LECTIO DEI RACCONTI DI PASQUA NEL VANGELO SECONDO MATTEO – 3. L’incontro di Gesù risorto con i discepoli e l’invio in missione (Mt 28,16-20)

30-04-2020

LECTIO DEI RACCONTI DI PASQUA

NEL VANGELO SECONDO MATTEO

 

 

  1. L’incontro di Gesù risorto con i discepoli

e l’invio in missione

(Mt 28,16-20)

 

 

Concludiamo con questa lectio dedicata al brano conclusivo del Vangelo secondo Matteo l’ascolto dei racconti di Pasqua, che, grazie ai mezzi di comunicazione sociale, mi ha permesso di esercitare il mio ministero di vescovo chiamato, come viene ricordato nel rito di ordinazione, ad annunciare, con fedeltà e perseveranza, il Vangelo di Cristo e a custodire puro e integro il deposito della fede, secondo la tradizione conservata sempre e ovunque nella Chiesa fin dai tempi degli Apostoli.

Vi ringrazio per avermi seguito in questo percorso che, dopo il tempo quaresimale abbiamo voluto prolungare anche in questa prima parte del tempo pasquale. Vedremo se e come continuare oltre, qualora le condizioni di restrizione della vita comunitaria, a causa dell’emergenza della pandemia, lo richiedessero.

Siamo alla conclusione del Vangelo secondo Matteo e l’evangelista ci porta nella galilea, il luogo in cui Gesù, tramite le donne, aveva dato appuntamento ai suoi discepoli. Lì avviene l’incontro del Risorto con coloro che egli ora invia per la missione nel mondo. In questo incontro e nelle parole del Risorto è posto il fondamento della vita ecclesiale come vita missionaria. Una prospettiva che oggi riacquista una urgenza nuova e che quindi merita di essere riscoperta nella sua prima radice.

Ascoltiamo le parole della narrazione nel Vangelo secondo Matteo:

 

 

Matteo 28,16-20

28 16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

 

Il racconto che abbiamo ora ascoltato inizia come la narrazione di un’apparizione di Gesù risorto, e tracce di questa natura del racconto restano, ma ben presto l’apparizione sembra non essere più al centro dell’attenzione del narratore, che si indirizza invece su una dichiarazione di Gesù, parole di rivelazione che a loro volta diventano una formula di incarico, di invio. Tanto basta per capire la complessità di queste poche righe che sono il vertice dell’intero Vangelo di Matteo, in cui qualcuno ha pensato di trovare la chiave interpretativa del libro e altri ne hanno parlato come il manifesto del Risorto.

Ma procediamo passo dopo passo. I primi attori dell’evento ci vengono presentati come «gli undici discepoli» (Mt 28,16). Ai discepoli aveva fatto riferimento l’angelo alla tomba, quando aveva chiesto alle due donne di dire loro che Gesù li attendeva in Galilea. Nelle successive parole del Risorto alle donne , questi li aveva invece chiamati «miei fratelli» (Mt 28,10). Sono coloro che hanno accompagnato Gesù durante tutto il suo ministero pubblico, muovendo appunto dalla Galilea, testimoni privilegiati del suo insegnamento e dei segni da lui compiuti. Mentre erano con il Maestro, questi li aveva inviati in missione ma con un limite preciso: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele» (Mt 10,5-6). Diverse suoneranno le parole che Gesù sta per dire loro.

Merita attenzione anche che il racconto inizi precisando il numero di questi discepoli: undici. Erano stati i Dodici per tutto il ministero pubblico di Gesù, ora sono Undici, dopo il tradimento di Giuda. A differenza di Luca, Matteo non si preoccupa di mostrare come il numero simbolico di Dodici venga ricostituito, ma al contrario, nel momento in cui sta per annunciare una missione che oltrepassa i confini di Israele, lascia in evidenza la ferita che questo corpo di discepoli porta in sé.

Che l’incontro tra Gesù e i discepoli debba avvenire in Galilea – lo abbiamo ricordato – era emerso nelle parole di convocazione affidate alle donne. La Galilea era il luogo in cui il bambino Gesù e la sua famiglia si erano rifugiati, al ritorno dall’Egitto, per sfuggire al potere minaccioso di un re (Mt 4,12) e ora Gesù vi ritorna, da risorto, sfuggito alle insidie dei capi religiosi e politici al potere a Gerusalemme. Terra dunque di rifugio, la Galilea è anche la regione in cui Gesù aveva messo il seme della futura Chiesa, affidando a Pietro il compito della roccia su cui l’avrebbe edificata (Mt 16,13-20). Soprattutto Gesù si mostra ora ai discepoli in quella Galilea da cui tutto era cominciato, per riannodare la presenza del Risorto a quel cammino tra la gente di Palestina che egli, con quei medesimi discepoli aveva compiuto a partire da lì. Lungo quel cammino i discepoli erano stati testimoni di gesti e soprattutto di un insegnamento che tra poco Gesù riconsegnerà loro. Il Gesù della storia e il Cristo risorto non possono essere separati, ma si implicano l’un l’altro. Infine, la Galilea è anche la regione che l’evangelista, mutuando un’espressione dal profeta Isaia (Is 8,23-91), aveva definito «Galilea delle genti» (Mt 4,15), cioè terra abitata da pagani, e anche questo va a costituire l’orizzonte in cui si collocheranno tra poco le parole del Risorto.

Le indicazioni spaziali non finiscono qui, perché l’incontro di Gesù con i suoi avviene, secondo l’evangelista, sopra un monte. Il monte, che nell’Antico Testamento è il luogo proprio delle manifestazioni di Dio, appare in vari momenti della vita di Gesù, di cui tre paiono qui rilevanti. Il primo è il «monte altissimo» (Mt 4,8) su cui il diavolo porta Gesù per la terza tentazione, chiedendogli un atto di prostrazione e adorazione, che Gesù gli rifiuta; ora invece sono i discepoli a prostrarsi davanti a colui in cui riconoscono la presenza di Dio. Il secondo monte è quello su cui Gesù era salito per proclamare la pienezza della volontà di Dio rileggendo in modo nuovo l’antica Legge per portarla alla perfezione: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli», «Avete inteso che fu detto… ma io vi dico», «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,21-22.48); questo insegnamento ora i discepoli dovranno proporre a chi accetta di seguire il Signore. Infine, c’è un terzo monte da ricordare, quello sul quale Gesù si era trasfigurato davanti a tre dei suoi discepoli, compiendo lo stesso gesto che compie ora, cioè avvicinandosi a loro dal mistero della sua gloria (Mt 17,7; 28,18). Ora giunge questo quarto monte, in cui si completa la rivelazione della natura divina di Cristo, non solo incompatibile con le pretese diaboliche, non solo Maestro superiore a Mosè, non solo, nella sua morte e risurrezione, vertice dell’intera rivelazione da Mosè ai profeti, ma, come vedremo, Figlio a cui è data la signoria sul mondo. C’è una bella espressione di Xavier Léon-Dufour, un grande esegeta, che mi piace citare, quando riconosce giusto che la proclamazione della signoria Gesù avvenga su una montagna, «là – egli dice – dove il cielo incontra la terra, sul marciapiede di Dio quando viene a visitare gli uomini» (X. Léon-Dufour, Risurrezione di Gesù e messaggio pasquale, Cinisello Balsamo (Milano), Edizioni Paoline, 1973, p. 261).

Che questo racconto sia anche un racconto di apparizione del Risorto, dopo la collocazione spaziale, emerge anche nell’azione di Gesù che si avvicina ai discepoli, come accade sempre nelle apparizioni, in cui l’iniziativa non parte mai dai discepoli, ma sempre dal Risorto. Gesù non appare perché atteso e invocato, ma sorprende con la sua presenza che si impone ai destinatari, come un dono. Ancora tipici dei racconti di apparizione sono i due atteggiamenti con cui viene descritta la reazione dei discepoli: la prostrazione, come segno di adorazione, e al tempo stesso il dubbio. Secondo la traduzione della CEI i due atteggiamenti convivono negli Undici: «Essi però dubitarono» (Mt 28,17); altri invece preferiscono dare un valore partitivo al pronome e ritengono che il dubbio non appartenga a tutti i discepoli ma solo ad alcuni: «Alcuni però dubitarono». Quale che sia la migliore traduzione, resta il fatto che il dubbio non è estraneo alla fede, anzi abita la stessa comunità dei credenti. L’ambivalenza del dubbio ha già segnato l’esperienza dei discepoli, come quando Pietro, che pur aveva osato gettarsi in acqua per camminare verso Gesù, prende paura e si sente rimproverare così da Gesù: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31). Già un’altra volta sul lago i discepoli avevano mostrato la medesima esitazione. La barca era scossa dalla tempesta e i discepoli, nonostante la presenza di Gesù tra loro, vengono presi dalla paura, che li porta a svegliare Gesù che stava dormendo dicendosi perduti e ricevendo questa risposta da lui: «Perché avete paura, gente di poca fede?» (Mt 8,26). La fede non è una convinzione senza esitazioni, ma vive di fiducia e scoraggiamento, di certezza e dubbio. Solo la presenza di Gesù, nel nostro racconto la sua parola, è sostegno in grado di sorreggere la fede.

E Gesù parla. La sua parola comprende tre momenti: anzitutto una rivelazione sulla sua persona, poi il mandato per una missione, infine una parola di conforto. Gesù comincia a dire qualcosa su di sé. Rivela compiuto quanto egli stesso aveva annunciato durante la Passione, nell’interrogatorio di fronte al sinedrio. Al sommo sacerdote, che lo aveva provocato, ponendogli l’interrogativo decisivo sulla sua persona, cioè sulla sua messianicità e sul suo legame con Dio: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio» (Mt 26,63), Gesù, dopo aver riconosciuto che quanto il sommo sacerdote portava come un’accusa era la verità: «Tu l’hai detto» (Mt 26,64a), aveva aggiunto che egli non solo era il Messia e il Figlio di Dio, ma lo era in quanto dava compimento alle parole di un salmo (Sal 110,1), in cui il Messia è seduto alla destra di Dio e reso partecipe del suo potere, e alle parole del profeta Daniele (Dn 7,13) che aveva parlato di un Figlio dell’uomo che Dio avrebbe reso partecipe della sua stessa gloria, e che sarebbe venuto a instaurare il regno di Dio nel mondo: «D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo» (Mt 26,64). Ora Gesù riprende quella affermazione e dice che essa si è compiuta nel mistero della sua Pasqua: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18). E questo potere, questa signoria non è rinviata alla fine dei tempi, ma è in atto fin d’ora. Quale sia questo potere i discepoli dovevano ricordarlo, perché è il potere, l’autorità che era stata riconosciuta a Gesù dalle folle al termine del discorso della montagna (Mt 7,29), il potere cin nome del quale aveva rivendicato di poter perdonare i peccati (Mt 9,6), il potere che egli aveva annunciato che avrebbe esercitato nel giudizio finale come il re da riconoscere nei poveri serviti per amore (Mt 25,31-46), un potere che non si esercita nell’opprimere ma nel servire, perché «il Figlio dell’uomo […] non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28).

Il potere che Gesù ha conseguito con la Pasqua diventa ora fondamento della missione dei discepoli. Anzitutto nella sua estensione, che travalica i confini del popolo eletto e si rivolge a tutte le genti della terra. Il Signore dell’universo chiede ai suoi di farsi strumenti della manifestazione della sua signoria per tutta l’estensione del mondo. Trova così compimento la promessa che Dio aveva fatto ad Abramo: «In te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,3). Una promessa che se passa attraverso Abramo e il popolo che nascerà da lui, non si ferma nei confini di quel popolo: «Padre di una moltitudine di nazioni ti renderò» (Gen 17,5). Gesù che, come Giona, era risalito dal ventre della terra, chiede ai suoi di andare come Giona tra i pagani per annunciare la misericordia di Dio.

Per far questo i discepoli devono accettare di uscire dalla Galilea, dalla sicurezza della loro casa e mettersi in cammino nel mondo, per un itinerario che non ha una meta prefissata, in quanto chiede di raggiungere tutti i popoli della terra e, questo, fino alla fine del mondo. Si apre una prospettiva di precarietà e di incompiutezza che segnerà da quel momento in poi la storia della Chiesa. Questo fa emergere la responsabilità dei discepoli di ogni tempo a condurre avanti la missione; ma proprio la prospettiva di un compito che dura fino alla fine dei tempi svela che esso non può aspirare a giungere a compimento entro lo scorrere dei giorni, non ha un traguardo che si possa misurare nello spazio e nel tempo.

Quale sia la missione è riassunto in un verbo che viene poi esplicitato in due azioni. Il verbo è “fare discepoli”: i discepoli devono generare altri discepoli, coloro che hanno seguito Gesù – sequela è il modo con cui è definito il discepolato dei Dodici e degli altri con loro, incluso il gruppo delle donne – devono invitare tutti a mettersi al seguito di Gesù. Non si propone l’adesione a una dottrina, ma si invita a stabilire un legame, un rapporto di vita con il Signore: da persona a persona, attraverso la mediazione di un’altra persona, il discepolo. La fede in Cristo si vive in un rapporto personale con lui, mettendo in comunione la vita del discepolo con la vita del Maestro.

Perché questo si realizzi, Gesù propone di comporre due esperienze. La prima è accogliere il dono della grazia, della vita nuova mediante il Battesimo, l’altra è lasciar illuminare la vita con la parola di Gesù, il suo insegnamento. Il gesto del Battesimo esprime la dimensione gratuita della vita del discepolo, che ha il suo fondamento non nella conquista di una condizione mediante una particolare ascesi, ma nell’accoglienza di un dono che scaturisce dal mistero stesso di Dio, come esprime la formula trinitaria con cui viene conferito il Battesimo, ingresso nella vita divina: «Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). Perché questo dono possa essere accolto consapevolmente e tradursi in una forma di vita che lo rispecchi, è però necessario mettersi all’ascolto della parola del Signore, così come gli Undici l’hanno appresa e possono quindi trasmettere. La formula che Matteo utilizza per definire questo insegnamento corrisponde alla sua teologia, che vede una stretta connessione tra fede e prassi, anzi vede la prassi della vita come il modo concreto con cui si manifesta la fede: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16). E poi: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).

Le ultime parole di Gesù, quelle che chiudono l’intero vangelo, sono una promessa: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20b). Nel Vangelo secondo Matteo non troviamo evidenziato il momento in cui terminano le apparizioni del Risorto e in cui questi ascende al cielo, come fa invece l’evangelista Luca; e il tempo dopo la risurrezione non viene descritto come il tempo in cui lo Spirito Santo prende il posto di Gesù nel guidare la Chiesa, come nel Vangelo secondo Giovanni. La presenza del Risorto, per Matteo, continua accanto ai suoi discepoli, che non devono quindi lasciarsi dominare dall’ansia di come fare a portare a termine la missione che Gesù ha loro affidato. Gesù stesso starà in mezzo a loro e condividerà con loro il cammino che li attende. Fin dall’inizio Matteo ci ha detto che Gesù è l’Emmanuele, il Dio con noi (Mt 1,23). E tale è stato Gesù durante tutto il suo ministero pubblico, con una prossimità che non ha escluso nessuno, men che meno i peccatori. Manifestazione suprema della vicinanza di Gesù alla condizione umana è stata la sua morte, in quanto offerta di vita per i fratelli, atto con cui egli ha realizzato il suo proposito di «dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Risorto, Gesù non cessa di essere Dio con noi, e assicura la sua presenza nella missione dei discepoli, fino al compimento del tempo, quando il Figlio dell’uomo starà davanti a noi come giudice.

 

Giuseppe card. Betori