SOLENNITA’ di PENTECOSTE

[At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23]
31-05-2020

Cattedrale di Santa Maria del Fiore

31 maggio 2020

Solennità di Pentecoste

[At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23]

 

 

 

OMELIA

 

Gesù risorto si rivolge così agli Undici negli Atti degli apostoli: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). C’è una missione da compiere, rivolta a tutti gli uomini: testimoniare Gesù, il Risorto in forza del quale il mondo viene rigenerato nell’amore del Padre; una missione possibile solo grazie al dono dello Spirito.

Questo si compie il giorno di Pentecoste, con l’irruzione dello Spirito sugli apostoli e su quanti erano con loro, a cui fa seguito la comunicazione della parola della salvezza rivolta a tutte le genti, lì simbolicamente rappresentate. Una parola profetica, dirà Pietro citando il profeta Gioele nel suo discorso: «Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio – […] sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno» (At 2,17-18).

Questa è la Chiesa, uomini e donne che avendo accolto il dono dello Spirito nella propria vita, sanno di essere inviati al mondo per annunciare la profezia della misericordia di Dio, rivelata nella risurrezione di Gesù.

Nel vangelo secondo Giovanni ascoltiamo lo stesso messaggio, pur collocato diversamente nel tempo: il giorno di Pasqua Gesù appare ai discepoli, li invia in missione e dona loro lo Spirito Santo.

Come in tutte le apparizioni del Risorto, all’inizio si ribadisce la realtà del suo corpo risorto e si mostra come la sua presenza cambi il cuore di chi lo incontra. Dalla morte e risurrezione di Gesù, dalle ferite della sua crocifissione visibili nel suo corpo risorto, scaturisce la gioia che vince il timore che teneva chiusi i discepoli in una casa dalle porte serrate, per sfuggire ai possibili persecutori, ma soprattutto elimina la paura che teneva chiusi i loro cuori rendendoli impenetrabili alla luce della fede. L’incontro con il Risorto abbatte la paura, perché mostra che con lui è possibile vincere la morte, e comunica la pace.

Dall’apparizione non scaturisce però soltanto la consolazione, da essa scaturisce un impegno. Il Risorto invia i suoi discepoli in missione, a continuare quella stessa missione che egli aveva ricevuto dal Padre: rivelare la verità e trasmettere la salvezza.

A rendere questo possibile giungono il gesto e le parole conclusive di Gesù. Egli soffia sui discepoli, ripetendo il gesto con cui era stato creato l’uomo: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). Lo stesso gesto, secondo il profeta Ezechiele, avrebbe segnato la rinascita del popolo di Dio: «Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano» (Ez 37,9).

Ora è Gesù che soffia lo Spirito sui suoi discepoli, a ricrearne l’esistenza, perché siano in grado di prendere il cammino della missione, in grado cioè di trasmettere uno sguardo di verità sul mondo e di comunicare al mondo la salvezza di Dio, il suo perdono, la vittoria sul male, la sua misericordia, la rinascita a vita nuova. Ma il perdono non è mai disgiunto dal giudizio. La misericordia non è una superficiale rimozione del male per eccesso di buonismo, ma l’affidarsi al potere dell’amore che mette in crisi ogni situazione di iniquità, la discerne e la giudica, ne fa emergere le contraddizioni e mostra la verità del bene.

In questo orizzonte di fede possiamo cogliere anche la nostra missione di discepoli di Gesù in questo tempo, un tempo in cui esercitare un’opera di giudizio e di rinascita.

Giudizio anzitutto, perché proprio le sofferenze e i limiti che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo dovrebbero condurci a cogliere ciò che è essenziale della vita, abbandonando tutto ciò che la tradisce, perché la svia in direzione di ciò che non è autentico, e che l’appesantisce, perché la carica di ciò che non le appartiene. Dal vangelo abbiamo i criteri per misurare il falso dell’inautenticità e il peso del superfluo.

Dobbiamo saper cogliere ciò che è sostanziale nell’esistenza umana, la sua radice profonda. Solo recuperando le radici sarà possibile dar vita a qualcosa di nuovo, che è ciò di cui abbiamo bisogno per non ripetere gli errori del passato. Occorre ripudiare un progetto di umanità e di società che ci stava conducendo alla negazione dell’umano e alla frantumazione dei legami sociali, ubriacati dall’orgoglio che l’uomo potesse bastare a se stesso e illusi che la prevaricazione fosse lo strumento più efficace per giungere all’affermazione di sé. Finché si è dovuti tornare a parlare della morte, l’innominata degli ultimi decenni, e abbiamo dovuto capire che c’è un limite per l’uomo che pensava di poter tutto, e che se tutti possiamo essere colpiti solo insieme possiamo scampare.

Qui si innesta la seconda azione che ci è chiesta come credenti oggi, quella di dare testimonianza di come solo la fraternità salva, solo le relazioni posso dare sostegno a un cammino che o è di tutti o porta ciascuno a disperdersi, perché solo il farmi carico dell’altro, nell’amore, salva anche me.

Il futuro chiede un chiaro riferimento antropologico, che garantisca la dignità di ogni persona umana, dall’inizio alla fine, e che distrugga i falsi miti individualistici che ci hanno intossicato fino a ieri. Fino a ieri, fino a quando ci siamo accorti che perfino un virus può costringerci a riconoscere quanto dipendiamo gli uni dagli altri. E abbiamo scoperto che possiamo vivere questa reciproca dipendenza come un fastidio, da cui però non possiamo liberarci, oppure come una risorsa perché nessuno si senta solo e abbandonato.

Sembra che dovremo attraversare una grave crisi economica, che andrà affrontata avendo a cuore la necessità di creare lavoro per tutti, l’ascolto di istanze e prospettive delle nuove generazioni a cui un giorno verrà consegnata questa città, la preoccupazione perché nessuno sia lasciato ai margini. L’emergenza ha generato nuove povertà, anche a Firenze, a cui non sono mancate le risposte della solidarietà, a cominciare dalla Chiesa e dalla sua Caritas. Questo impegno di vicinanza e di cura non dovrà mai venir meno.

È importante che un progetto nuovo di città apra scenari davvero innovativi che rompano con la città delle rendita, con la disarticolazione dei suoi territori, con la scarsa attenzione alle esigenze della vita sociale. Ma è altrettanto importante che il progetto resti ancorato saldamente alle radici dell’identità storica di Firenze, che il turismo di massa ha rischiato di ridurre a vetrina e non più a humus culturale, staccando il cuore della città dal suo corpo, Molti dei problemi che soffriamo nascono dall’interazione che si è sviluppata tra questi due fattori negativi.

Decisivo in questo progetto sarà il modo con cui esso assicurerà la centralità della persona e l’esercizio della solidarietà. I prevedibili minori flussi turistici non possono essere subiti come una minore rendita, ma colti come occasione per ridare spazio alle funzioni di base di una comunità: la conoscenza, le relazioni, i vincoli familiari, la vitalità della società civile, la cura delle persone e dell’ambiente, il lavoro.

E questo senza cancellare il nostro volto, quasi che dovessimo vergognarci della bellezza che ci circonda, ma farne piuttosto motivo di crescita della coscienza identitaria ed etica della convivenza. Non basta guardare ciò che è bello e restarne estasiati, ma occorre capire quali sono stati i valori e i legami che lo hanno generato. Sono gli stessi fondamenti a cui oggi dovremmo attingere.

Ci sia di insegnamento la cupola sotto cui celebriamo e l’avventura umana e di fede che l’ha generata. Qui torna al centro del nostro futuro il nostro compito di cristiani, perché la fede non fu ai margini dello splendore che abbiamo ereditato, ma ne fu la scintilla e la fucina. Come ha ben mostrato Sergio Givone, solo l’aver posto come termine l’infinito permise a Filippo Brunelleschi di sfidare l’opera ritenuta impossibile e di creare questo vasto cielo, e questo perché riconobbe nell’infinito una icona della verità, una finestra aperta sull’unica realtà vera, la gloria di Dio. Siamo ancora capaci di tali altezze? Dobbiamo sperarlo e invocarlo, se davvero crediamo nella forza dello Spirito di Dio.

 

Giuseppe card. Betori