OMELIA
Celebriamo nella nostra diocesi la 18ª Giornata Mondiale del Malato nella seconda domenica di Quaresima, in cui la liturgia pone al centro il racconto della trasfigurazione di Gesù nella versione del vangelo secondo Luca. In essa assume particolare rilievo il fatto che il dialogo di Gesù con Mosè ed Elia ha per tema il «suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme». L’immagine dell’esodo può ben riassumere il senso della vita cristiana: da schiavi a liberi, da quel terreno di intreccio di peccato in cui è imprigionata la nostra vita a un nuovo orizzonte di verità per noi, a una vita nella libertà dei figli di Dio, a cui siamo rigenerati nel battesimo. E il nostro esodo ha come riferimento quello di Gesù, cioè il cammino che egli sta per iniziare verso Gerusalemme, verso il luogo in cui consumerà la sua pasqua di morte e risurrezione, riportando l’umanità di cui si è rivestito a quel seno del Padre dal cui amore era stata creata e dal cui stesso amore ora viene redenta.
L’esodo di Gesù diventa così per i cristiani il paradigma della Quaresima, il modello di vita offerto a tutti i discepoli, il cammino aperto davanti a noi, e per noi reso possibile dalla grazia con cui lo stesso Signore lo apre e lo sostiene. È un cammino, quello di Gesù, fatto di dialogo con il Padre nella preghiera, di parola accolta e donata alle folle attorno a lui, di gesti di misericordia, di perdono e di vita con cui sorregge quanti gli si avvicinano con il dolore e le fatiche della vita, mostrando particolare predilezione per i poveri e per i malati. Su questa immagine si costruisce anche l’esodo del discepolo, che trae dalla figura di Cristo i tratti che devono caratterizzare il proprio cammino di fede: preghiera, ascolto della Parola, accoglienza dei deboli e sostegno dei malati.
Ma il vangelo odierno ci dice qualcosa di più, cioè quanto in questo cammino sia essenziale la consapevolezza della meta e la certezza dell’orientamento. Gesù nel suo itinerario con i discepoli ritiene necessario, prima che la strada prenda decisamente la direzione di Gerusalemme, che essi siano consapevoli di verso dove egli sta camminando e di chi è colui con cui essi camminano. Sta qui il senso della trasfigurazione. Non bastano le parole quotidiane di un insegnamento, pur necessario e decisivo, né sono sufficienti i gesti prodigiosi con cui Gesù mostra la presenza in lui della potenza di Dio. Tutto questo non basterebbe a renderlo diverso da un qualsiasi profeta e taumaturgo, magari proprio da coloro, Mosè ed Elia, che appaiono accanto a lui e che però, nel circondarlo, si manifestano a lui sottomessi. Ciò che rende Gesù ben più che un profeta e altro che un semplice operatore di prodigi è proprio il suo essere indirizzato verso la gloria attraverso la croce.
Questo si rivela nella trasfigurazione ai tre discepoli ancora ignari di ciò che tutto questo significa, fino a scambiare l’evento di rivelazione che deve prepararli al futuro con un obiettivo già raggiunto. «Maestro è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia», propone Pietro. E l’evangelista, con schiettezza, commenta: «Egli non sapeva quello che diceva». Solo dopo la Pasqua i discepoli potranno parlare sapendo quel che dicono, perché saranno stati testimoni di come la gloria è il frutto della croce. Solo nell’esodo della morte Gesù raggiunge la sua gloria, che ora è offerta solo come segno anticipatorio. Solo nella condivisione della croce anche l’itinerario del credente diventa un esodo verso la gloria. Nell’annuncio della Pasqua la fede cristiana si stacca da una qualsiasi religiosità e acquista la sua specifica identità, liberandosi da ogni riduzione ideologica o etica.
In questa luce il senso stesso della sofferenza viene trasfigurato dalla fede in Cristo. Soffrire, essere nel dolore non smette certo di essere una diminuzione della nostra umanità, un fardello che grava sulle nostre spalle e ci limita nell’esercizio pieno della vita. Ma, in Cristo e con Cristo, può diventare una strada verso la gloria, come lo fu la sua croce; anzi la sola strada verso la gloria, che non ammette scorciatoie, ma chiede di essere raggiunta nella sofferenza. Non è questa una visione vittimistica della vita, ma al contrario la possibilità di dare un senso anche alla fragilità della vita, così che il mondo non è dei fortunati, dei potenti, di coloro che godono di tutte le risorse umane, ma al contrario è proprio di chi nell’esperienza del dolore scopre la profondità di se stesso e il suo vero valore, che non è fatto di ciò che si ha, a cominciare dalla salute, ma di ciò che si è, sempre, anche nella sofferenza.
Ma per perseverare su questo cammino di croce-risurrezione occorre mettersi all’ascolto di Gesù, riconosciuto nella fede come il Figlio donato dal Padre, sua immagine perfetta. «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» ingiunge la voce del Padre ai tre discepoli sul monte e continua a sollecitare a tutti noi ogni giorno. Riconoscere in Gesù il Figlio di Dio è il presupposto della nostra disponibilità a fare dell’ascolto della sua parola l’unico riferimento dell’esistenza, in mezzo alle tante contraddittorie voci del mondo. E solo nell’ascolto della parola di Gesù possiamo alimentare il nostro cammino secondo il giusto orientamento che ci conduce a condividerne il mistero della Pasqua, vale a dire a rigenerare la nostra vita, per coglierla in pienezza, come vita divina a noi donata dal cuore squarciato d’amore del Figlio di Dio sulla croce, trono della sua sofferenza.
Non sono certamente io a dover insegnare a voi, cari malati, quanto decisiva sia nella vostra condizione l’esperienza della preghiera, nella quale incontriamo il Signore e la sua parola di verità e di vita, ci facciamo vicini a lui ed egli a noi. Essa non è affatto alienazione, come vorrebbero farci credere, ma incontro con colui che solo può comprenderci fino in fondo e, sapendo tutto di noi, può anche sostenerci con il suo amore. Nel dialogo della preghiera un particolare posto riconosciamo alla Vergine Maria, da sempre vicina a chi soffre. Il gesto che compiremo al termine di questa celebrazione vuole riaffermare che la sua presenza è un conforto nel vuoto della solitudine e il suo sguardo colma di speranza il cuore.
Dell’amore di Dio, cui ci richiama anche il tema di questa Giornata mondiale del malato “La Chiesa a servizio dell’amore per i sofferenti”, tutti dobbiamo essere segno e strumento verso i malati. Si tratta di farsi vicini a chi soffre, riconoscendo in ogni sofferente il volto stesso di Cristo. E il Papa, nel suo messaggio per questa Giornata, sottolinea come «nell’attuale momento storico-culturale, si avverte anche più l’esigenza di una presenza ecclesiale attenta e capillare accanto ai malati, come pure di una presenza nella società capace di trasmettere in maniera efficace i valori evangelici a tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal suo concepimento alla sua fine naturale». Se un tempo la presenza della Chiesa nel mondo della malattia poteva esprimersi nell’istituzione di strutture di accoglienza e di cura dei malati e poi in quello dell’animazione dell’accompagnamento spirituale nella sofferenza, oggi non meno decisiva è la promozione, nel pensiero e nei gesti, di una corretta visione dell’uomo, del rispetto della dignità della persona umana, della salvaguardia della vita sempre.
Tutto questo senza scadere su un piano puramente umanistico, ma avendo sempre chiaro davanti a noi che l’esodo della nostra vita non ha il suo termine nel tempo, ma travalica il tempo per collocarci nella eternità, là dove il Signore Gesù, come ci ha detto l’apostolo Paolo, «trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso». Ciò che i discepoli contemplarono sul sacro monte non fu soltanto un anticipo del Cristo risorto, ma anche un anticipo della loro e nostra risurrezione dai morti, a cui il Dio della vita ci destina, oltre le nostre sofferenze, per una piena comunione con il suo amore.
Dio non viene meno a questo amore, egli che, come ci ha ricordato per immagini la pagina della Genesi, si è impegnato con l’umanità in un’alleanza eterna. Questa promessa ci sostenga nelle fatiche di ogni giorno e illumini il nostro cammino spingendoci a gesti di fraterno amore, così che nessun malato si senta abbandonato e ogni esperienza di dolore generi un cammino di speranza.
+ Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze