Omelia S. Messa del Corpus Domini

04-06-2026

S. Messa del Corpus Domini

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

4 giugno 2026

Memoria e memoriale. «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto» (Dt 8,2). Sono, queste, le parole che Mosé rivolge al popolo di Israele, all’inizio della prima lettura di stasera: sono parole che esprimono un invito, che esprimono un appello accorato a richiamare alla memoria, a tenere a mente; a ricordare, appunto. Sono l’appello e l’invito a non dimenticare il cammino fatto, a non dimenticare come il popolo sia stato messo alla prova, per vedere cosa avesse nel cuore. Un invito a non essere smemorati, insomma, a ritornare con la memoria alla custodia e alla guida forte ed esigente che il Signore ha mostrato al suo popolo nel deserto.

Carissime e carissimi, la solennità di quest’oggi chiede anche a noi di fare memoria. Una memoria che non sarà mai abbastanza grata, perché mai potremo rendere abbastanza grazie a Dio per il dono del corpo e del sangue di Cristo. Con questo dono incommensurabile – dono di amore e di salvezza, dono di redenzione e di comunione – la Chiesa non fa memoria di qualcosa che rimane nel passato e che essa può soltanto rievocare. Non è così, perché con l’Eucaristia, siamo nuovamente posti davanti al dono d’amore di Gesù per l’uomo; con l’Eucaristia, siamo nuovamente posti davanti alla consegna della sua vita: perché nell’Eucaristia Gesù anche oggi ci rende partecipi dell’offerta che ha fatto una volta e una volta per sempre. Stasera noi celebriamo il memoriale di un’alleanza che non avrà mai fine; un’alleanza che svela la fedeltà di Dio verso di noi: anche se noi cadiamo, anche se noi manchiamo, anche se noi ci allontaniamo, Lui non cambia; perché non può cambiare la sua benevolenza e il suo amore per noi.

I frutti di questo memoriale. Compiamo un passo ancora e chiediamoci quali siano i frutti di questo memoriale dell’eterna Alleanza. Le letture di stasera ci aiutano a individuarli: essi sono la vita e la comunione.

Vita. Dice Gesù alla fine del Vangelo che è stato proclamato: «Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,58). Ebbene sì, solo chi è vivo dona vita. Solo se questo pane è la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi, allora quel pane ha la capacità di donare vita. Gesù il Vivente in quel pane e in quel vino offre se stesso, perché gli uomini «abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10), secondo le parole di un altro versetto di Giovanni. La promessa che fa Gesù non è quella di una vita a metà, di una vita che assomiglia alla sopravvivenza in mezzo alle vicende faticose e complesse di questo mondo; la promessa di Gesù non è quella di una vita che si accontenta di qualcosa di buono: no, Gesù fa una promessa di una vita in abbondanza, quella che dona senso alle nostre esistenze, quella che le fa rinascere quando sembra tutto finito, quella che sorregge e sostiene le nostre esistenze quando vacillano, quella che le riempie di bene e di bellezza. Il pane spezzato per la nostra salvezza è dunque il segno evidente che Gesù ci dona la vita: l’Eucaristia è un segno di vita in abbondanza, che possiamo contemplare e per cui ringraziare.

Comunione. L’altro frutto che questo pane e questo vino generano è la comunione. Così si legge in Paolo, dalla seconda lettura di questa messa: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1Cor 10,17). Partecipare all’unico pane significa essere una sola cosa: l’unicità di quel pane rende la diversità delle nostre vite una sinfonia, in cui ogni suono partecipa alla bellezza della musica corale. Proprio perché partecipiamo di quel pane siamo una sola cosa; non per un accordo tra di noi, non perché ci siamo scelti, ma in virtù di quella comune partecipazione al pane eucaristico siamo una sola cosa: in Illo uno unum, per dirla con le parole di Agostino che sono diventate il motto di Leone XIV. E non è un caso che Paolo in questa occasione rimandi anche all’immagine del corpo che gli è tanto cara: quell’immagine che egli ritiene come la più capace di esprimere il mistero della Chiesa; comunità in cui ci si appartiene reciprocamente, perché si appartiene tutti all’unico corpo di Cristo. E qui davvero si apprezza come unità chiama unità, comunione chiama comunione: un solo pane, un solo corpo, una sola Chiesa.

Concludiamo, facendo riferimento ad un passaggio della recente enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas. Lo facciamo, nella convinzione che quelle parole possano illuminare una strada diversa dalla frammentazione della società che oggi viviamo, in cui le legittime aspirazioni della persona possono sfociare nell’individualismo, spesso nutrito di disinteresse e di cinismo: «L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone» (MH, 235). È bella quest’immagine di un’altra misura che viene rivelata dall’Eucaristia: l’altra misura di questo pane è la misura di Cristo, così distante dalla misura del mondo; è la misura della condivisione, la misura della prossimità, la misura della relazione, la misura del dono, la misura dell’offerta e del servizio, la misura della fedeltà dell’amore.

Sia l’Eucaristia davvero promessa di un mondo nuovo! Sia essa promessa di un mondo di relazioni sanate, di prospettive di speranza, di nuove prossimità!

Possa trasformare le nostre vite, le nostre famiglie, il nostro lavoro, i nostri quartieri, questa nostra città! E possa trasformare sempre più la Chiesa nell’annunciatrice fedele e credibile del Regno che viene nel mondo!