LECTIO DELLA PASSIONE DI GESÙ SECONDO MATTEO – 4. Crocifissione, morte e sepoltura di Gesù (Mt 27,32-66)

26-03-2020

LECTIO DELLA PASSIONE DI GESÙ SECONDO MATTEO

 

 

  1. Crocifissione, morte e sepoltura di Gesù

(Mt 27,32-66)

 

 

Con la quarta e ultima sezione del racconto si conclude la nostra lettura della Passione di Gesù secondo il vangelo di Matteo. Una lettura che quest’anno, a causa delle restrizioni legate al diffondersi dell’epidemia da coronavirus, non si è potuta svolgere nelle modalità con cui negli ultimi anni abbiamo vissuto gli incontri quaresimali, inserendoci cioè all’interno della rassegna musicale “O flos colende” dell’Opera di Santa Maria del Fiore, unendo quindi proclamazione della Parola di Dio, esecuzioni di opere di musica sacra e riflessioni del Vescovo.

Nella sezione conclusiva del racconto di Matteo, in cui è narrata la crocifissione di Gesù, la sua morte e la sua sepoltura, l’evangelista continua a rileggere gli eventi insistendo su come quanto accade sia compimento delle antiche Scritture e come da quanto Gesù vive in piena consapevolezza nasca la Chiesa.

Prima di metterci all’ascolto delle parole dell’evangelista, ripeto a me e a voi l’invito a riconoscere nella Passione del Signore e nelle sue sofferenze un itinerario di fedeltà a Dio, luce sulle sofferenze di sempre dell’umanità, anche quelle di questi nostri difficili tempi.

Ascoltiamo le parole della sezione conclusiva della Passione secondo Matteo:

 

 

Matteo 27,31b–66:

 

27 31 […] poi lo condussero via per crocifiggerlo.

32 Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce.

33 Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa “Luogo del cranio”, 34 gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. 35 Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. 36 Poi, seduti, gli facevano la guardia. 37 Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: “Costui è Gesù, il re dei Giudei”. 38 Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

39 Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo 40 e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». 41 Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: 42 «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. 43 Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». 44 Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

45 A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 46 Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 47 Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». 48 E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. 49 Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». 50 Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

51 Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, 52 i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. 53 Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.

54 Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

55 Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. 56 Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

57 Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. 58 Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. 59 Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito 60 e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. 61 Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.

62 Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, 63 dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. 64 Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». 65 Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». 66 Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

 

 

Emessa la condanna alla crocifissione ed eseguita la crudele preparazione al supplizio mediante la flagellazione, Gesù viene fatto uscire dal pretorio e condotto al luogo dell’esecuzione, che doveva essere fuori dalla mura della città, come lascia intuire il successivo: «uscivano» (Mt 27,32). C’è un tragitto da fare e lungo di esso Gesù deve portare sulle sue spalle il patibolo, la trave che, per formare la croce, verrà posta sul palo già piantato nel terreno. Era poi usanza passare per le strade della città a mostrare il condannato come monito per la popolazione. Gesù, prostrato dai colpi della flagellazione, sembra non reggere questa ulteriore prova. I soldati, probabilmente, temono che il condannato non riesca a giungere al luogo del supplizio, e che possa morire lungo la strada sotto il peso del patibolo. Prendono allora un uomo di passaggio, di cui la tradizione ha conservato il nome e l’origine, Simone di Cirene, e lo costringono a portare il legno al posto di Gesù. L’evangelista Luca (Lc 23,26) inviterà a vedere in quest’uomo l’immagine del discepolo che obbedisce all’invito di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23 = Mt 16,24); «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14,27 = Mt 10,38). Nel racconto di Matteo, come pure nel vangelo di Marco, manca invece questo invito alla sequela di Gesù. Simone, nel vangelo di Matteo, non ci rappresenta, e non è neppure un invito a seguire il Signore. La sua presenza nel racconto serve invece a sottolineare quanta fosse la sofferenza di Gesù nel cammino verso la croce. Una sofferenza terribile dell’animo, ma anche una sofferenza straziante del corpo.

Del cammino di Gesù verso la croce l’evangelista Matteo non ci offre altri particolari. Il condannato giunge, senza altri passaggi, alla meta, la collina del Golgota. Il nome, che significa “cranio”, le veniva probabilmente dalla forma arrotondata. A chi ha condannato Gesù, più che la forma, interessa però la possibilità che la collinetta offriva di rendere visibile la croce alla gente, perché costituisse un’ammonizione per chi poteva pensare di opporsi al dominio romano.

Secondo l’usanza, al condannato viene offerto vino aromatizzato, come anestetico, per mitigare le sofferenze della crocifissione. Ma nel vangelo di Matteo, diversamente da Marco, al vino non viene mescolata della mirra, bensì del fiele. Anche in questo particolare la Passione di Gesù appare come un compimento delle Scritture. Si legge infatti nel Salmo 69: «Mi hanno messo veleno [alla lettera: fiele] nel cibo e quando avevo sete mi hanno dato aceto [alla lettera: vino ordinario, acidulo]» (Sal 69,23). Gesù lo assaggia ma non lo beve, rifiutando l’inganno.

La crocifissione di Gesù è riassunta in un solo verbo, un participio, mentre la nostra attenzione è condotta non sul modo con cui Gesù viene appeso alla croce, ma a quanto avviene in quel momento, un altro gesto che si propone come compimento delle Scritture: la spartizione delle vesti. Il riferimento è al Salmo 22, preghiera del Giusto sofferente: «Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte» (Sal 22,19). La distinzione tra vesti e tunica non viene sviluppata da Matteo, diversamente dal vangelo secondo Giovanni, e l’adempimento della Scrittura serve a indirizzare il nostro sguardo su Gesù che pende sulla croce privato di tutto, anche della dignità di un vestito. Lo svuotamento e l’umiliazione del Figlio di Dio, per usare il linguaggio dell’inno della Lettera ai Filippesi (Fil 2,6-11), è totale.

Segue un’annotazione apparentemente marginale, ma che nella prospettiva dell’evangelista ha un significato tutt’altro che secondario. La custodia del crocifisso, perché nessuno lo tirasse via dalla croce, faceva parte della prassi dell’esecuzione. Ma la presenza dei soldati romani sotto la croce di Gesù costituisce per Matteo una garanzia di testimonianza di ciò che accade sul Golgota, e questo da parte di soldati pagani che si uniranno in seguito al loro centurione nel riconoscere in Gesù il Figlio di Dio.

La presenza del mondo romano è rafforzata dall’iscrizione posta sopra la croce, si presume su una tavoletta: «Costui è Gesù, il re dei Giudei» (Mt 27,37). I nemici del Signore, per ottenere la sua condanna alla crocifissione, hanno avuto bisogno di nascondere i motivi religiosi della loro avversione sotto il velo di una formulazione politica, tale da rendere Gesù una minaccia per il potere politico, per l’Impero romano. Chi si è voluto fare re, non può che essere condannato da chi rappresenta l’imperatore. Che il regno di Gesù non sia di questo mondo scompare dall’orizzonte della condanna. Resta, agli occhi degli uomini, un uomo pericoloso per l’ordine sociale e politico.

Un’ultima annotazione circa la crocifissione di Gesù è che con lui, a destra e a sinistra, vengono crocifissi due ladroni, due briganti. L’innocente è circondato da due criminali. Non diversamente da tutta la sua vita, in cui egli era circondato da pubblicani e peccatori. Non meraviglia quindi che anche ora egli stia con i malfattori, adempiendo questa volta il quarto canto del Servo: «È stato annoverato fra gli empi» (Is 53,12). Da una parte si resta sconvolti davanti all’innocente posto tra i malfattori, dall’altra si resta ammirati di fronte al Salvatore che fino all’ultimo non si separa dai peccatori.

Arrivano le derisioni. Cominciano i passanti e le loro parole sono insulti, bestemmie accompagnati dallo scuotimento del capo in segno di scherno, come nel Salmo i nemici del Giusto sofferente: «Si sono fatti beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo» (Sal 22,8). Le Scritture continuano ad adempiersi, questa volta nelle parole di una sfida che riprende l’accusa rivolta a Gesù nel processo di fronte al sinedrio, la sua pretesa di distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni. L’infondatezza di quella pretesa sarebbe dimostrata per i derisori nel fatto che ora colui che l’ha pronunciata non riesce a salvare se stesso, non è capace di scendere dalla croce. E l’evangelista Matteo, aggiungendo: «Se tu sei Figlio di Dio» (Mt 27,40) mette in luce che cosa comportasse la parola di Gesù sul tempio, cioè la sua natura divina.

E che Gesù sia Figlio di Dio oppure no è ciò che sta al cuore delle successive parole di scherno e di sfida, nelle beffe sulla bocca dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani, cioè gli uomini del sinedrio. Prima ancora però il bersaglio dei derisori è la presunta messianicità di Gesù, quella che egli aveva affermato di sé dicendosi «re d’Israele» (Mt 27,42). Il Messia, Figlio di Dio, se fosse veramente tale dovrebbe avere il potere di scendere dalla croce! E questa volta sono gli stessi nemici di Gesù a citare la Scrittura, sempre il Salmo del Giusto sofferente: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene» (Sal 22,9). Come pure si sente l’eco del libro della Sapienza, quando gli empi si oppongono al giusto: «Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari» (Sap 2,17-18). Ad ogni passo Matteo si preoccupa di ribadire che tutto si sta svolgendo secondo il disegno di Dio, la sua parola, e che tutto sta abbattendosi su un giusto, che proprio nelle sue sofferenze svela il volto di Messia e di Figlio di Dio. Perché da quella croce egli risorgerà a vita nuova, non nel modo con cui lo sfidano i nemici, cioè attraverso un prodigio, ma nel modo che gli è proprio in quanto rivelazione del Padre, amore che si consegna senza limiti.

Della terza categoria di derisori di Gesù, i due che erano crocifissi con lui, ci viene detto soltanto che partecipano alla derisione con l’insulto, il rimprovero.

E siamo giunti al termine della vita di Gesù, che si sta consumando sulla croce. Per Matteo, come per gli altri evangelisti, questi momenti finali durarono tre ore, dall’ora sesta alla nona, da mezzogiorno alla tre, un lungo tempo di agonia, ancora segnato da eventi e gesti che aiutano a comprendere il mistero di questa morte. Anzitutto le tenebre, che scendono su tutta la terra. Sentiamo in queste tenebre l’eco delle tenebre che cadono sull’Egitto (Es 10,22-23), il nono “prodigio” che Dio compie per indurre il faraone a liberare Israele, ma che non smuove il suo cuore ostinato, che tale resterà fino a quando giungerà la “percossa” della morte dei primogeniti, da cui gli ebrei scamperanno in virtù del sangue dell’agnello. In queste tenebre riconosciamo anche il segno del giorno del giudizio di cui hanno parlato di profeti: «In quel giorno – oracolo del Signore Dio – farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurerò la terra in pieno giorno! […] Ne farò come un lutto per un figlio unico» leggiamo nel libro di Amos (Am 8,9.10c); e Gioele: «Tremino tutti gli abitanti della regione, perché viene il giorno del Signore. Perché è vicino, giorno di tenebra e di oscurità, giorno di nube e di caligine. […] Il sole si cambierà in tenebre e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, grande e terribile» (Gl 2,2; 3,4); anche Sofonia presenta il giorno del giudizio del Signore come «giorno di tenebra e di oscurità» (Sof 1,5). Sul Golgota si compie il giudizio di Dio e al tempo stesso questo giudizio è giudizio di salvezza, perché l’agnello viene immolato per liberare l’umanità tutta.

Giungono le ultime parole di Gesù. Egli esprime la sua angoscia con le parole di un salmo, ancora il Salmo 22. La sua non è disperazione ma preghiera: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46 = Sal 22,2). Il grido di un uomo che vive una condizione di abbandono, ma non si sente per questo rinnegato da Dio, per cui continua a rivolgersi a lui con confidenza. Mostra tutta la sofferenza nel sentirsi abbandonato, ma proprio nell’esprimere questo stato di povertà, segnala il desiderio e la fiducia di essere ascoltato, come nel seguito del salmo viene riconosciuto: «[Il Signore] non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto» (Sal 22,25). Gesù condivide tutto il dolore degli uomini, fino a sperimentare il silenzio di Dio, ma sa che il suo grido non si perde nel vuoto, perché mai viene meno la sua fiducia nel Padre.

L’equivoco che si crea tra gli astanti tra Elì, Dio mio, ed Elìas, Elia, dà luogo a un altro gesto di scherno, quello dell’offerta di vino acidulo per rianimare l’agonizzante, prolungarne l’agonia nell’attesa improbabile di un aiuto da parte del profeta.

E giunge la morte. Essa è accompagnata da un forte grido, forse, nell’intenzione di Matteo, un’ultima invocazione di Gesù, che fa eco ancora al Salmo 22: «Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte e non c’è tregua per me. Eppure tu sei il Santo…» (Sal 22,3-4a). Fino all’ultimo in Gesù vive il desiderio del Padre, da cui sa che non potrà essere disconosciuto. E Gesù «emise lo spirito», lasciò che la sua forza vitale uscisse da lui, senza opporsi alla morte.

Un susseguirsi di avvenimenti fa seguito alla morte di Gesù. Anzitutto il velo del tempio si squarcia, è il velo che copre l’ingresso del santuario, là dove sta la presenza di Dio. La sua lacerazione fa venir meno la separazione tra sacro e profano: Dio non è più prigioniero di un luogo di cui gli uomini, alcuni uomini, dispongono, ma ora il suo potere di salvezza si libera nel mondo, là dove giungerà e verrà accolto l’annuncio di questa morte per amore, l’annuncio del Vangelo. Quello squarcio è sì un segno di giudizio su coloro che hanno rifiutato Gesù ma è anche un segno di salvezza che abbraccia il mondo.

Lo squarcio del velo è accompagnato da segni di carattere apocalittico: la terra trema e le rocce si spezzano, fenomeni che accompagnano le descrizioni del giorno del giudizio di Dio sul mondo. Ma che il giudizio che si attua nella morte di Gesù non sia un giudizio di condanna, lo mostrano i successivi fenomeni: i sepolcri si aprono e i corpi dei santi risuscitano e appaiono nella città santa. Un passaggio che è utile leggere alla luce del profeta Ezechiele, la visione che egli ha delle ossa aride che riprendono vita: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dal vostri sepolcri, o popolo mio» (Ez 37,13). Con la morte di Gesù è immesso nella storia del mondo un principio di vita da cui scaturisce un’umanità nuova. I segni che accompagnano la morte di Gesù anticipano la potenza della sua risurrezione e quindi la nascita del popolo dei risorti, la Chiesa. E questa Chiesa sarà di gente che proviene da ogni popolo, come mostrano i soldati, che di fronte ai segni del giudizio salvifico di Dio che accadono alla morte di Gesù, formulano così la loro professione di fede: «Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,54).

C’è anche qualcun altro, non sotto la croce di Gesù, come il centurione e i soldati, ma più lontano. È un gruppo di donne, che sono state alla sequela di Gesù e al suo servizio fin dalla Galilea. La loro presenza è quella di gente che sta a osservare ciò che accade, testimoni della morte di Gesù, come lo saranno della sua sepoltura e della scoperta della tomba vuota. La linea della testimonianza degli eventi pasquali è assicurata da questo gruppo di donne. I discepoli, gli apostoli ora sono scomparsi; torneranno chiamati dalle donne per incontrare il Risorto.

La morte di Gesù deve completarsi con la sua sepoltura. A prendere l’iniziativa è «un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe» (Mt 27,57). Matteo lo presenta come un discepolo di Gesù, diversamente da Marco che ne parla come di un pio giudeo, appartenente al sinedrio, che si preoccupa della sepoltura di Gesù in quanto desideroso di compiere un gesto di umanità suggerito dalla legge. Giuseppe è ricco, quindi influente, e questo gli permette di avere accesso al governatore per chiedere il permesso di seppellire Gesù in un sepolcro, impedendo che il corpo fosse abbandonato allo scempio dei rapaci ovvero gettato in una fossa comune. Giuseppe mette anche a disposizione il sepolcro, il proprio, un sepolcro in cui non era stato ancora posto nessuno, e in cui egli ripone il corpo di Gesù dopo averlo avvolto in un lenzuolo, un tessuto di lino pulito. Tutti elementi importanti per la coerenza di quanto si verificherà con la risurrezione del Signore. Come pure importante è che alcune donne sono lì a osservare quanto veniva fatto, fino alla chiusura del sepolcro.

Che il corpo di Gesù sia deposto in un sepolcro in cui non ci sono altri defunti e che questo sepolcro sia ben chiuso è un aspetto fattuale di grande importanza per la fede nella risurrezione. Ne sono ben consapevoli coloro che hanno tramato contro Gesù, i quali ottengono da Pilato di poter sorvegliare il sepolcro con alcune guardie, allo scopo di evitare che i discepoli potessero rubare il corpo e far poi credere che egli fosse risorto. La preoccupazione è forte, ma si ritorce contro di loro, perché proprio quanto loro mettono in atto diventerà una delle prove più evidente della risurrezione del Signore. Fino all’ultimo i suoi oppositori cercano di negare la sua messianicità, la sua divinità, il suo potere di vita e si trovano ogni volta a contribuire, proprio loro, a rivelare il suo mistero. Il male non può mai vincere la verità di Gesù e del Vangelo, e questa si impone con la forza dei fatti, perché non è mai una verità astratta, ideologica, ma il manifestarsi del volto di Dio nella storia.

 

Giuseppe card. Betori