LECTIO DEI RACCONTI DI PASQUA NEL VANGELO SECONDO MATTEO – 2. La menzogna dei giudei sulla tomba vuota (Mt 28,11-15)

23-04-2020

LECTIO DEI RACCONTI DI PASQUA

NEL VANGELO SECONDO MATTEO

 

 

  1. La menzogna dei giudei sulla tomba vuota

(Mt 28,11-15)

 

 

Continuiamo i nostri appuntamenti settimanali in questo mese di aprile con la lectio dei racconti di Pasqua del Vangelo secondo Matteo. Grazie ai mezzi di comunicazione sociale, teniamo vivo in tal modo anche nel Tempo pasquale il legame del vescovo con le comunità cristiane della diocesi attorno all’ascolto della Parola di Dio.

Oggi ci soffermiamo sul secondo brano del capitolo 28 del primo vangelo, un racconto che si inserisce tra l’invito che Gesù, mediante le due Marie, fa ai suoi discepoli – che egli chiama suoi fratelli – di raggiungerlo in Galilea, dove li precede per incontrarli, e la narrazione di ciò che accade in quell’incontro. Tra le due narrazioni, quella della tomba vuota con l’annuncio che Cristo è risorto e quella dell’incontro di Gesù con i discepoli, si inserisce un racconto che ha per protagonisti gli avversari di Gesù e che costituisce, per così dire, la lettura non credente dei fatti che circondano la tomba vuota.

La fede non può nascondersi che c’è anche un mondo che non ne condivide le certezze e che si costruisce una propria narrazione delle cose, la cui affidabilità va verificata e, se è il caso, perché falsa, contrastata. È quanto l’evangelista Matteo fa per noi con questo racconto:

 

 

Matteo 28,11-15

28 11 Mentre esse [Maria di Magdala e l’altra Maria] erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. 12 Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, 13 dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. 14 E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». 15 Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad oggi.

 

 

La premessa di quanto accade in ciò che viene narrato sta alla fine del racconto della Passione, quando Matteo ci aveva informato che i sacerdoti e i farisei avevano ottenuto da Pilato un drappello di guardie per assicurare la custodia al sepolcro di Gesù, che era stato anche sigillato, in quanto si temeva che i discepoli venissero a trafugarne il corpo per poi annunciare che egli era risorto (Mt 27,62-66). A motivare il comportamento dei capi dei giudei erano alcune parole che Gesù aveva pronunciato durante la sua predicazione: «Ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”» (Mt 27,63).

Le parole a cui si riferiscono i capi si collocano in un contesto di scontri tra Gesù e i farisei, che culminano nella richiesta di un segno che gli fanno alcuni scribi e farisei, a cui Gesù risponde così: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Mt 12,39-40). Le parole di Gesù continuano, ma su di esse torneremo dopo. Per ora ci interessa notare che Gesù si identifica nella figura del profeta Giona, con riferimento alla sua esperienza di seppellimento nel ventre del pesce, che per Gesù è profezia del suo rimanere per tre giorni nel sepolcro dopo la sua morte. È una identificazione che Gesù, nel Vangelo secondo Matteo, riprende anche in un successivo scontro con sadducei e farisei, che chiedono ancora un segno dal cielo e ottengono la medesima risposta: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Mt 16,4). Il riferimento alla risurrezione implicito nella parole di Gesù era stato ben colto dagli avversari che, per assicurarsi che i discepoli non costruissero un inganno trafugando il corpo di Gesù, avevano chiesto a Pilato alcune guardie per vigilare l’integrità del sepolcro, «perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!» (Mt 27,64).

Tutto era stato fatto in modo accorto, ma proprio le precauzioni prese si rovesciano ora contro chi aveva inteso assicurarsi contro una possibile impostura. Perché l’impostura non era accaduta, mentre era accaduto proprio quello che Gesù aveva preannunziato di sé. Questo infatti i soldati sono costretti ad annunciare a coloro che avevano affidato loro il compito impossibile di trattenere Gesù nel sepolcro.

Il primo dato che va sottolineato è che le parole dei soldati sono descritte come un annuncio: un annuncio che va in parallelo con l’annuncio che contemporaneamente Maria di Magdala e l’altra Maria stanno portando ai discepoli. Quella mattina Gerusalemme e, da quella mattina in poi, la storia dell’umanità sono percorse da due annunci. Ambedue riferiscono i medesimi fatti, «quanto era accaduto» (Mt 28,11): era accaduto un grande terremoto, un angelo aveva rotolato via la pietra dal sepolcro, quel sepolcro ora appariva vuoto. Ma le donne possono dire che l’angelo ha parlato e ha dato una spiegazione di tutto questo: il Crocifisso è risorto e vuole incontrare i suoi discepoli; e a questo possono aggiungere di aver avuto loro stesse un incontro con il Risorto. Le guardie invece sono costrette a riferire ai capi dei sacerdoti il terremoto e l’apparizione dell’angelo che ha aperto la tomba ora vuota, ma a questo punto devono fermarsi perché da «tutto quanto era accaduto» (Mt 28,11) erano stati tramortiti e non avevano quindi potuto ascoltare le parole dell’angelo.

Ora, i capi dei sacerdoti, a cui si aggiungono gli anziani, dalle loro consultazioni non riescono a tirar fuori altro che la menzogna. Non possono negare i fatti, in particolare quella tomba vuota che li aveva turbati al punto di aver voluto mettere i soldati. Ma ora proprio quella precauzione si rivolta contro di loro, perché coloro che avrebbero dovuto impedire che il sepolcro restasse vuoto sono diventati testimoni del fatto che il sepolcro è davvero vuoto. Il fatto non si può negare, ed ecco allora che si fabbrica una spiegazione falsa, che dice esattamente ciò che si temeva: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”» (Mt 28,13).

A fare le spese della menzogna sono i soldati che devono confessare di non avere eseguito il compito loro affidato: dovevano vigilare e invece hanno dormito. Logica vuole che ne paghino le conseguenze, ma la menzogna ha bisogno di loro, perché nessuno se non loro può dirla. In realtà non potrebbero dirla neanche loro: se infatti dormivano, come hanno potuto vedere che sono stati i discepoli a portare via il corpo di Gesù? La menzogna dei capi dei sacerdoti e degli anziani, come tutte le bugie, ha le gambe corte, non regge a una pur sbrigativa critica storica.

È una menzogna, questa, con cui i capi dei sacerdoti e degli anziani si trovano loro stessi a divulgare che la tomba è vuota, proprio ciò che con la complicità di Pilato avrebbero voluto evitare. La loro spiegazione del fatto è una chiara menzogna, perché fondata su una testimonianza impossibile, quella di uomini che dormivano. È una menzogna, ma a chi l’ha fabbricata questo poco importa, nella convinzione che le cattive notizie, purché divulgate con sicumera e con il sostegno di un’opinione pubblica manipolata – e questo lo si era già constatato durante il processo di Gesù, nella drammatica scelta tra lui e Barabba –, sfidano anche la contraddizione. E quanto più l’opinione pubblica accrescerà il suo ruolo, fino ai nostri giorni, sempre più si evidenzierà l’importanza della sua manipolazione come pure l’irrilevanza del fattore verità in ciò che essa veicola.

La divulgazione della menzogna ferisce i cristiani del tempo di Matteo, che faticano a estirparla dall’ambiente giudaico in cui vive la comunità dei destinatari del suo vangelo. Ha poi trovato, per così dire, un rilancio nella critica razionalista che, a partire dal XVIII secolo, si è abbattuta sui vangeli e sulla loro credibilità storica, in particolare sulla realtà della risurrezione di Gesù, ridotta a suggestione di uomini religiosi che non potevano accettare la fine ingloriosa del loro maestro. Ma ogni demitizzazione dell’evento della risurrezione deve pur fare i conti con quel sepolcro vuoto e con la necessità di oltrepassarlo facendo dei testimoni di Gesù dei falsificatori, peraltro incomprensibilmente legati a un annuncio che non reca loro se non il martirio.

Ma torniamo alle nostre guardie, a cui è affidato l’onere di dire accaduto qualcosa che avrebbero dovuto impedire. L’autorità da cui dipendevano, il governatore della Giudea, per questo motivo li avrebbe dovuti punire. Ci pensano le autorità giudaiche a superare il problema: il rischio viene pagato con «una buona somma di denaro» (Mt 28,12) e la possibile punizione viene allontanata dalla prospettiva di un accordo tra i potenti: «Se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione» (Mt 28,14). I potenti ritengono di poter falsificare perfino i fatti: lo aveva fatto Pilato condannando un uomo che pur aveva riconosciuto innocente; la fanno i capi giudei dichiarando di poter rendere innocuo un reato, la menzogna.

Nel fabbricare la menzogna un ruolo decisivo è svolto dal denaro. Quale sia il suo potere lo si è visto nella Passione di Gesù, dove la sua cattura è stata ottenuta al prezzo di trenta denari. Trenta denari era stata valutata la vita di un uomo e per trenta denari Giuda aveva tradito. La somma data ai soldati non viene quantificata, ma viene detto che era bastante a ottenere l’effetto desiderato, e cioè la divulgazione della menzogna. Anche la verità ha un prezzo nella logica dei suoi avversari, e Gesù, colui che si è proposto come verità per l’uomo, viene pesato e identificato con un prezzo sufficiente a tradirlo di nuovo.

Qualcuno potrebbe ritenere che il racconto su cui ci siamo soffermati sia marginale rispetto alla fede in Cristo risorto. Esso invece offre ad essa un decisivo contributo. I testi biblici, l’abbiamo già sottolineato, non ci offrono la descrizione di come Gesù risorge da morte, un fatto che non è possibile descrivere in termini umani, dal momento che si colloca tra questo mondo e ciò che lo trascende. Con le parole di un grande esegeta, Heinrich Schlier, «l’evidenza del fatto non sarà un’evidenza garantita sul piano della storia documentaria (historisch), bensì, cosa che tuttavia è qualcosa di più, una evidenza che si impone in modo storicamente (geschichtlich) convincente. È l’evidenza di un fenomeno che con naturalezza si dimostra da sé» (H. Schlier, Sulla risurrezione di Gesù Cristo, 5a ed., Brescia, Morcelliana, 2005, pp. 70-71). E si dimostra da sé in quanto è la coerente e necessaria spiegazione di una serie di fatti documentabili che sono le esperienze di singoli e di gruppi credenti, ma prima ancora presentano un dato fattuale che precede la fede, ma ne sarà utile complemento, in quanto constatabile, e doverosamente constatato anche da chi non crede in Cristo, come i soldati alla tomba e, attraverso loro, gli stessi avversari di Gesù: la tomba di Gesù al terzo giorno si mostra vuota, il Crocifisso non è lì. Che poi gli avversari vogliano far credere ciò che non è successo, e cioè che i discepoli hanno trafugato quel corpo morto, non toglie nulla alla realtà del fatto, la tomba vuota, che è il presupposto perché colui che lì giaceva possa apparire vivo ai suoi.

La nostra non è la fede in un’immagine di pienezza umana e divina proposta al nostro desiderio religioso. La nostra fede è rivolta a una persona storicamente collocata nel tempo e nello spazio, in una vicenda di vita che dalla nascita, attraverso un percorso in cui entra in contatto con folle e discepoli, seguaci e avversari, lo conduce a una conclusione drammatica, un’atroce passione, morte e sepoltura, che non è però l’ultima parola della sua presenza nella storia. Quel corpo inanimato non abita più il sepolcro in cui era racchiuso e su questo fatto storico, affermato perfino dai suoi avversari, si fonda la credibilità che quell’uomo, Gesù, ora sia vivo, possa entrare di nuovo in contatto con i suoi, per un periodo breve di tempo con manifestazioni corporee che ne fanno constatare la realtà e poi con una presenza spirituale ma reale che abita la storia da allora ad oggi e fino alla fine dei tempi. La tomba vuota è un tassello essenziale di questa storia e della sua realtà.

Prima di chiudere, ho da proporvi altri due motivi di riflessione. Il primo è legato al fatto che la profezia della risurrezione di Gesù al terzo giorno, così presente come minaccia ai suoi avversari e così sbiadita nella memoria dei suoi seguaci, al punto che la risurrezione li coglie come un evento inatteso, questa profezia, come abbiamo visto, è legata alla figura di Giona, che diventa profezia di Cristo in quanto per tre giorni resta nel ventre del pesce come il Cristo nel cuore della terra. Ma Giona, nella tradizione biblica, è anche altro: è cioè il profeta inviato da Dio a predicare la conversione a un popolo pagano, la città di Ninive. La destinazione al mondo pagano è ciò che egli cerca di evitare, fuggendo per mare fino a finire dentro al ventre del pesce. È la destinazione che poi si trova costretto ad accettare, e i pagani lo ascoltano e si convertono. Esito, peraltro, da lui non accettato, al punto di invocare la morte piuttosto che dover assistere a questo fatto impensabile per un vero credente: che la salvezza possa raggiungere anche i lontani, che Dio si manifesti non nella distruzione dei peccatori ma nell’usare misericordia verso di loro. La prospettiva dell’annuncio ai pagani e della misericordia offerta a loro, è ben presente anche nelle parole di Gesù nella sua disputa con i farisei. Dopo aver prospettato per se stesso l’esperienza dei tre giorni nel mistero della morte, egli continua: «Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona!» (Mt 12,41). L’orizzonte della risurrezione, agli occhi di Gesù, si prolunga già verso la missione alle genti. Gesù non risorge per sé, ma, come Giona esce dal ventre del pesce per diventare annunciatore di salvezza ai pagani, così Gesù risorto attende di essere portato a tutti i popoli nella parola di annuncio di cui incarica i suoi discepoli.

Una seconda e ultima riflessione viene suggerita dal midrash del libro di Giona. Nella tradizione ebraica, il profeta durante i tre giorni nel ventre del pesce viene condotto nello sheol, dove vede il Leviatan che minaccia il pesce che custodisce Giona e vorrebbe divorarlo, ma Giona rassicura il pesce che il Leviatan sarà ucciso e sarà cibo al banchetto escatologico del Messia. Noi sappiamo come i tre giorni di Gesù nel sepolcro vengono interpretati dalla fede della Chiesa come il tempo in cui egli scende negli inferi, ultimo atto della sua kenosis, del suo svuotamento, per liberare, in quanto risorto, gli spiriti lì prigionieri, segno che la morte del Signore ha vinto ogni male, di cui il Leviatan è personificazione. Come si può vedere, alla luce di questi confronti, il legame che Gesù istituisce tra sé e Giona non è solo profezia della risurrezione e poi della predicazione del vangelo alle genti, ma anche della forza salvifica del Crocifisso risorto che attraversa tutta la storia, prima e dopo di lui, fino alla vittoria definitiva sul Maligno, di cui il Leviatan è personificazione. È il mistero che la nota antica Omelia sul Sabato santo descrive così: «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. […] Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. […] Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: “Sia con tutti il mio Signore”. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: “E con il tuo spirito”. E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. […] Nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. […] È preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli”».

Giuseppe card. Betori