OMELIA
All’inizio della Quaresima la Chiesa ci invita a riflettere sulla centralità della professione della fede per la nostra vita cristiana.
Lo fa anzitutto proponendoci la professione di fede dell’israelita, così come ci è trasmessa dal libro del Deuteronomio, come atto da compiere nel momento dell’offerta all’altare. Questo particolare mi permette di salutare con gioia e affetto i chierichetti delle nostre parrocchie, che oggi sono con noi in Cattedrale, a chiusura di una giornata vissuta come ritiro di Quaresima. Per loro vale in modo particolare il richiamo che essere vicini all’altare implica una professione di fede coerente in tutta la vita. Ciò che facciamo nelle nostre chiese, infatti, non sono cerimonie, ma gesti consacrati dalla tradizione per esprimere la fede del popolo di Dio.
Questa fede, ci ricorda il testo della prima lettura, non è una fede astratta, non è il riconoscimento dell’esistenza di un Assoluto sopra di noi, ma è il concreto riconoscimento della presenza di Dio nella storia dell’umanità. Di fronte al fascino che sul popolo d’Israele potevano esercitare le divinità di Canaan, la terra a cui era giunto al termine del suo esodo dall’Egitto, divinità della natura, legate ai ritmi della fecondità del suolo e del mondo animale, la cui protezione poteva sembrare utile per garantire i processi vitali, l’israelita è invitato a ripercorrere i passi della propria storia, per riconoscervi l’amore di un Dio che ha fatto di un uomo solo, Abramo, un grande popolo, Israele, di un pastore nomade, “un arameo errante”, un popolo insediato in una terra divenuta propria. Questo non per celebrare la grandezza del popolo, ma per riconoscere che tutto viene da Dio, è suo dono, frutto di amorevole predilezione.
Leggere la propria storia come presenza di Dio è compito fondamentale del cristiano oggi. Se un tempo il confronto era tra diverse immagini della divinità, oggi tutto si è fatto più difficile, in un mondo che sembra voler esiliare Dio dai suoi orizzonti, negarlo in radice. Questo passaggio dalla non fede alla fede, dall’assenza di Dio al riconoscimento della sua presenza nella nostra vita è quanto è chiesto a tutti noi, in particolare ai nostri catecumeni, che oggi si presentano alla Chiesa per chiedere di diventare cristiani nella prossima notte di Pasqua.
Nella seconda lettura abbiamo ascoltato un brano della lettera ai Romani, in cui l’apostolo Paolo ci ricorda che la storia della salvezza, da storia di un popolo è diventata storia di tutta l’umanità, di ogni uomo, “Giudeo e Greco”, tutti sono chiamati alla salvezza dalla predicazione del Vangelo. Questa storia, soprattutto, ha raggiunto ormai il suo compimento e ha il suo vertice nella persona di Gesù, in particolare nel mistero della sua Pasqua, in quella morte e risurrezione che sono il principio di salvezza per “chiunque invocherà il nome del Signore”, chiunque cioè riconoscerà che “Gesù è il Signore”. La partecipazione a questo mistero pasquale è ciò che i nostri catecumeni vengono a chiedere in questa celebrazione, perché il riconoscimento della signoria di Gesù sulla loro vita li rigeneri a una umanità piena.
Richiamandoci al contenuto essenziale della fede, le parole di san Paolo ci ricordano che oggi proprio sulla fedeltà al contenuto della fede dobbiamo misurarci nel confronto con un contesto relativistico che ci vorrebbe indurre a sminuirne l’importanza, soprattutto a costruircelo a nostra variabile misura. Siamo infatti di fronte al tentativo diffuso nella cultura pubblica – libri, giornali e televisioni – di depotenziare la fede, frantumandola in mille opinioni prive di fondamento, rifiutando che possa esistere una verità e una sola verità, negando aspetti essenziali della identità del Figlio di Dio fatto uomo, fino a svuotarne la storicità. Credere è affermare con convinzione la realtà storica di Gesù Cristo, il convergere nella sua persona di divinità e umanità, la sua morte salvifica sulla croce, la sua risurrezione dai morti, il suo essere stato costituito dal Padre il Signore di tutti.
Paolo, però, non solo dice il contenuto della fede, ma illustra anche il modo con cui essa si esprime. Cuore e bocca sono implicati nell’atto di fede. Il cuore è ben più che la sede degli affetti; è il centro della nostra esistenza, là dove decidiamo di noi stessi, là dove intelletto e volontà convergono per formare la nostra identità, il nostro io interiore. Alla fede non basta l’assenso dell’intelletto, occorre l’adesione di tutta la vita; solo una vita orientata alla risurrezione, e alla sua potenza contro ogni limite e male dell’uomo, è lo spazio di una vera fede che costruisce la giustizia nella nostra esistenza, vale a dire l’ordine voluto da Dio creatore. La bocca, a sua volta, sta a indicare che non basta coltivare la fede in se stessi, essa deve anche esprimersi e parlare al mondo, con le parole e le opere che la testimoniano a tutti, credenti e non credenti.
La ben nota pagina del vangelo di Luca, che narra le tentazioni di Gesù, ci ricorda che la professione e la vita di fede si realizzano in un mondo segnato dal male. Come per Gesù, così per noi. Non perché la nostra vita sia in balia del male: essa resta sotto la guida dello Spirito, quello Spirito che è il dono del Battesimo e della Confermazione, che i nostri catecumeni riceveranno nella notte di Pasqua. Ma la vita è sempre in una condizione di prova e di tentazione. Anche nella preghiera che ha insegnato ai suoi discepoli, Gesù non ci fa chiedere al Padre di liberarci dalla prova, bensì dal male, e di conservarci, di non abbandonarci nel momento della prova.
La prova può assumere molti volti; le tentazioni di Gesù ce ne mostrano le radici profonde. Essa riguarda anzitutto il possesso dei beni. Il tentatore vorrebbe indurre Gesù a pervertire il suo rapporto con il Padre per assicurarsi il pane, ciò che è necessario all’esistenza, così che questa non sarebbe più posta nella mani provvidenti di Dio, ma assicurata, salvaguardata nei suoi bisogni primari, e non solo. Non per nulla Gesù, sempre nella preghiera insegnata ai discepoli, dice di chiedere al Padre il “pane quotidiano”, vale a dire giorno per giorno, come era stata la manna nel deserto. Questo deve credere un figlio che non dubita dell’amore del Padre.
La seconda tentazione riguarda il potere. Il diavolo vorrebbe indurre Gesù a stravolgere il rapporto religioso, non più indirizzandolo al Padre ma rivolgendolo al diavolo stesso, per ottenere il dominio politico del mondo. Lo vuole illudere di farlo padrone nel momento in cui gli chiede di farsi suo schiavo. Ma Gesù ha scelto di farsi servo di tutti e non del potere, e in questa solidarietà verso tutti gli uomini verrà da tutti riconosciuto come il Signore. E, in realtà, ogni ricerca di dominio si traduce in una schiavitù, mentre solo nel servizio, nel dono di sé, si raggiunge la vera libertà.
Da ultimo, il diavolo suggerisce a Gesù di sfuggire la morte invocando l’intervento angelico a suo sostegno. Sfidare Dio per ottenere la sua protezione è l’esatto contrario di quanto farà Gesù, che si abbandonerà a Dio e si consegnerà alla morte, senza tenere nulla per sé, ma trovando proprio in questo gesto di dono la vita, la risurrezione.
Tentazione dell’avere, del potere e della garanzia di sé. Tutte tentazioni di uno stravolgimento della religiosità. Sono queste anche le tentazioni della nostra fede. A esse occorre prepararci e saper rispondere. Il modo ce lo mostra Gesù stesso che, a fronte dello stravolgimento della parola delle Scritture da parte del diavolo, oppone una corretta interpretazione di esse. Questo è il nostro compito, specialmente in questo tempo di Quaresima: coltivare l’ascolto della parola di Dio e leggerla come ci insegna la Chiesa, che continua nel tempo il magistero di Gesù. È attorno alla parola di Dio e alla sua interpretazione che anche oggi si decide della nostra fede. Leggendo la Parola nella fede, si scopre la strada della radicale fedeltà a Dio, che è stata di Gesù e deve essere la nostra.
+ Giuseppe Betori
Arcivescovo di Firenze