LECTIO DELLA PASSIONE DI GESÙ SECONDO MATTEO – 3. Il processo romano di Gesù (Mt 27,11-31)

19-03-2020

LECTIO DELLA PASSIONE DI GESÙ SECONDO MATTEO

 

 

  1. Il processo romano di Gesù

(Mt 27,11-31)

 

 

Continua l’epidemia da coronavirus, e le giuste precauzioni, che l’autorità pubblica ci chiede opportunamente di seguire per contrastarne la diffusione, non ci permettono di ripetere la nostra proposta di itinerario quaresimale con le modalità degli ultimi anni, all’interno della rassegna musicale “O flos colende” dell’Opera di Santa Maria del Fiore, cioè unendo Parola di Dio, musica sacra e riflessioni del Vescovo.

Ma la nostra Quaresima deve continuare a nutrirsi della Parola di Dio, di cui abbiamo bisogno soprattutto in questi giorni. Proseguiamo pertanto anche questa sera nella lettura della Passione di Gesù Cristo secondo Matteo. Siamo giunti alla terza sezione del racconto, quella che presenta il processo a cui Gesù viene sottoposto davanti all’autorità romana.

Ricordo che la Passione di Gesù Cristo secondo Matteo è un racconto in cui l’evangelista rilegge le ultime ore di Gesù per lasciarle illuminare dalla fede della Chiesa, insistendo su come quanto accade sia compimento delle antiche Scritture e come Gesù viva quegli eventi non subendoli, bensì in piena consapevolezza e nell’esercizio della sua autorità; tutto questo, inoltre, per aiutare i credenti a riconoscere in quello che Gesù vive le radici della Chiesa.

Prima di metterci all’ascolto delle parole dell’evangelista, invito me e voi a riconoscere nella Passione del Signore e nelle sue sofferenze un itinerario di fedeltà a Dio, che è luce sulle sofferenze di sempre dell’umanità, anche quelle di questi nostri tempi.

Questo il testo della terza sezione della Passione secondo Matteo, il processo di Gesù di fronte a Pilato:

 

 

Matteo 27,11–31a:

 

27 11 Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». 12 E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 13 Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». 14 Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.

15 A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16 In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. 17 Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». 18 Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

19 Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua».

20 Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21 Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». 22 Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: «Sia crocifisso!». 23 Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

24 Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». 25 E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». 26 Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

27 Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. 28 Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, 29 intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». 30 Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. 31 Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

 

 

Dopo aver riferito della condanna di Gesù da parte del Sinedrio, l’evangelista ci aveva informati che Gesù era stato portato davanti al tribunale romano: «Lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato» (Mt 27,2). In seguito il racconto si era soffermato sul destino di Giuda. Ora riprende, narrando che cosa avviene di fronte al prefetto dell’Impero. Ma il passaggio sulla vicenda del traditore non è privo di significato per quanto ora leggiamo, perché proprio lui aveva dichiarato: «Ho tradito sangue innocente» (Mt 27,4). È un innocente colui che ora viene sottoposto a un processo che, nelle intenzioni degli accusatori, dovrà portarlo alla morte.

La frase: «Gesù intanto comparve davanti al governatore» (Mt 27,11), con cui inizia questa sezione del racconto, riecheggia quanto Gesù aveva preannunciato ai discepoli: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani» (Mt 10,17-18). Questo ora accade proprio a Gesù e, nella sua Passione, va riconosciuto un valore esemplare per quanti crederanno in lui.

Nell’interrogatorio del governatore Gesù appare reticente nel rispondere, a lui e ancor più alle accuse dei capi dei sacerdoti e degli anziani. La domanda che gli rivolge Pilato mostra che coloro che hanno prima condannato Gesù per essersi fatto uguale a Dio, per un motivo quindi religioso, ora, per ottenerne la morte in croce, trasferiscono l’accusa su un piano politico, presentando a colui che rappresenta l’Impero romano il volto regale di colui che si è proclamato Messia. E Gesù non nega, ma la sua risposta si riduce a: «Tu lo dici» (Mt 27,11). Ogni altra parola rischierebbe di non essere capita da chi non può essere in grado di comprendere la differenza tra la regalità di Gesù e quella dei potenti di questo mondo. Alle successive contestazioni degli accusatori e del governatore Gesù resta in silenzio. L’evangelista lo sottolinea due volte, per rimarcare come Gesù si rifiuti di confrontarsi con coloro che ne hanno già decisa la condanna e con un potere che non è in grado di comprendere, soprattutto perché, come si vedrà, non è in grado di difendere la verità. Colui che è la verità si presenta disarmato di fronte a chi si nutre di menzogna e a chi non si assume la responsabilità.

Al confronto, che è così naufragato, fa seguito una scena in cui Pilato non si misura più con Gesù, ma con la folla. Questa, essendo nel mezzo delle feste pasquali, si raduna presso il palazzo in cui risiede il prefetto per chiedergli quel che egli era solito concedere nella ricorrenza di una festa: il rilascio di un prigioniero. E Pilato, che il vangelo di Matteo presenta come intimamente convinto della falsità delle accuse che venivano rivolte contro Gesù – «Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia» (Mt 27,18) –, tenta di uscire dal problema in cui era stato coinvolto, lasciando alle folle il compito di smentire i loro capi: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?» (Mt 27,17).

Matteo si limita a dire di Barabba che egli era «un carcerato famoso» (Mt 27,16). Gli altri evangelisti accentuano la contrapposizione tra Barabba e Gesù, sottolineando che Barabba faceva parte dei «ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio» (Mc 15,7), come riporta Marco, confermato da Luca che di Barabba dice che «era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio» (Lc 23,19); più succintamente, ma accentuando ulteriormente la distanza tra la figura di Gesù e quella di Barabba, si esprime il vangelo di Giovanni: «Barabba era un brigante» (Gv 18,40). Matteo lascia invece nell’ombra il motivo per cui Barabba era in prigione. La contrapposizione è tra Gesù e semplicemente un uomo, uno degli uomini che Gesù è venuto a salvare. Potremmo anche dire che Barabba siamo noi, ciascuno di noi.

La folla deve scegliere, ma a questo punto il racconto abilmente si interrompe e offre un passaggio che potrebbe sembrare una parentesi, ma che in realtà ha un ruolo importante per quel che Matteo vuole dirci in questo processo. La moglie di Pilato manda a dire al marito di non lasciarsi coinvolgere nel giudizio su Gesù, la cui figura aveva turbato i sogni della donna nella notte. Che i sogni siano strumenti di rivelazione è una costante della tradizione biblica. In Matteo se ne ha un particolare esempio nell’infanzia di Gesù, in cui sono i sogni a indicare a Giuseppe come agire, come pure ad allontanare i Magi dalla minaccia di Erode (Mt 1,20; 2,12.13.19.22): la vita del Bambino scorre protetta sotto la guida dei sogni. Ora un donna, in virtù di un sogno, interviene per proteggere Gesù, ma non viene ascoltata. Eppure la sua voce, illuminata dal sogno, risuona con verità nel processo a proclamare che si sta mettendo a morte un innocente: «Quel giusto» (Mt 27,19). La sua voce inascoltata si aggiunge a quella di Giuda, e non sarà l’ultima.

L’interrogativo di Pilato su chi mettere in libertà attende una risposta ed essa viene da un’opinione pubblica manipolata. La folla infatti si sottomette alla pressione dei capi dei sacerdoti e degli anziani, e alla reiterata domanda del governatore risponde: «Barabba!» (Mt 27,21). Un tema, quello della manipolazione del consenso, che va attentamente considerato, in quanto fenomeno che è all’origine di molti crimini nella storia, crimini che non potrebbero essere perpetrati se ci fosse la volontà, la consapevolezza e il coraggio di resistere nella difesa della verità. Questo non accade quel giorno a Gerusalemme e, con intensità sempre crescente, la folla fa la sua scelta, ed è contro Gesù: «Sia crocifisso!» (Mt 27,22.23). E colui che gridano con forza che deve essere crocifisso è il loro Messia, così infatti lo aveva presentato Pilato: «Gesù, chiamato Cristo» (Mt 27,17.22). Ed è un innocente, perché dalle voci della folla non esce alcuna accusa contro di lui, mentre Pilato chiede: «Ma che male ha fatto?» (Mt 27,23). Un’ulteriore proclamazione dell’innocenza di Gesù nel processo. Deve essere chiaro al lettore del vangelo che si sta conducendo a morte il giusto e si sta per versare sangue innocente.

Il processo si avvia verso la condanna, ma prima Pilato compie un gesto, che ne ha segnato per sempre la figura nella storia, in cui si rivela l’ambiguità del suo comportamento. Impaurito dal tumulto che sta per esplodere, il governatore si vede costretto a cedere e quindi a consegnare Gesù alla crocifissione. Ma prima di questo si lava le mani, in segno di ribadito distacco da un giudizio di colpevolezza che non condivide ma a cui soggiace: «Non sono responsabile di questo sangue» (Mt 27,24), cioè del sangue innocente. In realtà Pilato lo è, perché solo lui potrà dare l’ordine di crocifiggere Gesù, come appunto fa dopo aver liberato Barabba e flagellato Gesù. Ma non vuole riconoscerlo e cerca di cavarsene fuori rivolgendosi così alla folla: «Pensateci voi», una frase che non attribuisce alla folla o ai capi dei giudei la facoltà di eseguire la condanna, ma un’espressione per dire che quanto sta per accadere è affare loro, loro responsabilità. Al gesto e alle parole di Pilato la folla, che ora Matteo chiama «popolo» – «tutto il popolo» (Mt 27,25) –, risponde così: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli» (Mt 27,25). Una frase che lungo la storia ha pesato tragicamente sui rapporti tra cristiani ed ebrei, in quanto è stata utilizzata per giustificare i sentimenti e i delitti dell’antigiudaismo e i crimini dell’antisemitismo, a cui solo con il Concilio Vaticano II il mondo cristiano ha reagito ed è subentrato un tempo di rispetto e di dialogo, anticipato nella nostra Firenze da uomini che, come Giorgio La Pira, promossero l’amicizia tra ebrei e cristiani. L’impegno a sradicare ogni residuo di antigiudaismo e antisemitismo è una delle responsabilità più urgenti del nostro tempo.

In che senso la frase che incontriamo nel testo di Matteo non può, e quindi non deve, poter essere invocata a sostegno di questi esecrabili atteggiamenti e delle loro letali conseguenze? Ritengo che proprio il passaggio linguistico da «folla» a «popolo» possa aiutarci a entrare nel messaggio contenuto di una frase così problematica. Il soggetto che la pronuncia sembra andare oltre la situazione storica e non coinvolgere semplicemente i presenti, la folla che era lì a Gerusalemme, e neanche i giudei in genere, tantomeno quelli delle generazioni successive, bensì l’umanità, di cui tutti siamo parte, che da quel sangue sta per essere redenta. Per tutti infatti il sangue di Gesù viene versato, come egli ha detto nell’ultima cena: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti [cioè: tutti] per il perdono dei peccati» (Mt 26,28). È vero che il termine «popolo» per sé, anche in Matteo, indica Israele, mentre le altre nazioni sono dette «genti». Ma qui, alla luce delle parole di Gesù nella cena, sembra che si possa riconoscere nel popolo la comunità dei salvati che lasciandosi purificare dal sangue di Cristo andranno a formare il suo nuovo popolo. Questo sembra essere suffragato dal fatto che il testo greco non dice: «Il suo sangue ricada su di noi…», come è stato attualmente tradotto. La frase si presenta infatti senza verbo: «Il suo sangue su di noi…», una formula che, letta non in prospettiva storica ma teologica – alla luce anche del sangue che venne asperso sul popolo all’atto del sacrificio di alleanza ai piedi del Sinai (Es 24,1-8) –, può ben indirizzare verso il ruolo salvifico di quel sangue, che è la verità ultima contenuta nella frase pronunciata del popolo. Il sangue non cade come una punizione, una maledizione, ma scende come una benedizione, anche se chi dice quelle parole non se ne rende conto. Una verità che è fondamentale per noi e per il nostro sguardo sulla Passione del Signore: è lì, nel suo sangue, la nostra salvezza.

Gesù viene flagellato, secondo la prassi del tempo, in cui questo castigo era usato come un modo per sfinire il condannato prima della crocifissione, così da misurare, in base all’intensità e al numero dei colpi di flagello, quanto tempo si voleva che durasse la sua resistenza alla morte sulla croce. Alla flagellazione segue la condanna che viene presentata come la consegna di Gesù per essere crocifisso. Pilato si inserisce tra coloro che pensano di avere Gesù nelle loro mani e di poterne disporre: Giuda lo consegna ai capi giudei, questi lo consegnano a Pilato, e ora questi lo consegna ai soldati che dovranno crocifiggerlo. In realtà è Gesù che si consegna alla croce, in obbedienza al Padre, cioè consegnandosi a lui che lo ha consegnato all’umanità.

Consegnato da Pilato ai soldati romani, questi allestiscono una nuova scena di scherni e maltrattamenti, che replica quanto era accaduto nella casa del sommo sacerdote. L’oltraggio prende di mira la proclamata regalità di Gesù, il motivo per cui era stato portato di fronte al tribunale dell’Impero. Egli viene rivestito dai soldati come un re da burla: non con la porpora, la corona e lo scettro, ma con un mantello militare scarlatto, una croce fatta di spine e una canna. La derisione si completa con l’acclamazione del re così insediato. Allo scherno si aggiunge la violenza: sputi e percosse sul capo. La scena è oltraggiosa, ma, proprio nel suo carattere umiliante, corrisponde al carattere umile della regalità di Cristo. La scena, nella sua crudeltà, illustra la diversità della natura della regalità di Gesù rispetto a quelle di questo mondo. Egli non ha mai cercato la propria gloria e ha vissuto la regalità nell’umile servizio. Anche il suo volto coronato di spine invita a seguirlo su questa strada di umiltà e di umiliazione per i fratelli.

Rivestito delle sue vesti, Gesù viene condotto via, verso la croce.

 

Giuseppe card. Betori