LECTIO DEI RACCONTI DI PASQUA NEL VANGELO SECONDO MATTEO – 1. L’annuncio della risurrezione di Gesù (Mt 28,1-10)

16-04-2020

LECTIO DEI RACCONTI DI PASQUA

NEL VANGELO SECONDO MATTEO

 

 

  1. L’annuncio della risurrezione di Gesù

(Mt 28,1-10)

 

 

Mentre continua l’emergenza a causa della pandemia e la situazione non permette il ritorno alla normale vita della comunità cristiana, ho ritenuto opportuno dare continuità all’appuntamento settimanale che, attraverso la lectio della Passione di Gesù secondo Matteo, ci ha permesso un contatto lungo tutta la Quaresima, grazie ai mezzi di comunicazione sociale, attorno all’ascolto della Parola di Dio.

Nel tempo di Pasqua, vi propongo di continuare a metterci all’ascolto della Parola del Signore nel Vangelo secondo Matteo, che è il vangelo attorno a cui si incardina quest’anno la proclamazione della Parola nella liturgia domenicale.

Per tutto il mese di aprile, in tre successivi appuntamenti, sempre al giovedì, proporrò una lectio sui racconti di Pasqua del Vangelo secondo Matteo, tre racconti in cui si può dividere l’ultimo capitolo: l’annuncio della risurrezione di Gesù (Mt 28,1-0), la menzogna dei giudei sulla tomba vuota (Mt 28,11-15), l’incontro di Gesù con i discepoli e l’invio in missione (Mt 28,16-20). Tre brani piuttosto brevi, importanti perché sono l’epilogo dell’intero vangelo.

Poniamoci all’ascolto del racconto dell’annuncio della risurrezione e della scoperta della tomba vuota nel capitolo 28 del Vangelo secondo Matteo:

 

 

Matteo 28,1-10:

 

28 1 Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. 2 Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. 3 Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. 4 Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. 5 L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. 6 Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. 7 Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».

8 Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. 9 Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

 

 

Rischio di annoiarvi, ma vi devo parlare di una questione filologica, di quelle che appassionano gli esegeti, ma rendono insopportabile l’esegesi a chi giustamente vuole che gli si dica quale messaggio proviene dalle parole che ha ascoltato. A volte però, e questo è uno di quei casi, le parole vanno prima ben definite nella loro portata per poter comprendere il messaggio di cui sono tramite.

Tutto ruota attorno a una piccolissima parola greca opsé, che può avere valore sia di avverbio che di preposizione. Nel primo caso andrebbe tradotta con “tardi” e quindi l’inizio del nostro racconto dovrebbe essere più o meno questo: «Alla sera del sabato (opp. Sabato sul tardi), al risplendere del primo giorno della settimana…» (Mt 28,1). Ciò che accade nel racconto, andrebbe collocato quindi alla conclusione del giorno di sabato, in quanto per gli ebrei è il tramonto a fare da spartiacque tra la fine e l’inizio della giornata, in questo caso tra il sabato, in cui ogni attività era proibita, e il primo giorno della settimana. Ma opsé può essere usata anche come preposizione ed essere tradotta con “dopo”, come fa la traduzione della CEI: «Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana…» (Mt 28,1). In questo caso il sabato è ormai alle spalle e quanto accade va collocato al mattino del primo giorno della settimana, il giorno che da quel momento diverrà il giorno dei cristiani, il giorno del Signore, la domenica, e sostituirà nella loro vita personale e comunitaria il sabato ebraico.

Seguendo la prima traduzione avremmo la difficoltà a far coincidere quanto racconta Matteo con quanto leggiamo negli altri vangeli, che collocano tutti la scoperta del sepolcro vuoto al mattino del primo giorno della settimana, sia pure con fatti e protagonisti diversi. Ma potremmo pensare che Matteo non voglia cancellare il valore del sabato, giorno che dà compimento alla creazione del mondo e che ora diventa giorno della nuova creazione. Potremmo anche dire di essere più nella linea dell’attesa messianica che collocava la liberazione del popolo di Dio nella notte, in analogia a quanto era accaduto per la liberazione dall’Egitto. Non sarebbe senza significato che l’evangelista Matteo, nel cui vangelo risuona con forza il legame della vicenda di Gesù con quella del suo popolo, abbia voluto segnalare che l’evento della Pasqua cristiana andava a sovrapporsi nel tempo a quello della Pasqua d’Israele, nella notte.

Considerazioni affascinanti, che aprirebbero linee di comprensione della risurrezione di Cristo ricche di significato, collegandola ai temi della creazione e della liberazione. Ma tutto questo sembra scontrarsi con un fatto decisivo, e cioè che ciò che viene collocato in questo momento non è la risurrezione di Gesù, ma la scoperta della tomba vuota e l’annuncio che Gesù è risorto, per cui dovremmo dire che Gesù è già risorto.

Perché, e in questo Matteo non si differenzia dagli altri tre vangeli, la risurrezione di Gesù non viene da lui descritta. Tenterà di farlo in seguito un apocrifo come il Vangelo di Pietro, con risultati deludenti. Le modalità con cui si realizza l’evento della risurrezione per i vangeli canonici restano nel mistero e l’evento precede quanto i testimoni possono raccontare. Su questo dobbiamo orientare bene la nostra fede, perché la risurrezione di Gesù, in quanto riguarda il suo corpo sta dentro la nostra creazione, ma in quanto segna il passaggio della persona di Gesù, anima e corpo, nella condizione della nuova creazione si colloca fuori dalle coordinate temporali e spaziali: con la risurrezione di Gesù si apre l’era escatologica del mondo. Ha scritto Joseph Ratzinger: «Non è un evento come tutti gli altri, ma un fuoriuscire da quel che ordinariamente accade nella storia» (“Prefazione” a H. Schlier, Sulla risurrezione di Gesù Cristo, 5a ed., Brescia, Morcelliana, 2005, p. 9). In tale prospettiva, non è possibile descrivere la risurrezione di Gesù in sé, come si può fare di un qualsiasi fatto puramente umano. A noi sono date solo le testimonianze dei segni che la risurrezione ha prodotto, a cominciare dal sepolcro vuoto per culminare con le apparizioni del Risorto, e proprio la realtà di questi segni dà consistenza storica a ciò che significano, l’evento cioè della risurrezione. Lasciamo da parte dunque l’immagine, pur suggestiva, che possiamo portare nella nostra mente di un Gesù che esce dalla tomba con la solennità con cui lo rappresenta Piero della Francesca o con la forza che emana dal dipinto di Rubens. Più umilmente, ma più vicini alla testimonianza dei vangeli, restiamo alle Marie al sepolcro di Duccio di Buoninsegna o al Noli me tangere del Beato Angelico.

Torniamo dunque al nostro testo avendo scelto la traduzione proposta dalla Bibbia della CEI, che colloca l’inizio del racconto a quando risplende il mattino del primo giorno della settimana. Le testimonianze sul Risorto iniziano in quell’alba e hanno per protagoniste due donne: Maria di Magdala e l’altra Maria, che nel racconto della Passione abbiamo conosciuto come «Maria madre di Giacomo e Giuseppe» (Mt 27,56).

Su Maria di Magdala, la tradizione e l’arte hanno creato una gran confusione, facendo convergere su di lei almeno tre diverse figure femminili del vangelo. La prima volta che appare, Maria di Magdala, detta anche Maria Maddalena, è nell’elenco che l’evangelista Luca fornisce di quelle donne che, liberate da spiriti cattivi e infermità, seguono Gesù e i suoi discepoli e li assistono con i loro beni (Lc 8,1-3). Di tre di queste donne viene fatto il nome e la prima è Maria di Magdala, dalla quale viene detto che sono usciti sette demoni. Una donna, dunque, probabilmente benestante e un tempo vittima di vessazioni da parte del demonio, non però per questo peccatrice. Così invece ce la consegna la tradizione occidentale cattolica, che l’assimila alla peccatrice, dal contesto una prostituta, che Gesù incontra in casa di Simone il fariseo, la quale cosparge i piedi del Signore con olio profumato, li bacia e li inonda di lacrime asciugandoli con i suoi capelli, fino ad ottenere da Gesù il perdono dei peccati, «perché ha molto amato»: «La tua fede ti ha salvata, va’ in pace» (Lc 7,36-50). Il gesto di cospargere i piedi di Gesù con il profumo è all’origine di un’altra sovrapposizione, con un’altra donna che compie un gesto simile, a Betania alla vigilia della Passione: Maria sorella di Marta e Lazzaro (Gv 11,2; 12,1-8). E se l’aver identificato Maria Maddalena con la donna nella casa di Simone porta poi a identificarla con Maria di Betania in quanto ambedue cospargono di olio profumato i piedi di Gesù; l’essere la prima una peccatrice, ha condotto alcuni ad assimilare Maddalena anche a un’altra figura femminile dei vangeli, l’adultera, lei pure perdonata dal Signore (Gv 8,1-11). Si è costruita così, dal confluire di tre o anche quattro diverse vicende, l’immagine tradizionale della Maddalena quale peccatrice, prostituta redenta, per cui nel testo antico del Dies irae ci si rivolge così a Gesù: «Qui Mariam absolvisti, et latronem exaudisti, mihi quoque spem dedisti [Tu che perdonasti Maria (di Magdala), tu che esaudisti il buon ladrone, anche a me hai dato speranza]».

In realtà, ciò che i vangeli dicono di Maria di Magdala sono solo due cose: vessata gravemente dal demonio, Maria, una donna proveniente dal borgo di Magdala, suo lago di Tiberiade, fu liberata da Gesù e si è posta al servizio suo e dei suoi discepoli per tutto il suo ministero pubblico, insieme a un nutrito gruppo di donne, un gruppo che resta unito e segue la crocifissione del Signore ed è poi protagonista delle apparizioni di lui risorto; è lei, Maria, che guida le donne testimoni dei fatti che sono i segni della realtà della risurrezione, diventando, in particolare nel vangelo secondo Giovanni (Gv 20,11-18), l’“apostola degli apostoli”, secondo la felice formula di san Tommaso d’Aquino, oggi ripresa dalla liturgia.

Il gruppo delle donne per Matteo ha una certa consistenza quando lo ricorda mentre osservano da lontano la crocifissione di Gesù – «molte donne» (Mt 27,55) – e fa espressamente tre nomi: «Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo» (Mt 27,56). Due di loro si spostano dal Golgota al sepolcro e l’evangelista ci dice che stanno sedute lì di fronte mentre vi viene portato il corpo di Gesù e la tomba viene chiusa con la grande pietra; sono «Maria di Magdala e l’altra Maria» (Mt 27,61), vale a dire Maria madre di Giacomo e Giuseppe. In Marco essa è detta «Maria madre di Giacomo il minore e di Joses» (Mc 15,40). Joses può essere una semplice variante lessicale di Giuseppe; Giacomo è un discepolo di Gesù chiamato «minore» per distinguerlo da Giacomo figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni; secondo gli abitanti di Nazaret, sempre secondo Marco, egli è, insieme a Joses, Giuda e Simone, «fratello» di Gesù (Mc 6,3), della sua parentela; come parente del Signore avrà un ruolo rilevante nella comunità cristiana di Gerusalemme, di cui, secondo Paolo, costituiva una delle «colonne» (Gal 2,9). Insieme a Maria di Magdala, la madre di Giacomo, una donna della cerchia dei parenti di Gesù, ha dunque un ruolo rilevante per la fede. Insieme alla Maddalena rappresenta infatti la continuità della testimonianza che unisce la morte di Gesù in croce, la sua sepoltura, la scoperta della tomba vuota. Un legame fondamentale che dà certezza di fatto all’affermazione che il Crocifisso è il Risorto. Siamo nel cuore stesso della fede e della sua realtà storica. E a tenere unito questo passaggio è l’umile atteggiamento di due donne che non vogliono staccarsi dalla presenza fisica accanto al loro Maestro in croce, al suo corpo senza vita, al luogo che lo doveva custodire.

A questo luogo vanno in visita, come farebbe chi piange la morte di una persona cara. Il loro atteggiamento è diverso da quel che appare nei vangeli di Marco e di Luca, in cui l’andata delle donne al sepolcro è per ungere il corpo di Gesù, per farlo in maniera più adeguata di quanto era stato possibile nelle ore concitate del venerdì, nella imminenza dell’inizio del sabato, quando ogni attività sarebbe stata proibita; un proposito, quello delle donne, lodevole, segno di venerazione per il corpo di Gesù, ma su cui pendeva un enorme interrogativo, cioè come muovere la grande pietra che serrava il sepolcro, e Marco lo evidenzia (Mc 16,1-3; Lc 23,55-24,1).

Niente di tutto questo in Matteo. Le due Marie non vanno al sepolcro per entrarvi, ma per guardarlo, per osservare, come dice alla lettera il testo greco. Non le anima il desiderio di rendere più dignitoso il riposo eterno del Maestro e neppure l’attesa della sua risurrezione. Esse vogliono guardare, come hanno fatto sul Golgota, atteggiamento decisivo per chi un giorno dovrà testimoniare. Alle donne basta poter guardare il sepolcro, per dire che il loro cuore non è lontano da colui che hanno seguito e servito fin dalla Galilea. Quel legame del cuore sarà importante per accogliere l’annuncio che tra poco verrà loro rivolto, ma il fatto delle risurrezione di Gesù irrompe nella loro vita, e nella storia degli uomini, come un dono inatteso. Neppure gli annunci di Gesù erano bastati a prepararlo. Tutto si rivela come pura grazia.

Secondo l’evangelista Matteo, quando le due donne giungono al sepolcro, questo è ancora chiuso. La pietra ne serra l’ingresso. All’improvviso accade però qualcosa tipico delle manifestazioni di Dio: un grande terremoto, come era accaduto due giorni prima alla morte di Gesù (Mt 27,51). Un terremoto, nel passato, aveva accompagnato l’alleanza al Sinai (Es 19,18), si era proposto come preludio all’incontro di Dio con Elia (1Re 19,11-12), nel salmo è invocato come segno dell’intervento liberatore di Dio verso il fedele (Sal 18,8). Ma, soprattutto, un terremoto è quanto i profeti attendono come manifestazione dell’irrompere di Dio per il giudizio escatologico, come compimento della storia (Is 5,25; Gl 2,10; Na 1,5; Zc 14,5). Nella risurrezione di Gesù, la storia degli uomini sta orientandosi verso il suo termine ultimo.

Nel mezzo del terremoto appare un angelo, un inviato di Dio che deve aiutare le donne e noi a comprendere ciò che è accaduto. Un angelo, nel prologo del Vangelo secondo Matteo, aveva accompagnato con la stessa funzione di rivelatore le vicende della nascita di Gesù, accanto a Giuseppe e ai Magi. Ora riappare a illuminare con la sua parola. L’angelo appare con i segni del mondo divino da cui proviene, il fulgore del volto e il bianco delle vesti. Il fulgore era stato evocato da Gesù per descrivere la venuta del Figlio dell’uomo «come la folgore» (Mt 24,27); il bianco, quella volta come luce, era servito all’evangelista per narrare la trasfigurazione del Signore (Mt 17,2). Dopo il terremoto, l’angelo compie un ulteriore gesto di potenza: rimuove la pietra che chiudeva il sepolcro, la rotola e vi si siede sopra. La pietra non viene rimossa perché Gesù possa uscire dal sepolcro: egli ne è già liberato, è già risorto, come annuncerà l’angelo. La pietra è rimossa perché si possa entrare nel sepolcro, perché le donne lo possano fare e così constatare che esso è vuoto: Gesù non è più lì, non è più prigioniero della morte.

Il terremoto e poi l’apparire dell’angelo non restano senza effetto sui presenti. L’effetto è la paura, la reazione tipica degli uomini di fronte al manifestarsi del mondo divino. Prime vittime ne sono le guardie, che i capi dei sacerdoti e i farisei, con il permesso di Pilato, avevano posto a custodia del sepolcro. Le guardie tremano come ha tremato la terra all’intorno e rimangono tramortite a causa di ciò di cui sono testimoni: la mancanza di fede non permette loro di disporsi all’ascolto dell’angelo e cadono a terra. Il sepolcro, luogo della morte, si apre, e gli uomini apparentemente vivi si rivelano per quel che sono, morti.

La parola dell’angelo, che le guardie non sono in grado di ascoltare, raggiunge invece le due donne, incoraggiate dall’angelo: «Voi non abbiate paura!» (Mt 28,5). Davanti al manifestarsi del potere di Dio chi non ha fede viene meno, ma chi ha fede non deve intimorirsi, ma aprirsi all’ascolto. E ciò che ascoltano è una parola di vita. Esse erano venute a piangere il Crocifisso, per tenerne viva la memoria, ma l’angelo dice loro che egli non è lì, dentro la tomba: «È risorto infatti, come aveva detto» (Mt 28,6).

«È risorto» leggiamo nella nostra traduzione, intendendo il passivo del verbo greco in senso mediale, ma per sé si potrebbe ritenere il verbo come un “passivo divino”, il modo con cui indirettamente si indica l’agire di Dio. In altre parole, l’espressione dell’angelo può significare: «[Gesù] è risorto», si è cioè sollevato, risvegliato dalla morte, ma anche: «[Gesù] è stato risuscitato [dal Padre]», questi cioè lo ha liberato dai lacci della morte. Nel mistero della risurrezione si incrociano l’azione del Padre, che non abbandona il suo Figlio nelle braccia della morte, e la potenza di vita che promana da Gesù, il cui amore ha il potere di vincere la morte.

Nelle parole dell’angelo c’è anche un implicito rimprovero: se si fosse creduto alle parole di Gesù, bisognava attendersi che sarebbe risorto e non scoprirlo ora come qualcosa di inaspettato. Perché è inaspettato, per le donne e per noi, che ascoltiamo con superficialità le parole di Gesù, cercare un Crocifisso e scoprire che egli è il Vivente. Ma la natura inaspettata dell’evento è anche ciò che ne segnala l’autenticità, perché se la risurrezione di Gesù non era attesa, la sua realtà si impone. Con le parole ancora di Joseph Ratzinger: «I discepoli si lasciarono travolgere da un fenomeno che si palesava loro, da una realtà inaspettata, inizialmente pure incomprensibile, e […] la fede nella risurrezione è scaturita da questo travolgimento e cioè da un avvenimento che precedeva il loro pensare e volere, che anzi lo rovesciava» (Ivi, p.9).

Perché l’annuncio non resti solo parola, l’angelo invita a fare un gesto che lo convalidi. Le donne sono invitate a entrare dentro il sepolcro, là dove era stato posto il corpo di Gesù, e a guardare che il corpo non c’è, lo spazio è vuoto, Gesù non è lì. Erano venute per guardare, le donne, ma ora sono invitate a guardare più dentro rispetto a quanto era il loro desiderio e il loro progetto. Lo sguardo dell’uomo deve andare oltre il suo stesso desiderio, per trovare la verità. Le donne erano venute a guardare una pietra che chiudeva un sepolcro, ora sono introdotte dentro il sepolcro a guardare i segni di quanto è accaduto lì dentro: Gesù si è sciolto dai legami della morte e vive.

Anzi, il Vivente è già oltre, più avanti; sta tracciando un cammino su cui attende i suoi discepoli. Le parole dell’angelo non si fermano a rivelare che Gesù è risorto e a constatarne il primo fondamentale segno che è il sepolcro vuoto, ma continuano affidando alle due donne un compito, quello di comunicare ai discepoli anzitutto che Gesù è risorto, e questo vale per loro come per le donne, ma poi anche che il Risorto vuole incontrare i discepoli per mostrarsi a loro in Galilea. L’appuntamento non è più nella sfera dei segni che indicano, come il sepolcro vuoto, ma nella dimensione della presenza che stabilisce una comunione. Vedremo in seguito che questo incontro non sarà consolatorio ma porterà a una missione. Ma, per giungere a questo, c’è bisogno della mediazione delle donne.

Un passaggio fondamentale, senza il quale l’annuncio della risurrezione non raggiungerebbe nessuno e senza il quale la missione della Chiesa non potrebbe mai partire. E tutto è partito dal cuore, dal cuore di due donne che non resistono a stare lontano da dove il Crocifisso è sepolto e in forza di questo desiderio diventano coloro a cui si manifesta l’angelo che rende possibile l’accesso alla prova del sepolcro vuoto e spiega quel sepolcro vuoto con l’annuncio: «È risorto» (Mt 28,6). Su questo incrocio tra il desiderio del cuore che spinge oltre la durezza della prova, la concretezza dei fatti che si possono guardare con gli occhi e, infine, la parola, che tutto illumina con lo sguardo di Dio, si spinge la strada della fede e giunge l’annuncio che dà speranza al nostro futuro.

La reazione delle donne risponde con prontezza alle parole dell’angelo. Egli le aveva esortate dicendo loro di andare dai discepoli di Gesù «presto» (Mt 28,7) e le donne si muovono «in fretta» (Mt 28,8). Non restano lì a contemplare il sepolcro vuoto, a farne una specie di reliquia, ma da quel sepolcro vuoto traggono la forza per compiere la loro piccola ma decisiva missione e vanno a raggiungere i discepoli. Si muovono «con timore e gioia grande» (Mt 28,8), guidate cioè da un sentimento che unisce insieme il timore religioso per l’incontro che hanno avuto con il mondo divino, della cui parola ora sono diventate depositarie, e la gioia immensa per l’annuncio che hanno ricevuto e che apre un orizzonte inaspettato alla loro vita e alla storia umana: la morte può essere vinta, perché Gesù l’ha vinta, e quindi la paura e l’angoscia sono cacciate per sempre dal cuore degli uomini.

La generosità delle donne viene a questo punto premiata, per così dire, dall’incontro con il Risorto. L’agire divino sconvolge ogni percorso predisposto: il cammino, anzi la corsa delle donne viene interrotta e, soprattutto, rispetto alle parole dell’angelo, l’incontro del Risorto con i discepoli viene anticipato da quello con le due donne. Un incontro che mette in rilievo come nell’ordine della fede non ci siano gerarchie di ruoli, e poi segna due ulteriori approfondimenti sulla natura del Risorto. Anzitutto i gesti di venerazione che le donne compiono ci rassicurano sulla realtà del corpo di Gesù: egli non è un fantasma che sfugge al contatto, ma i suoi piedi si possono toccare e abbracciare; la sua è una persona reale. E in questa persona, in secondo luogo, le donne riconoscono una natura divina, perché per abbracciarne i piedi devono prostrarsi e facendo questo gesto lo adorano, gli stessi gesti che i Magi avevano compiuto di fronte al bambino a Betlemme (Mt 2,11).

Alle donne è dunque riservata la prima apparizione del Risorto, ma lo sguardo di Gesù va oltre, è già teso verso la missione. Per questo ripete alle donne le parole che esse dovranno rivolgere ai discepoli: che vadano in Galilea, dove li incontrerà. Ma, mentre l’angelo aveva parlato di «discepoli» (Mt 28,7), questi sulla bocca di Gesù diventano «fratelli» (Mt 28,10). Tornano a essere fratelli dopo essere stati infedeli fuggiaschi. Prima ancora di essere tornati da Gesù, sono stati da questi già perdonati. Il Risorto, fin dalle sue prime parole, si mostra come colui che effonde misericordia.

Gesù, inoltre, invita i suoi in Galilea, non a Gerusalemme, magari nella sala al piano superiore dove aveva consumato con loro l’ultima cena, o nel Tempio per una manifestazione pubblica del proprio potere, ma in quella Galilea da cui tutto era cominciato, quasi un ritorno alle origini. La fede nel Risorto dovrà includere tutto il cammino che egli, con i suoi discepoli e con il gruppo delle donne, ha compiuto a partire dalla Galilea. E così faranno tutti i vangeli, che ai racconti della Passione e della Risurrezione mettere in premessa le narrazioni sul ministero pubblico di Gesù, che comincia dalla Galilea. Ma soprattutto la Galilea è quella regione che l’evangelista, mutuando un’espressione dal profeta Isaia (Is 8,23-91), ha definito «Galilea delle genti» (Mt 4,15), cioè terra abitata da pagani, offrendo già d’ora la prospettiva universale della missione che il Risorto affiderà ai discepoli.

A conclusione, proviamo a raccogliere i diversi scenari che il racconto ha aperto alla nostra fede. Si può cominciare dal legame tra il desiderio dell’uomo e la rivelazione di Dio e della sua azione nella storia, per continuare con l’invito ad andare oltre il nostro stesso desiderio, perché lo sguardo della fede ci porta a una profondità di comprensione delle cose che eccede lo sguardo puramente umano. In questo sguardo possiamo cogliere l’agire di Dio che supera ogni nostra attesa ed è in grado di abbattere il limite che segna l’esperienza umana, quello del peccato e quello della morte. In questa prospettiva l’esperienza della risurrezione, la risurrezione di Gesù e la nostra partecipazione alla sua risurrezione, si pone nella dimensione di una nuova creazione, ma anche di una liberazione dalle schiavitù che ci mortificano, e poi di un evento ultimo, escatologico, con cui il tempo del giudizio di Dio e della rigenerazione di tutte le cose è già iniziato. Infine, ci è stato detto che dell’evento stesso della risurrezione non ci è data possibilità di una visione, essendo esso collocato tra la dimensione storica e quella che è al di là della storia, ma ce ne sono offerti i segni di credibilità: il sepolcro vuoto, l’annuncio dell’angelo, l’incontro delle prime testimoni con il Risorto. Prime testimoni sono infatti due donne, in quanto la fede non è patrimonio di una gerarchia tra i discepoli, ma è l’esperienza offerta a chi si pone nella disponibilità a riceverla. Maria di Magdala e l’altra Maria diventano in tal modo un passaggio indispensabile perché la chiamata raggiunga i Dodici, e possa partire la missione e in essa nascere la Chiesa. Ruolo fondamentale delle donne e ruolo offerto a ciascuno di noi, di essere testimoni della fede, annunciatori del Risorto, semi del propagarsi della Chiesa nel mondo.

 

Giuseppe card. Betori