Omaggio alla Beata Vergine Maria nella Loggia del Bigallo
Solennità dell’Immacolata Concezione
8 dicembre 2025
Maria, in questo tempo di fatica, di timori e di stanchezza, in cui su tanti esseri umani sembra avere la meglio il dolore, vogliamo fare nostre le parole della tua preghiera al Padre. Ora che la sera si annuncia, la liturgia ci propone il momento del Magnificat, un canto di lode e di speranza che si leva a Dio da parte di chi, come te, ha fatto esperienza della presenza dell’amore nella propria esistenza. Presenza che si fa vita nuova, futuro atteso, che diventa la grammatica con cui imparare a leggere il presente.
Anche noi, come te, vogliamo imparare a comprendere il gesto d’amore infinito che è la nascita di Gesù fra gli uomini, mistero di luce del Dio che si fa carne, parola che abita in mezzo agli esseri umani e dischiude il senso profondo delle cose. Insieme a te vogliamo allora gioire: L’anima mia magnifica il Signore!
È questa una preghiera che si fa profezia. Sono parole che esprimono lo stato del cuore che si sforza di mettere ogni realtà, ogni esperienza, ogni piega del nostro vivere, nella luce di quell’assoluto d’amore che è Dio. In quella luce tutto si svela, tutto diviene relativo e dunque acquista la sua corretta proporzione, diviene misurabile, comprensibile: viene restituito alla verità. Preghiamo il Magnificat perché abbiamo fame e sete: di verità, di giustizia, di libertà, di dignità, d’amore.
La tua invocazione, Maria, ci ammonisce a restituire ad ogni parola la capacità di dire le cose e di mostrarcele per quello che sono. La tua preghiera a Dio ricorda che noi crediamo in Colui che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili e che così facendo ristabilisce l’equità delle relazioni fra gli uomini. Sappiamo che di fronte al nostro presente tutto questo sembra solo un ideale: ci viene raccontata una realtà in cui i potenti schiacciano gli umili. Siamo tentati di credere davvero che la vicenda umana sia scritta e scandita da chi, seduto sul proprio trono – che oggi ha la forma della potenza economica, militare, ideologica – esercita con violenza un potere sugli altri esseri umani. Eppure tutto questo è fragile, destinato a passare sulla scena del mondo, perché è privo di radici. Gli umili invece sono coloro che edificano a partire dalla terra, che scelgono un’esistenza che è fatta di un paziente dissodare il terreno dell’umanità per seminarlo e prendersi cura del germoglio che spunta. La politica non è dei potenti, ma degli umili; la politica è di quanti sanno che il potere ci è dato per fare il bene dell’altro, per arare il campo e far sì che cresca quell’amore sociale che diviene amicizia. La politica è di chi sceglie la buona fatica di edificare la città, che richiede la pazienza di impegnarsi e di chiamare tutti all’impegno. Viviamo giorni in cui spesso siamo spinti al disinteresse per la politica, in cui la frustrazione per come la cosa pubblica viene a volte condotta spinge a credere che dedicare tempo e intelligenza al bene comune sia qualcosa che non ci riguarda. Il cuore umile sa invece che non è così. Il cuore umile sa che la politica è qualcosa a cui tutti, certo in modi e forme diverse, sono chiamati. Il cuore umile sa che la politica autentica rifugge da due tentazioni: quella di esercitare un potere sull’altro e quella di esercitarlo per conto dell’altro. Abbiamo bisogno di riportare la politica ad essere potere che si esercita con l’altro e che così si fa espressione di amore.
La tua preghiera, Maria, ci ricorda poi che il Signore a cui ci rivolgiamo ricolma di beni gli affamati e manda i ricchi a mani vuote. E questo non è pauperismo, ma il porre alle nostre coscienze la domanda radicale sulla ricchezza: qual è la vera ricchezza? E che senso ha? Il Vangelo ci dice che la risposta sta nella povertà, che è la vera misura dell’umanità e dei suoi beni. Perché l’essere affamati non è solo una condizione del corpo, ma è anche, forse prima di tutto, una condizione dello spirito, che abbraccia tutto quello che siamo. Tanti, ancora oggi, sono affamati perché relazioni economiche e sociali fanno della ricchezza materiale un fine e non uno strumento, perché rendono il benessere la meta da raggiungere. Eppure anche tanti di coloro che hanno successo restano affamati. Allora quali beni cerchiamo? Porsi questa domanda significa riconoscersi affamati e sentire il bisogno profondo di chiedere, di rivolgersi verso l’altro. È questo l’antidoto spirituale all’indifferenza, perché un cuore affamato è in cerca prima di tutto di amore e si apre agli altri per ritrovare la propria umanità. In questa luce i beni economici e materiali ritrovano la loro dimensione: l’essere non un motivo di divisione e separazione, ma uno strumento con cui non lasciare indietro nessuno.
Il tuo Magnificat, Maria, ci parla della logica che muove il cuore di Dio e che è riassunta nella parola “Misericordia”. I versi del canto di lode raccontano di un Dio che soccorre Israele, che non abbandona e non lascia nella solitudine. Quanti sono gli abbandonati, i dimenticanti? Quanto abbiamo prestato soccorso a chi lo chiedeva? La misericordia del Signore interpella la nostra capacità di farci prossimo a chi è solo, di correre in aiuto di chi è nel bisogno e nella prova, di incarnare qui e ora il principio della fraternità. Ed è questo un principio che come cristiani condividiamo con tutti gli esseri umani. È il principio che nella Chiesa esercitiamo con le tante forme di servizio all’altro e che negli ultimi anni abbiamo scoperto come uno degli architravi del nostro essere Popolo di Dio attraverso la pratica della sinodalità. E tuttavia la fraternità è anche il cuore di una concezione delle relazioni orientate alla piena umanizzazione, segnate dall’amore per l’altro. La fraternità è il fondamento di quella pace che oggi torniamo a desiderare e sperare e che però dovremmo edificare pietra su pietra, a partire dal riconoscere il dovere a cui ci chiama la vita dell’altro coi suoi diritti e la sua dignità.
Tutto questo, Maria, ci racconta di un Dio che interpreta la storia non come il luogo del potere, non come il tempo in cui accumulare ricchezze, non come l’esperienza di un cercare il successo personale nell’indifferenza per chi ci circonda. Questa nostra storia di esseri umani, che oggi sembra dominata dalle guerre, dalla violenza, dalla fame, dal profitto, questo è il luogo della promessa. Più ancora, è il luogo in cui Dio parla: ha parlato ai nostri padri, parla a noi, parla per sempre. È qui che egli si fa presenza, voce che possiamo ascoltare e da cui ogni generazione impara la lingua della verità delle cose.
