paolo nel suo successivo viaggio. Aquila e Priscilla vengono lasciati da Paolo nella città, quasi come un avamposto, un drappello avanzato che dovrà preparare la sua azione missionaria successiva. Non si tratta solo di una scelta funzionale, perché tra Paolo e la coppia di coniugi cristiani c’è ben più che un accordo organizzativo. La loro è una comunione di fede che ha creato vincoli così forti che troveranno modo di esprimersi nel momento della prova. Questo sembra dovette accadere durante la successiva permanenza di Paolo a Efeso, dal momento che egli, nel parlare di Aquila e Priscilla nella lettera ai Romani, potrà dire: ‘essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa’. E che non si tratta di un gesto di dedizione umana, ma di una vera e propria condivisione nella fede, lo dicono le successive parole di Paolo: ‘e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano’ (Rm 16,4). Per il Vangelo, nella persona di Paolo l’apostolo, Aquila e Priscilla hanno messo in pericolo la loro vita, mostrando che non ci può essere vera evangelizzazione senza una compromissione totale di se stessi.
Ad Efeso si realizza l’azione evangelizzatrice della coppia cristiana in tutta la sua ampiezza. Testimoni della predicazione di Apollo ‘ un maestro di grandi risorse culturali e bibliche, che però non ha una conoscenza piena della fede cristiana, essendo fermo al battesimo di Giovanni e quindi, presumibilmente, a una chiamata alla conversione che prescindeva dalla figura di Cristo come Salvatore e al significato della sua Pasqua di morte e risurrezione ‘, Aquila e Priscilla si incaricano di completare l’evangelizzazione di colui che poi sarà uno dei più grandi evangelizzatori delle Chiese antiche, come attesta il libro degli Atti (At 18,26-28) e come si evidenzia nel fatto che nelle divisioni che si creano tra i cristiani a Corinto, Apollo diventa, con Pietro e Paolo, uno dei riferimenti delle sette lì contrapposte (1Cor 1,11-12). L’opera di evangelizzazione svolta da Aquila e Priscilla non dovette limitarsi all’istruzione del solo Apollo. Lo dimostra il fatto che Paolo li definisce suoi ‘collaboratori in Cristo Gesù’ (Rm 16,3), e sappiamo che il lavoro che Paolo si attribuisce, e a cui quindi la nostra coppia di sposi partecipa, è l’annuncio del Vangelo: lavorare ‘per l’opera del Signore’ (1Cor 16,10), fino a poter affermare con fierezza di aver ‘faticato’ più di tutti gli altri evangelizzatori, ‘non però io, ma la grazia di Dio che è con me’ (1Cor 15,10).
Dopo aver testimoniato il Vangelo nella prova della persecuzione, nella quotidianità del lavoro, nell’accoglienza dei fratelli nella comunità, l’opera di evangelizzazione della coppia cristiana si fa anche esplicito annuncio della Parola e servizio alla sua totale verità, così che essa risplenda nella sua pienezza attorno al suo nucleo fondamentale che è Cristo Gesù e la sua Pasqua. E non si tratta di un compito eccezionale, perché le lettere paoline ci offrono notizia anche di altre coppie cristiane che assumono una medesima funzione nella Chiesa dei primi tempi.
Solo per raccogliere le indicazioni del testo più ricco, la finale della lettera ai Romani, accanto a Prisca e Aquila ‘collaboratori in Cristo Gesù’ di Paolo (Rm 16,3), troviamo ‘Andrònico e Giunia’ (Rm 16,7), ritenuti con buone ragioni una coppia di sposi, ‘parenti’ di Paolo ‘ suoi consanguinei ovvero come lui appartenenti al popolo ebraico ‘, che lo hanno preceduto nell’adesione al Vangelo di Gesù, ‘erano in Cristo già prima di me’, e hanno condiviso con lui la missione di evangelizzazione, ‘insigni tra gli apostoli’, probabilmente tra i primi evangelizzatori del giudaismo romano e quindi da considerare tra i fondatori della Chiesa di Roma. Va altresì precisato che il titolo di ‘apostolo’ che Paolo attribuisce qui ai due sposi va inteso all’interno di un uso assai ampio e diversificato del termine nella Chiesa dei primi tempi. Esso, in altre parole, non comporta per sé un’accezione ministeriale in senso pieno, che equiparerebbe i due sposi ai Dodici o allo stesso Paolo; può invece ben essere inteso in senso ampio, come indicazione di un’azione di evangelizzazione che è sì tipica dei capi della comunità ma non si esaurisce in loro, bensì è partecipata da molti, e, tra questi, dagli sposi.
Ancora una coppia di sposi è possibile riconoscere in ‘Filologo e Giulia’ (Rm 16,15), che denunciano nei nomi, l’uno greco e l’altro latino, la loro condizione di schiavi o liberti. Quando Paolo scrive la sua lettera essi risiedono a Roma, ma egli li ha incontrati probabilmente in oriente, come è accaduto per Aquila e Priscilla, nel contesto della sua missione evangelizzatrice. Ora vengono indicati come parte di una comunità di ‘santi’, vale a dire di una comunità cristiana romana, in cui la santità derivata dal battesimo costituisce il vincolo che rende fratelli oltre gli stessi legami familiari. Se dunque da un parte possiamo toccare con mano come il coinvolgimento della famiglia nell’opera di evangelizzazione era una caratteristica diffusa nel cristianesimo dei primi tempi, dall’altra va sottolineato come la dimensione misterica, che si attua nei sacramenti, viene a sovradeterminare il dato puramente umano, così che il vincolo familiare riceve una luce tutta nuova dal vincolo battesimale, che fonda la dimensione profetica, sacerdotale e regale del cristiano da cui scaturisce la missione evangelizzatrice.
Il tragitto che ci ha condotto lungo l’esperienza di vita e di fede di Aquila e Priscilla e si è poi allargato ad altre coppie della Chiesa antica, ha collocato l’esperienza del matrimonio cristiano non ai margini ma al centro dell’azione di evangelizzazione della Chiesa. Questa, a sua volta, proprio dal contatto con la dimensione matrimoniale e familiare si è proposta non come una realtà a latere rispetto alla vita, ma ad essa connessa e in essa incardinata. Così va letto il legame tra famiglia, lavoro e fede; come pure quello tra accoglienza, condivisione e testimonianza evangelica; non da ultimo il rapporto tra persecuzione e annuncio. Una prospettiva di vita cristiana chiede di non separare nessuna di queste esperienze e vedere in tutte un’occasione di farsi partecipi dell’opera di evangelizzazione della Chiesa.
X Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze
