Commemorazione di Tutti i fedeli defunti
Cattedrale di Santa Maria del Fiore
2 novembre 2025
La liturgia di oggi della Commemorazione di Tutti i fedeli defunti, come quella di ieri di Tutti i santi, ci invita a contemplare la Chiesa invisibile e a riscoprire quei legami che ci uniscono a tanti nostri fratelli e sorelle che sono già entrati nella nuova vita, ma non per questo si sono allontanati da noi. Una bella preghiera del Prefazio per le Messe dei defunti esprime questa idea con parole molto profonde ed efficaci: “Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell’immortalità futura. Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata. E mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno viene preparata un’abitazione eterna nel cielo”. La speranza della vita eterna si fonda sulla fede in Dio che ci ama e non abbandona la nostra vita nel sepolcro, né lascia che i suoi fedeli vedano la corruzione (cfr. Sal 16,10). L’ascolto della Sacra Scrittura nutre la nostra fede e ci permette di crescere nel riconoscere nella nostra vita e nella storia del mondo i segni della fedeltà di Dio che mantiene la sua promessa di salvarci dal peccato e dalla morte.
La prima lettura ci presenta l’immagine di Dio come una mamma che consola un figlio: “Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta le terra”. Questa immagine viene ripresa anche nel libro dell’Apocalisse: “E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (Ap 21,4). Papa Francesco, in un paragrafo dell’Esortazione Apostolica Amoris Laetitia, diceva in proposito: “L’amore possiede un’intuizione che gli permette di ascoltare senza suoni e di vedere nell’invisibile. […] Ci consola sapere che non esiste la distruzione completa di coloro che muoiono, e la fede ci assicura che il Risorto non ci abbandonerà mai. Così possiamo impedire alla morte di avvelenarci la vita, di rendere vani i nostri affetti, di farci cadere nel vuoto più buio” (AL 256).
Una persona detenuta mi ha scritto recentemente una lettera per parlarmi di un segno di speranza che ha acceso una luce nella sua cella, rappresentato da una lettera ricevuta da suo figlio, con cui da tempo si erano interrotte le relazioni. Ecco le sue parole: “Pur sradicato dalla mia matrice sociale, impossibilitato a un puro e semplice ritorno, percepisco in questi fatti “Lui” (Gesù) che accade, Lui che non giudica ma accoglie, Lui rispettoso della legge seppur iniqua degli uomini ma ti sostiene, Lui che ti raggiunge attraverso il cuore disponibile dell’altro”.
La speranza si fonda sulla fede e, a sua volta è nutrita dalla carità. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci invita a meditare sulle opere di misericordia corporale alle quali la tradizione cristiana ha aggiunto quelle di carattere spirituale. Pregare Dio per i vivi e per i defunti è una di esse. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che la preghiera per i defunti può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore. Davvero bella in tal senso la proposta della Fondazione Tutto è vita di celebrare in famiglia la festa dei morti per riscoprire il volto benefico dell’aldilà, piuttosto che come luogo popolato da mostri e fantasmi. Proponiamo ai genitori, agli insegnanti ed educatori di far trovare doni per tutti i bambini nel giorno della festa dei morti, ricordando che sono simbolicamente regali giunti dai defunti della famiglia. Il momento festoso di ricezione dei doni potrebbe essere associato a momenti di ricordo e narrazioni familiari con foto e oggetti che veicolino il rapporto con i cari defunti. Anche condurli al cimitero, potrebbe essere un’occasione di introduzione al mistero come incanto.
Celebrare la festa dei morti ci ricorda che siamo pellegrini sulla terra, in cammino verso la patria del cielo dove potremo ritrovare i nostri cari e vivere per sempre con loro nella gloria del Padre. Un canto che veniva spesso eseguito in passato nelle nostre assemblee liturgiche diceva: “Quando busserò alla tua porta avrò ceste di dolore, avrò grappoli di amore”. Con queste parole si voleva alludere all’importanza di vivere il tempo della vita come preparazione all’eternità, preparando dei doni da offrire, che consistono proprio nelle opere di misericordia verso i poveri, i piccoli. Papa Leone ci ha ricordato la centralità di questo messaggio del Vangelo, nella sua prima Esortazione Apostolica Dilexi te: «Anche i cristiani, in tante occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (DT 15).
Sofia una piccola bambina di sette anni morì pochi giorni dopo aver ricevuto la bambolina che sognava da tanto tempo. Scesero gli angeli del Signore per portare in cielo questa piccola e pura creatura. Uno degli angeli incaricati di accompagnare in Paradiso la apostrofò con tono fermo: “No Sofia, la bambola la devi lasciare qui questo è il protocollo”. Sofia rispose guardando l’angelo di traverso: “Me l’hanno regalata, ti pare che la possa lasciare qui? O la bambola viene con me, o di qua non mi muovo di un millimetro”. Un altro Angelo sussurrò: “Lasciamola fare tanto all’ingresso del paradiso San Pietro sarà irremovibile e se ne occuperà lui”. Arrivati alla dogana divina Pietro non volle sentire ragioni. Poi le indicò la cesta degli oggetti non permessi e soggiunse: “Vedi tutta questa roba? Non sai quante lacrime ho visto, ma nessuno è riuscito a farmi cambiare idea”, concluse avanzando e sollevando leggermente il mento in segno di fierezza. Sofia forse più cocciuta di Pietro, incrociò le braccia tenendo stretta la bambola e disse: “O insieme a lei o non entro”. La disputa durò per un po’ e si radunarono attorno a loro non pochi santi. Sentendo questo chiasso, Maria la mamma di Gesù si avvicinò e chiese a un santo: “Che succede qua?”. Il santo raccontò alla Madonna l’insolito accaduto. Maria si avvicinò allora a Sofia, si chinò verso di lei, la prese per mano e camminando con lei lontano dalla folla le disse: “Vieni tesoro tieni pure la bambola vieni ti voglio presentare un amico”. Mentre camminavano Maria spiegò a Sofia che questo primo incontro con l’amico Gesù sarebbe stato bene che avvenisse senza la presenza di terzi. Arrivate all’angolo di una strada Maria disse a Sofia: “Adesso farai tre passi poi guarderai a destra lì vedrai Gesù, ti sta aspettando”. Sofia fece tre passi si girò a destra si fermò per un istante. La mano lasciò istintivamente la presa, la bambola cadde per terra e Sofia volo verso Gesù.
Aiutaci Signore ad accogliere il tuo amore per imparare a aprire la mano e a tenderla verso i nostri fratelli e sorelle più piccoli, allora potremo avere tesori in cielo dove ladri non scassinano né rubano, dove tarma e ruggine non consumano.
